La madre le ha cercate per quattro mesi, passando da ospedali a uffici pubblici, senza riuscire a sapere dove fossero finite. Quando finalmente, a maggio, ha potuto rivedere Taraneh e Romina Rahimi nel carcere di Dowlatabad, a Isfahan, ha faticato a riconoscere le sue figlie. Avevano il volto gonfio, lividi sul corpo e ferite alle mani e ai piedi. In alcuni punti, secondo il racconto consegnato dalla famiglia al Guardian, mancavano ciocche di capelli.

Le due gemelle avevano 19 anni ed erano ancora studentesse quando uomini mascherati entrarono di notte nella loro abitazione e le portarono via. Secondo la ricostruzione dei familiari, gli uomini sarebbero stati inviati dalle Guardie rivoluzionarie iraniane. Le ragazze avevano partecipato alle manifestazioni antigovernative dell’8 e 9 gennaio 2026 a Isfahan, nel pieno della nuova ondata di proteste che aveva investito numerose città dell’Iran.

Quattro mesi senza sapere dove fossero

Per settimane Marzieh Nourmohammadi, che ha cresciuto da sola le figlie, non ha ricevuto alcuna informazione ufficiale. La ricerca si è conclusa soltanto con una telefonata che comunicava alla famiglia che le due ragazze erano detenute a Dowlatabad.

A raccontare cosa sarebbe accaduto dietro le mura del carcere è stato anche Masoud Nourmohammadi, cugino delle gemelle residente negli Stati Uniti. Secondo la sua testimonianza, Taraneh e Romina sarebbero state tenute in isolamento e sottoposte a violenze durante gli interrogatori. La madre, al momento del primo incontro, avrebbe notato gomiti, nocche e piedi lesionati, oltre ai segni lasciati sul cuoio capelluto. Il cugino sostiene che le detenute venissero trascinate da una cella all’altra afferrandole per i capelli. Si tratta di accuse formulate dalla famiglia e rilanciate dalla stampa internazionale, sulle quali non risulta una verifica indipendente all’interno del sistema carcerario iraniano.

La pressione più grave sarebbe stata esercitata su Taraneh per ottenere una confessione. Secondo la ricostruzione, le sarebbe stato detto che, se non avesse firmato, le guardie avrebbero abusato della sorella davanti a lei. Gli avvocati hanno riferito che la giovane avrebbe successivamente dichiarato davanti ai giudici che le sue ammissioni erano state ottenute con la tortura.

La condanna a morte e il nodo della pena di Romina

La vicenda giudiziaria è confluita nel procedimento noto come caso di piazza Shohada, celebrato davanti al Tribunale rivoluzionario di Isfahan. A fine agosto sono emerse le sentenze di primo grado contro 16 imputati arrestati dopo le proteste di gennaio. Dieci, tra i quali Taraneh Rahimi, sono stati condannati a morte. Le accuse comprendono la moharebeh, cioè il reato definito dalla legislazione iraniana come «guerra contro Dio», oltre al danneggiamento di beni pubblici, alla collusione contro lo Stato e alla propaganda contro il regime.

Secondo Hengaw e HRANA, nell’atto di accusa non sarebbe stato contestato direttamente agli imputati l’omicidio delle due persone morte durante gli scontri, una delle quali appartenente alle Guardie rivoluzionarie. Le stesse organizzazioni sostengono che non siano state presentate prove in grado di collegare direttamente gli imputati a quelle morti. Un video acquisito agli atti mostrerebbe inoltre Taraneh mentre tenta di fermare alcune persone che stavano picchiando uno dei due uomini poi deceduti.

Sul destino giudiziario di Romina Rahimi resta invece una discrepanza tra le ricostruzioni disponibili. Il Guardian, sulla base delle informazioni ricevute dalla famiglia, riferisce una condanna a 25 anni di carcere. Hengaw e HRANA, nei resoconti pubblicati il 31 agosto sulle sentenze di primo grado, indicano invece una pena complessiva di 36 anni. È quindi prudente non considerare definitivo il dato dei 25 anni fino a un chiarimento formale sulla sentenza e sulle modalità con cui le diverse pene dovranno essere eseguite.

La paura come strumento di repressione

Per la famiglia, la sproporzione delle condanne ha un significato che va oltre il singolo procedimento. Il timore è che casi come quello delle due gemelle vengano utilizzati per trasmettere un messaggio a chiunque pensi di tornare nelle strade: partecipare a una protesta può avere conseguenze estreme anche quando non viene provata una responsabilità diretta in episodi di violenza.

Il caso delle sorelle Rahimi si inserisce infatti in una repressione molto più ampia seguita alle manifestazioni di gennaio. Amnesty International ha denunciato un aumento delle condanne capitali contro persone arrestate durante le proteste e ha riferito che, nella sola provincia di Isfahan, più di 70 manifestanti sarebbero stati condannati a morte secondo le informazioni raccolte dalle organizzazioni iraniane per i diritti umani.

Dall’inizio del 2026 l’Iran ha eseguito più di 500 condanne a morte. Almeno 29 esecuzioni risultano collegate alle proteste di gennaio. Il Guardian riferisce inoltre che almeno 16 donne figurano tra le persone giustiziate nel corso dell’anno. Il dato non significa però che tutte e 16 fossero state condannate per la partecipazione alle manifestazioni, distinzione che nelle prime ricostruzioni del caso era rimasta poco chiara.

Il 12 agosto più di trenta Paesi, insieme all’Unione europea, hanno condannato pubblicamente il ricorso alla pena capitale da parte della Repubblica islamica dell’Iran, chiedendo a Teheran di fermare le esecuzioni e liberare le persone detenute arbitrariamente. Nel documento congiunto viene contestato in particolare l’uso della pena di morte come strumento per intimidire la popolazione e reprimere il dissenso.

Per Taraneh, che secondo la famiglia sognava di aprire un giorno un allevamento di cavalli, la minaccia è ora quella dell’impiccagione. Per Romina si apre invece la prospettiva di una lunga detenzione. Dopo la conclusione del processo, i familiari non hanno più potuto vedere le due giovani.