A una settimana dalla catastrofe, il bilancio continua ad aggravarsi. Sono almeno 1.204 le persone morte in Nepal nell'alluvione che il 26 agosto ha travolto intere comunità lungo il corso del Bhotekoshi, vicino al confine con la Cina. I dispersi sono 4.216, mentre le squadre di soccorso continuano a recuperare corpi tra fango, macerie e infrastrutture distrutte.

I numeri sono quelli dell'ultimo aggiornamento della National Disaster Risk Reduction and Management Authority, l'autorità nepalese responsabile della gestione delle emergenze. Il dato è ancora provvisorio e potrebbe aumentare con il proseguimento delle ricerche nelle zone più difficili da raggiungere.

Migliaia di persone ancora disperse

La dimensione della tragedia emerge soprattutto dal numero di persone delle quali non si hanno ancora notizie. Tra i 4.216 dispersi risultano 583 cittadini stranieri, 164 tra guide nepalesi e personale impiegato nel trekking e circa 900 lavoratori di diversi progetti idroelettrici. Mancano all'appello anche membri dell'esercito e delle forze di polizia, dipendenti pubblici e personale impegnato nelle strutture di frontiera.

Più di 21 mila uomini delle forze di sicurezza sono stati mobilitati per le operazioni di ricerca e soccorso. Una delle speranze riguarda i tunnel di alcuni impianti idroelettrici investiti dall'alluvione, dove potrebbero essere rimasti intrappolati centinaia di lavoratori. Le squadre specializzate stanno tentando di raggiungere le gallerie e verificare la presenza di eventuali sacche nelle quali possa essere sopravvissuto qualcuno.

A complicare le operazioni sono la quantità di detriti accumulati, l'interruzione delle vie di comunicazione e l'instabilità di una vasta area montuosa. Con il passare delle ore, tuttavia, diminuiscono le possibilità di trovare altre persone vive.

Il disastro partito dall'Himalaya

Le ricostruzioni indicano come origine della catastrofe una gigantesca valanga di roccia e ghiaccio sul versante settentrionale del Langtang Lirung, nell'Himalaya nepalese. La massa avrebbe investito il corso del Lhende Khola, innescando un'onda di piena che ha raggiunto il confine sino-nepalese a Rasuwagadhi e si è propagata nel Bhotekoshi, chiamato più a valle Trishuli.

La piena ha investito insediamenti, strade, ponti e centrali idroelettriche, trascinando persone e abitazioni per chilometri. I corpi sono stati recuperati in numerosi distretti lungo il corso dei fiumi, a testimonianza della violenza e dell'estensione geografica dell'evento.

Solo una piccola parte delle vittime recuperate è stata finora formalmente identificata e riconsegnata alle famiglie. Il lavoro di identificazione rappresenta una delle operazioni più difficili dell'emergenza, insieme alla ricerca dei dispersi.

Il bilancio anche in Tibet

La catastrofe non si ferma al confine. Anche il versante tibetano è stato colpito dall'ondata distruttiva. Il quadro complessivo resta in evoluzione, con centinaia di persone ancora disperse anche nel territorio amministrato dalla Cina e operazioni di soccorso attive su entrambi i lati della frontiera.

La riapertura di alcune vie di collegamento sta consentendo di portare mezzi pesanti e aiuti nelle aree rimaste isolate. Nepal e Cina stanno inoltre condividendo dati e immagini satellitari per valutare la stabilità dei versanti e il rischio di nuovi fenomeni.

Il nodo dei sistemi di allerta

La tragedia ha riaperto il problema della sicurezza delle comunità himalayane esposte al rapido cambiamento dell'ambiente glaciale. Il governo nepalese sta lavorando alla ricostruzione e al potenziamento del sistema di allerta lungo il confine settentrionale, dopo che parte delle infrastrutture di monitoraggio è stata distrutta dalla piena.

Il progetto prevede sensori sismici, telecamere e collegamenti satellitari capaci di funzionare anche in caso di interruzione delle reti mobili. L'obiettivo è ridurre i tempi di allarme in territori nei quali frane, valanghe di roccia e ghiaccio e piene improvvise possono svilupparsi con una rapidità estrema.

Mentre si apre già il capitolo della ricostruzione, la priorità resta però trovare i dispersi. Per migliaia di famiglie, a una settimana dal disastro, l'emergenza non è ancora finita.