Da Mosca alla politica italiana, il filo che accompagna Roberto Vannacci è tornato al centro dell'attenzione proprio mentre Futuro Nazionale comincia a diventare un problema elettorale concreto per il centrodestra. Il generale respinge ogni insinuazione su rapporti occulti con il Cremlino, nega finanziamenti russi e sostiene che le sue posizioni rispondano esclusivamente all'interesse italiano. Ma attorno al suo movimento stanno emergendo biografie, frequentazioni e relazioni che spiegano perché il dossier venga osservato con crescente attenzione anche fuori dall'Italia.
Il Financial Times ha descritto Vannacci come un possibile “cavallo di Troia” dell'influenza russa nel sistema politico italiano. Non è la prova di un legame operativo con Mosca, ma un giudizio politico costruito sulle posizioni del generale, sul suo passato diplomatico e sulle persone che orbitano attorno al nuovo partito. Il tema è diventato ancora più sensibile mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affermato che non possono essere esclusi tentativi russi di interferire nelle elezioni europee, Italia compresa.
Gli anni nell'ambasciata di Mosca
Il rapporto di Vannacci con la Russia nasce prima della sua avventura politica. Tra il 2021 e il maggio 2022 fu addetto per la Difesa presso l'ambasciata italiana a Mosca, con accreditamenti anche in altri Paesi dell'area ex sovietica. Era una funzione istituzionale, non un incarico politico, e di per sé non dimostra alcuna simpatia per il governo ospitante.
Secondo testimonianze raccolte dal Financial Times, tuttavia, durante quel periodo il generale avrebbe sostenuto l'opportunità di recuperare un rapporto di cooperazione con la Russia e avrebbe mostrato scetticismo sulla possibilità di un'invasione su larga scala dell'Ucraina. Dopo il 24 febbraio 2022 avrebbe inoltre continuato a considerare molto elevate le possibilità di una rapida vittoria militare russa. Sono ricostruzioni attribuite a diplomatici che lavoravano allora nella capitale russa, non documenti che dimostrino un rapporto politico con il Cremlino.
Vannacci lasciò Mosca nel maggio 2022, quando la Federazione Russa espulse diplomatici e militari italiani in risposta alle espulsioni decise dal governo di Mario Draghi dopo l'invasione dell'Ucraina. Anche questo elemento è importante per distinguere i fatti dalle interpretazioni: l'allontanamento non fu una rottura personale tra il generale e Vladimir Putin, ma parte della rappresaglia diplomatica tra i due Paesi.
La Russia entra nel programma politico
Oggi, però, il rapporto con Mosca non appartiene più soltanto alla biografia militare del generale. È diventato politica. Nel programma di Futuro Nazionale viene chiesta la riapertura dei canali con la Federazione Russa, anche in funzione dei costi energetici, mentre l'invio prolungato di armi all'Ucraina viene giudicato contrario agli interessi italiani senza una parallela strategia negoziale.
Il partito rifiuta inoltre l'idea che l'Italia debba adeguarsi automaticamente alle richieste degli alleati sulla spesa militare e contesta l'obiettivo del 5 per cento del Pil indicato in ambito Nato. Vannacci sostiene comunque di non volere un'Italia fuori dall'Alleanza Atlantica o dall'Unione europea, ma un Paese capace di utilizzare entrambe senza esserne, nella sua definizione, “succube”.
È una linea che avvicina il movimento alle forze europee più critiche verso la strategia occidentale sulla guerra. Al Forum Teha di Cernobbio, pochi giorni fa, Vannacci ha accusato l'Unione europea di incoerenza per il sostegno militare a Kiev mentre continua ad acquistare energia russa.
Gli uomini della galassia di Futuro Nazionale
Più delicata è la questione delle persone che si sono avvicinate al nuovo partito. Una ricostruzione di Repubblica segnala una serie di figure provenienti da ambienti italiani apertamente filorussi, da associazioni che coltivano rapporti con il mondo russo e da circuiti vicini all'eurasianismo di Aleksandr Dugin.
Tra i nomi citati c'è Eliseo Bertolasi, analista e giornalista italiano che nel novembre 2025 ha ricevuto direttamente da Vladimir Putin l'Ordine dell'Amicizia al Cremlino. La circostanza è documentata anche da immagini dell'agenzia Reuters. Bertolasi è attivo da tempo negli ambienti russòfili europei e ha lavorato sui territori ucraini occupati dalla Russia.
Nella stessa area vengono indicati esponenti e attivisti che hanno avuto rapporti con il consolato russo, associazioni favorevoli a una ricostruzione dei rapporti tra Italia e Russia e persone vicine al pensiero di Dugin. La presenza di queste figure non consente, da sola, di sostenere che Futuro Nazionale sia diretto o finanziato da Mosca. Mostra però l'esistenza di un ambiente politico nel quale la lettura russa della crisi dell'ordine europeo trova ascolto e interlocutori.
In Veneto, intanto, Stefano Valdegamberi ha costituito ufficialmente nel gruppo misto del Consiglio regionale la componente denominata Futuro Nazionale. La nascita della componente è attestata dagli atti ufficiali della Regione Veneto, mentre Valdegamberi ha successivamente assunto un ruolo organizzativo nel partito nel Nordest.
Il nodo dei giornali locali
È sul terreno dell'informazione che la vicenda diventa ancora più sensibile. Luca Carleo era stato nominato a fine luglio responsabile vicario di Futuro Nazionale in Lombardia, con delega per la Città metropolitana di Milano. Si è dimesso quasi immediatamente dopo che è emerso il suo coinvolgimento nell'inchiesta della Procura di Milano sul gruppo Ops. I magistrati stanno indagando su presunte frodi finanziarie e hanno chiesto nei suoi confronti una misura cautelare: le accuse sono ancora oggetto del procedimento e non equivalgono a una condanna.
Carleo aveva ricoperto incarichi di vertice nel gruppo Ops Retail, già Netweek, che controlla numerose testate locali. Nel consiglio di amministrazione sedeva anche sua moglie, Iana Permiakova. Il curriculum depositato nell'ambito di società quotate documenta che tra il 2011 e il 2016 Permiakova lavorò nel Dipartimento del Servizio Stampa e dell'Informazione del governo della Federazione Russa a Mosca.
È un dato biografico significativo, ma va tenuto distinto da qualsiasi ipotesi di attività attuale per conto di Mosca. Permiakova vive da anni in Italia e, secondo quanto dichiarato a Repubblica, sostiene di non avere più rapporti con la Federazione Russa se non quelli familiari con i genitori. Nei giorni scorsi si è dimessa dal consiglio di amministrazione di Ops Retail, motivando la decisione con ragioni personali. La società ha confermato formalmente le dimissioni.
Il punto politico nasce dall'incrocio tra questi elementi: un dirigente appena nominato in un partito in forte crescita, un gruppo editoriale radicato nell'informazione locale e una consigliera con un passato professionale nella struttura di comunicazione del governo russo. Non esistono però, allo stato delle informazioni pubbliche, elementi sufficienti per trasformare questa sequenza in una prova di interferenza russa sull'attività editoriale o politica.
Le accuse e la risposta del generale
Vannacci ha reagito con durezza alla definizione del Financial Times. Ha sostenuto che l'accusa di essere uno strumento di Mosca non sia accompagnata da prove e ha interpretato l'attenzione internazionale come il segnale della paura suscitata dalla crescita di Futuro Nazionale. Il generale rivendica di avere conoscenze e rapporti personali in Russia, ma respinge l'esistenza di finanziamenti o legami clandestini con il Cremlino.
Questa distinzione resta fondamentale. Nelle informazioni pubblicamente disponibili non è emersa finora una prova di un rapporto finanziario, operativo o di comando tra Vannacci, il suo partito e le autorità russe. Anche analisi molto critiche sul suo entourage riconoscono che i dati open source non permettono di arrivare a quella conclusione.
Ciò che invece è documentabile è una convergenza politica su alcuni temi: opposizione alla linea occidentale seguita durante la guerra in Ucraina, volontà di riaprire rapidamente i rapporti economici con Mosca, forte critica all'assetto dell'Unione europea e rifiuto di un aumento automatico degli impegni militari richiesti dalla Nato.
Il vero problema per Meloni
Per Giorgia Meloni il dossier è perciò prima di tutto politico. Futuro Nazionale, nato soltanto nel 2026, viene indicato negli ultimi sondaggi attorno al 7,5 per cento, davanti sia a Forza Italia sia alla Lega in alcune rilevazioni. È una crescita che rende Vannacci troppo grande per essere ignorato ma potenzialmente troppo ingombrante per essere assorbito senza conseguenze nella coalizione.
La premier ha costruito una parte decisiva della propria credibilità internazionale sul sostegno all'Ucraina, sulla fedeltà alla Nato e sul rapporto con gli alleati occidentali. Un accordo elettorale con un movimento che chiede una svolta nei rapporti con Mosca potrebbe aprire tensioni sia dentro la maggioranza sia nelle cancellerie europee.
Per Vannacci, al contrario, quella distanza è parte dell'offerta politica. Il generale prova a raccogliere una destra che considera troppo prudente la svolta governativa di Meloni e troppo accomodante la linea europea della maggioranza. Ha già definito Futuro Nazionale un interlocutore naturale del centrodestra, ma senza rinunciare ai propri principi.
È qui che il tema della Russia smette di essere soltanto una storia di frequentazioni. Diventa una questione di collocazione internazionale dell'Italia. Il vero interrogativo non è se ogni persona vicina a Vannacci e a Mosca faccia parte di un unico disegno, perché allo stato non esistono elementi per sostenerlo. È capire quanto quella galassia possa pesare sulle scelte di un partito che, per la prima volta, sembra avere numeri sufficienti per condizionare il futuro della destra italiana.