Otto mesi dopo la strage di Crans-Montana, l’inchiesta torna su una domanda che accompagna il caso fin dalle prime settimane: chi sapeva che il Le Constellation era esposto a un grave rischio di incendio e perché quel pericolo non fu eliminato? A rendere ancora più pesante l’interrogativo è una mail del 2019 attribuita a Rose-Marie Clavien, allora responsabile dell’edilizia del Comune, nella quale veniva segnalata la possibilità che la schiuma fonoassorbente utilizzata nel locale prendesse fuoco.

La scoperta ha portato a 17 il numero delle persone sotto inchiesta per il rogo della notte di Capodanno, costato la vita a 41 persone e nel quale altre 115 sono rimaste ferite, molte in modo grave. Clavien, che ha ricoperto l’incarico tra il 2017 e il 2024, era stata convocata il 28 agosto come persona informata sui fatti. Dopo essersi avvalsa della facoltà di non rispondere sul punto, è stata iscritta tra gli indagati. Come per tutti gli altri coinvolti nell’inchiesta, l’iscrizione non equivale ad accertamento di responsabilità.

L’allarme scritto sei anni prima della strage

La mail, riportata inizialmente dal quotidiano svizzero Tages-Anzeiger, assume un peso particolare perché risale a molti anni prima dell’incendio. Il messaggio richiamava l’attenzione sulla schiuma utilizzata per l’isolamento acustico del locale e sul rischio che il materiale potesse favorire un incendio. Un elemento che sposta ancora una volta l’attenzione sui controlli effettuati dal Comune e sulle informazioni disponibili agli uffici pubblici prima della tragedia.

Il materiale fonoassorbente installato sul soffitto è da mesi al centro degli accertamenti degli inquirenti per il ruolo avuto nella rapidissima propagazione delle fiamme. Già l’ultimo controllo comunale del maggio 2019 aveva evidenziato diversi aspetti della sicurezza del locale, mentre successivamente le verifiche antincendio si erano interrotte per anni. Il Comune ha ammesso che tra il 2020 e il 2025 non vennero effettuati i previsti controlli periodici al Constellation.

Anche i gestori conoscevano il pericolo

L’email dell’amministrazione non è l’unico documento precedente alla strage nel quale compare il rischio legato alla schiuma. Il 13 dicembre 2019 anche Jessica Moretti, che gestiva il locale insieme al marito Jacques Moretti, aveva inviato ai dipendenti una raccomandazione sull’utilizzo delle fontane pirotecniche, avvertendo del pericolo nel caso in cui le scintille avessero raggiunto il rivestimento del soffitto. Davanti ai magistrati, durante l’interrogatorio del 5 giugno, la titolare ha ridimensionato il significato di quel messaggio.

I coniugi Moretti sono indagati nell’inchiesta sulla strage. Le verifiche devono chiarire non soltanto le caratteristiche della schiuma e le modalità con cui venne installata, ma anche quali prescrizioni fossero state impartite nel tempo e se fossero state rispettate. Nelle scorse settimane sono inoltre emersi nuovi dubbi sulla provenienza del materiale e sulla documentazione relativa ai lavori eseguiti nel locale.

I controlli mancati e le responsabilità del Comune

Il nuovo elemento si inserisce in un’inchiesta che da mesi sta ricostruendo il funzionamento della macchina amministrativa di Crans-Montana. Tra gli indagati figurano anche l’attuale sindaco Nicolas Féraud e diversi responsabili ed ex responsabili della sicurezza e dell’edilizia comunale.

Uno dei passaggi già emersi riguarda le difficoltà del servizio incaricato dei controlli. Ken Jacquemoud, ex responsabile della sicurezza comunale, aveva riferito agli inquirenti che gli uffici soffrivano di carenze di personale e problemi informatici e che il Comune era stato informato della situazione. Lo stesso Jacquemoud aveva eseguito l’ultima ispezione al Constellation nel 2019.

A rendere ancora più delicato il quadro ci sono le verifiche effettuate nel 2020 sugli appartamenti dell’edificio che ospitava il locale. Un’ispezione sui camini aveva individuato irregolarità e potenziali rischi di incendio in numerose abitazioni. In quel caso furono impartite prescrizioni ai proprietari, mentre il locale pubblico al piano inferiore sarebbe rimasto senza controlli antincendio per gli anni successivi.

Le famiglie chiedono perché nessuno intervenne

Per i parenti delle vittime, la mail del 2019 apre un capitolo particolarmente doloroso. Andrea Costanzo, padre della sedicenne Chiara Costanzo, vuole che venga accertato se l’amministrazione fosse effettivamente consapevole del rischio e, soprattutto, per quale motivo non siano state adottate misure capaci di eliminarlo. Anche i legali delle famiglie considerano il documento un elemento rilevante per ricostruire la catena delle eventuali omissioni.

Lo stesso senso di inquietudine emerge dalle parole dei familiari dei sopravvissuti. Valentino Giola, padre di Giuseppe, e Umberto Marcucci, padre di Manfredi, tornano a chiedere che l’inchiesta chiarisca cosa accadde negli anni precedenti alla tragedia, quali informazioni circolassero tra Comune e gestori e perché documenti oggi considerati importanti siano emersi soltanto a distanza di mesi.

Ora l’inchiesta cerca chi sapeva e quando

L’indagine non riguarda più soltanto ciò che avvenne nelle ore della festa di Capodanno. Il lavoro degli inquirenti si sta spostando sempre più indietro nel tempo, verso i lavori di ristrutturazione, le autorizzazioni, le ispezioni, i messaggi interni e le decisioni amministrative che precedettero il rogo.

La mail attribuita a Rose-Marie Clavien potrebbe diventare uno dei passaggi decisivi proprio perché documenta che il problema della schiuma era stato sollevato molto prima della tragedia. Resta da stabilire chi ricevette quella segnalazione, quali provvedimenti seguirono e perché il rivestimento rimase nel locale fino alla notte in cui le fiamme trasformarono il Constellation in una trappola.