Dietro l’assalto di decine di migliaia di migranti alla frontiera di Ceuta ci sarebbe stata anche una gigantesca macchina della disinformazione. È l’accusa lanciata dal premier spagnolo Pedro Sánchez, che per la prima volta indica esplicitamente «reti russe e israeliane» tra i circuiti che avrebbero contribuito a diffondere sui social una falsa interpretazione delle regole spagnole sui respingimenti. Un'affermazione destinata ad aprire un nuovo fronte politico e diplomatico, anche perché il presidente del governo collega quelle campagne a una più vasta «internazionale dell’ultradestra» interessata, a suo giudizio, a trasformare l’immigrazione in uno strumento di destabilizzazione della Spagna e dell’Europa.
L’accusa è arrivata durante l’intervista con Aimar Bretos a Hoy por Hoy sulla Cadena SER, con cui Sánchez ha inaugurato il nuovo corso politico dopo un’estate segnata dalla crisi nella città autonoma spagnola sulla costa nordafricana. Il premier ha però usato una formulazione che richiede cautela: ha parlato di social network e reti «legate» alla Russia e a Israele, senza accusare direttamente i governi di Mosca o Gerusalemme di aver organizzato l’operazione. E, almeno pubblicamente, non ha mostrato elementi tecnici o rapporti di intelligence che consentano di ricostruire una regia unitaria.
La falsa promessa dei respingimenti impossibili
Il meccanismo indicato da Sánchez ruota attorno a una sentenza pronunciata a luglio dal Tribunale Supremo spagnolo. Sui social sarebbe circolato il messaggio secondo cui chiunque fosse riuscito a raggiungere Ceuta a nuoto non avrebbe più potuto essere rimandato in Marocco. Proprio questa promessa avrebbe incoraggiato migliaia di persone a tentare la traversata.
Ma la sentenza dice qualcosa di diverso. Il Supremo ha stabilito che nei confronti dei migranti intercettati in mare mentre cercano di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla non può essere utilizzata la procedura speciale del «rechazo en frontera», il respingimento immediato previsto per chi supera materialmente gli elementi di contenimento della frontiera. Questo non significa, però, che il rimpatrio sia impossibile: deve essere applicata la procedura ordinaria di ritorno prevista dalla legge sull’immigrazione, con identificazione, assistenza legale e possibilità di chiedere protezione internazionale.
È proprio questa differenza giuridica, sottile ma decisiva, che sarebbe stata cancellata nella comunicazione diventata virale. Già prima dell’ondata di fine luglio il ministero dell’Interno guidato da Fernando Grande-Marlaska aveva denunciato l’attività delle reti di traffico di migranti, accusandole di strumentalizzare il pronunciamento del Supremo per convincere nuove persone a tentare l’ingresso.
I social hanno avuto un ruolo, la regia resta da dimostrare
Che la disinformazione abbia accompagnato e alimentato la crisi non è soltanto una tesi del governo. Diverse verifiche indipendenti hanno documentato decine di contenuti falsi o manipolati circolati durante le giornate più drammatiche di Ceuta. Video registrati in altri Paesi sono stati presentati come immagini dell’arrivo dei migranti, mentre sui social si moltiplicavano indicazioni sulle rotte, sui punti di partenza e sulla presunta impossibilità per la Spagna di effettuare i rimpatri.
Anche testimonianze raccolte tra i migranti hanno indicato nei messaggi circolati su TikTok, Instagram, Facebook e nelle chat private uno dei fattori che hanno convinto molti giovani a partire. Reuters ha ricostruito come alla difficoltà economica e alla protesta sociale in Marocco si sia sommata la convinzione che la recente sentenza spagnola avesse aperto una finestra per entrare a Ceuta senza poter essere immediatamente rimpatriati.
Più difficile è però dimostrare il secondo passaggio dell’accusa di Sánchez: l’esistenza di una campagna coordinata riconducibile a reti russe, israeliane o a una struttura internazionale dell’estrema destra. Un’inchiesta pubblicata da Le Monde all’inizio di agosto aveva ricostruito l’origine delle voci e la loro amplificazione, senza trovare prove chiare di una regia organizzata capace di aver deliberatamente provocato l’esodo. Anche altre ricostruzioni hanno descritto gruppi e account che si alimentavano reciprocamente, spesso senza legami strutturati tra loro.
Sánchez scagiona il Marocco
Il passaggio politicamente più significativo dell’intervista riguarda però Rabat. Mentre chiama in causa reti straniere e organizzazioni criminali, Sánchez esclude che dietro la crisi ci siano state le autorità marocchine. Il presidente sostiene che né le forze di sicurezza né il Centro Nacional de Inteligencia, il CNI, né altri servizi informativi abbiano fornito elementi che facciano sospettare un coinvolgimento deliberato del governo del Marocco.
La precisazione non è secondaria. Dopo l’ingresso di decine di migliaia di persone tra il 30 e il 31 luglio, uno dei grandi interrogativi era stato proprio il comportamento delle autorità marocchine alla frontiera. Sánchez rivendica invece una «cooperazione istantanea» con Rabat e ricorda il dispiegamento di forze marocchine nell’area di Fnideq-Castillejos una volta esplosa l’emergenza.
Il premier ha anche cercato di chiudere il caso delle informazioni preventive. Ha riconosciuto che nei giorni precedenti erano circolati rapporti del CNI e della Polizia nazionale, ma ha sostenuto che nessuno di quei documenti aveva previsto la dimensione dell’ondata del 30 e 31 luglio. In questo modo Sánchez respinge anche l’idea di una contraddizione tra il ministro della Difesa Margarita Robles e Grande-Marlaska sull’allarme che sarebbe stato disponibile prima della crisi.
Ceuta resta sotto pressione
A un mese dall’ondata, l’emergenza non può ancora considerarsi chiusa. Madrid ha chiesto assistenza europea e il rafforzamento del contributo di Frontex per la gestione e l’identificazione delle persone ancora presenti nell’enclave. Secondo Sánchez, la grandissima maggioranza di quanti erano entrati è già tornata in Marocco, mentre alcune migliaia restano a Ceuta, tra loro numerosi minori.
La battaglia politica si sposta adesso sulle cause. Sánchez propone una lettura nella quale povertà, organizzazioni criminali e disinformazione digitale si sono saldate fino a produrre una mobilitazione di massa, mentre respinge ogni responsabilità diretta di Rabat. Ma il riferimento a Russia, Israele e all’«internazionale dell’ultradestra» alza enormemente la posta.
Il punto su cui si concentreranno ora le richieste di chiarimento è proprio quello che manca: quali account, quali reti e quali collegamenti abbiano portato il governo spagnolo a formulare un’accusa così precisa. Finché questi elementi non saranno resi pubblici, resta documentato il ruolo dei falsi messaggi nella crisi di Ceuta, mentre l’attribuzione di quella campagna a specifiche reti straniere rimane una denuncia politica del presidente del governo spagnolo ancora da corroborare con prove verificabili.