Francesco Gianello poteva essere salvato. È questa la conclusione più pesante della perizia depositata davanti alla Corte d’Assise di Vicenza nel processo per la morte del ragazzo di 14 anni, deceduto nel gennaio 2024 per un osteosarcoma al femore. Secondo gli esperti nominati dalla Corte, Antonello Cirnelli e Franca Fagioli, il rispetto dei protocolli oncologici, con chemioterapia e chirurgia, avrebbe offerto al ragazzo una concreta possibilità di sopravvivenza. Una valutazione destinata ora a pesare sul processo ai genitori, Luigi Gianello e Martina Binotto, imputati per omicidio volontario con dolo eventuale.
Non è ancora una sentenza e la responsabilità penale dei due imputati dovrà essere stabilita dai giudici. Ma la perizia affronta proprio il punto decisivo del procedimento: capire se esista un rapporto causale tra il rinvio delle terapie oncologiche e la morte di Francesco. La difesa aveva contestato che fosse possibile affermare con certezza che cure tempestive avrebbero cambiato il destino del ragazzo. Gli esperti incaricati dalla Corte arrivano invece a una conclusione diversa.
Il dolore alla gamba e la diagnosi
La storia comincia alla fine del 2022. Francesco, allora studente delle medie, avverte forti dolori a una gamba. Gli accertamenti portano la famiglia fino all’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, centro di riferimento nazionale per le patologie dell’apparato muscolo-scheletrico. La diagnosi è drammatica: un osteosarcoma al femore, un tumore osseo aggressivo.
I medici indicano la necessità di proseguire rapidamente con gli approfondimenti e con il percorso oncologico. Vengono programmati esami, biopsia e terapie. Ma proprio in quella fase la famiglia cambia strada. I genitori si rivolgono a persone che seguono le teorie di Ryke Geerd Hamer, l’ex medico tedesco ideatore della cosiddetta Nuova Medicina Germanica. Secondo l’accusa, quel passaggio avrebbe determinato il rinvio delle cure scientificamente validate.
Il metodo Hamer parte dall’idea, mai dimostrata scientificamente, che malattie anche gravissime come il cancro derivino da conflitti psicologici e che la guarigione dipenda dalla loro risoluzione. L’Istituto Superiore di Sanità sottolinea che non esistono evidenze scientifiche a sostegno di queste teorie. Anche AIRC le definisce uno pseudo-metodo e avverte che il pericolo maggiore consiste proprio nel ritardare o abbandonare terapie efficaci mentre il tumore continua a progredire.
Le cure oncologiche rinviate
Secondo quanto ricostruito nel procedimento, dopo la diagnosi la famiglia avrebbe interrotto il percorso indicato dagli specialisti. Al ragazzo sarebbero stati proposti trattamenti con argilla, antinfiammatori e altre pratiche alternative. La chemioterapia sarebbe arrivata soltanto più tardi, quando la malattia aveva ormai compiuto un percorso molto diverso da quello che i medici avrebbero voluto contrastare sin dall'inizio.
Nel febbraio scorso i consulenti della Procura di Vicenza, il medico legale Andrea Porzionato e l’ortopedico oncologo Andrea Angelini, avevano già sostenuto in aula che un trattamento iniziato tempestivamente avrebbe potuto prolungare la vita di Francesco e gli avrebbe dato possibilità concrete di superare la malattia. Avevano indicato anche una stima del 40 per cento di probabilità di superare i vent’anni, valutazione contestata dai consulenti della difesa, secondo i quali l’aggressività del tumore rendeva impossibile stabilire quale sarebbe stato l’esito individuale.
È proprio su questo contrasto che la Corte ha chiesto una valutazione indipendente. La relazione depositata il 7 settembre rafforza ora la tesi secondo cui il fattore tempo sarebbe stato determinante. Per Cirnelli e Fagioli, seguire i protocolli chemioterapici e chirurgici avrebbe potuto salvare il quattordicenne.
L’ipotesi sull’Artemisia
Nella perizia compare anche un elemento nuovo e ancora da chiarire. Gli esperti segnalano la possibilità che durante il periodo delle terapie alternative siano state utilizzate sostanze riconducibili all’Artemisia, con possibili effetti neurotossici. È un’ipotesi tecnica, non un fatto già accertato giudiziariamente, e dovrà essere approfondita nel contraddittorio tra accusa, difesa e consulenti.
Il punto centrale della relazione resta comunque un altro: il possibile nesso fra il ritardo del trattamento oncologico e il decesso. È su questo terreno che si misura l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale, contestazione particolarmente grave perché presuppone, nella prospettazione della Procura, che gli imputati abbiano agito accettando il rischio delle conseguenze delle proprie decisioni. Sarà la Corte d’Assise a stabilire se questa ricostruzione reggerà alla prova del processo.
Il peggioramento e la corsa in ospedale
Intanto il tumore avanzava. Dopo mesi di percorsi alternativi e visite in diverse strutture, le condizioni di Francesco peggiorarono drasticamente. All’inizio del gennaio 2024 il ragazzo cominciò ad avere gravi difficoltà respiratorie. Venne ricoverato all’ospedale San Bortolo di Vicenza. Morì il 14 gennaio, a 14 anni.
Il caso arrivò alla magistratura anche dopo una segnalazione ai servizi sociali, intervenuta quando le condizioni dell’adolescente erano ormai molto gravi. La Procura di Vicenza, con il pubblico ministero Paolo Fietta, aprì l’indagine che avrebbe poi portato i genitori davanti alla Corte d’Assise.
Il pentimento dei genitori
C’è un aspetto che rende questa vicenda ancora più dolorosa. Dopo la morte del figlio, gli stessi genitori hanno pubblicamente preso le distanze dalla strada seguita. Luigi Gianello ha invitato le altre famiglie a rivolgersi agli ospedali. Martina Binotto, ascoltata nel processo, ha detto che oggi non curerebbe più il figlio in quel modo. Sono parole che appartengono al dramma umano di due genitori, ma non cancellano il giudizio che la magistratura è chiamata a formulare sulle loro scelte.
Il processo, infatti, non deve stabilire se una convinzione personale sia moralmente accettabile. Deve accertare se, davanti a una diagnosi oncologica di un figlio minorenne, il rifiuto o il rinvio delle cure abbia contribuito causalmente alla sua morte e quale consapevolezza accompagnasse quelle decisioni.
La nuova perizia consegna ai giudici una risposta netta almeno sul terreno medico: per gli esperti della Corte, una possibilità c’era. Francesco Gianello non era un ragazzo per il quale la medicina non aveva più nulla da tentare. Avrebbe potuto ricevere chemioterapia, chirurgia e assistenza oncologica quando il tumore era stato individuato. Non sapremo mai quale sarebbe stato il suo futuro. Ma, secondo i periti, quel futuro poteva esserci.
La prossima udienza è fissata per il 16 settembre, quando la relazione entrerà nel confronto processuale e accusa e difesa torneranno a misurarsi sul nesso fra le cure rinviate e la morte del quattordicenne.