Sarà il dibattimento il terreno sul quale Angelo Napolitano, l'imprenditore noto sui social come volto di "Napolitanostore", intende giocare la propria partita giudiziaria. La difesa, affidata agli avvocati Rocco Maria Spina e Teodoro Reppucci, ha già tracciato una linea netta: nessuna richiesta di riti alternativi e confronto diretto con le accuse formulate dalla Procura, con l'obiettivo di contestare punto per punto la ricostruzione investigativa e gli esiti degli accertamenti contabili.
Intanto arriva la prima accelerazione processuale. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Nola, Gemma Sicoli, ha fissato l'udienza preliminare dopo la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dai pubblici ministeri Francesco Riccio e Anna Musso, nell'ambito dei due filoni d'inchiesta che negli ultimi mesi hanno coinvolto il commerciante influencer.
L'indagine rappresenta il punto di approdo di una complessa attività investigativa condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli, scaturita da una dettagliata segnalazione dell'associazione di categoria Aires-Confcommercio sulle modalità di vendita del gruppo commerciale.
Le contestazioni della Procura
Gli inquirenti contestano a Napolitano due ipotesi di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici. Nella veste di legale rappresentante della Am Distribution Srl, società con sede a Casalnuovo di Napoli attiva nel commercio all'ingrosso di telefonia ed elettrodomestici, avrebbe realizzato un articolato sistema di evasione dell'Iva relativo agli anni d'imposta 2023 e 2024.
Secondo la ricostruzione della Procura, supportata da documentazione, intercettazioni telefoniche e verifiche contabili, l'azienda avrebbe occultato consistenti vendite in nero simulando l'emissione di fatture in regime di inversione contabile, il cosiddetto reverse charge.
Parallelamente, i prodotti sarebbero stati venduti al dettaglio con prezzi particolarmente ribassati, a condizione che il pagamento avvenisse in contanti. Nelle conversazioni intercettate con i clienti, le banconote da cento euro sarebbero state indicate con il nome in codice "magliette dell'Avellino". Agli acquirenti, inoltre, veniva consegnata una ricevuta priva di valore fiscale, generata da un software gestionale interno, che avrebbe consentito di giustificare l'uscita della merce dai magazzini senza registrare correttamente gli incassi.
L'evasione contestata e i sequestri
Il presunto meccanismo avrebbe determinato, secondo l'accusa, un'Iva evasa pari a 1.777.976 euro per il 2023 e 3.962.585 euro per il 2024, per un totale di circa 5,7 milioni di euro.
Contestazioni che avevano già portato all'emissione di due distinti decreti di sequestro: il primo nel settembre 2025, il secondo nel gennaio scorso, entrambi riconducibili alle diverse articolazioni della stessa indagine.
Ora il procedimento entra nella sua fase decisiva. Con l'udienza preliminare ormai alle porte, la difesa ha scelto di rinunciare a qualsiasi percorso alternativo, puntando direttamente al confronto in aula, dove tenterà di ribaltare la ricostruzione della Procura.