di Paola Iandolo
E' il giorno dell'udienza di fronte al tribunale del Riesame per Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell'attentato dinamitardo organizzato lo scorso ottobre ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci. Attentato poi portato a termine dagli irpini Antonio Passariello, suo figlio biologico Pellegrino D'Avino e un giovane di Sperone Saverio Mutone (in carcere) e Marika De Filippis (ai domiciliari). L'obiettivo di Lavitola è quello di argomentare ancora più nei dettagli quanto riferito durante l'interrogatorio di garanzia, per provare a convincere i magistrati a concedergli i domiciliari.
La difesa
L'imprenditore dovrebbe presentarsi davanti ai giudici con una memoria approfondita che suffraga la propria versione dei fatti, ovvero che l'attentato dinamitardo contro Ranucci sarebbe stato organizzato per difendere lo stesso giornalista.Stando a quanto riferito finora, in questo contesto, sarebbe venuto a conoscenza di una serie di minacce nei confronti di Ranucci stesso e avrebbe, così, organizzato l'attentato solamente per attirare l'attenzione e per favorire un incremento della scorta. Stando ai pm e agli inquirenti, invece, l'obiettivo di Lavitola potrebbe esser stato quello di favorire un eventuale ingresso in politica di Ranucci, accrescendone la popolarità.
Le motivazioni del Riesame per gli irpini rimasti in carcere
Lo stesso tribunale del Riesame di Roma - che ha lasciato in carcere Pellegrino D'Avino di Avella, suo padre Antonio Passariello di Cicciano, il complice Saverio Mutone e ai domiciliari Marika De Filippis, ha scritto che con l’attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso ottobre è stata portata a termine “un'azione programmata ed eseguita su mandato di un soggetto sovraordinato, sorretta da un'organizzazione capace di assicurare agli esecutori appoggio e protezione e attuata mediante modalità oggettivamente idonee a evocare, agli occhi della persona offesa, la forza intimidatrice tipica dell'agire mafioso”. Questa una parte delle motivazioni legate alla decisione con cui lo scorso luglio sono state confermate le misure cautelari nei confronti della banda di quattro persone, tre in carcere e una ai domiciliari, accusate di aver compiuto l’attentato dinamitardo fuori dall’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci, riconoscendo anche l’aggravante del metodo mafioso.
La sussistenza delle esigenze cautelari
Per i giudici del tribunale del Riesame di Roma sussistono, dunque, le esigenze cautelari così come già “correttamente riconosciuto, nell'impostazione accusatoria recepita e approfondita dal gip” a partire dal “pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie, desumibile anzitutto dalle modalità dell'azione, preceduta da sopralluogo e realizzata attraverso la ripartizione dei compiti, l'impiego di materiale esplosivo e il coinvolgimento in un contesto criminale strutturato, che rivelano una non occasionale disponibilità a fornire un apporto consapevole alla programmazione e alla gestione di condotte di particolare gravità”.