Prevenire prima che la sofferenza diventi emergenza. È questa la sfida che riguarda bambini, adolescenti e giovani esposti a forme di disagio psicologico, autolesionismo e rischio suicidario. Una sfida che passa dalla capacità degli adulti di riconoscere i segnali, dalla presenza di servizi accessibili e dalla costruzione di ambienti nei quali chiedere aiuto non sia vissuto come una colpa o una vergogna.

Il tema torna al centro dell'attenzione alla vigilia della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, che si celebra il 10 settembre. Per il triennio 2024-2026 l'Organizzazione mondiale della sanità ha scelto il messaggio “Changing the narrative on suicide”, cambiare la narrazione del suicidio, accompagnato dall'invito ad aprire la conversazione, ridurre lo stigma e sostituire alla cultura del silenzio una maggiore capacità di ascolto e comprensione.

Proprio il 10 settembre Genova ospiterà il convegno “Il suicidio in età evolutiva: dalla clinica al trattamento”, inserito nel programma del quinto Convegno nazionale degli specializzandi in Neuropsichiatria infantile. L'appuntamento, promosso nell'ambito delle iniziative della Società italiana di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza, riunirà esperti provenienti da diverse realtà accademiche e sanitarie. La sede aggiornata indicata dagli organizzatori è il Centro Congressi dei Magazzini del Cotone, al Porto Antico di Genova.

Il disagio che arriva fino al pronto soccorso

Il quadro descritto dagli specialisti mostra quanto sia diventato urgente intercettare la sofferenza prima che raggiunga il livello dell'emergenza. In Italia il suicidio resta una delle principali cause di morte nella popolazione giovanile. Secondo i dati richiamati dagli esperti, tra i 15 e i 29 anni rappresenta la terza causa di morte dopo incidenti stradali e tumori e, tra i maschi, assume un peso ancora maggiore.

Ancora più difficile da misurare è il fenomeno dei tentativi di suicidio. Nell'infanzia il suicidio resta un evento raro, ma pensieri di morte, ideazione suicidaria e comportamenti autolesivi possono comparire già durante l'età scolare. È proprio in questa fase che la capacità di genitori, insegnanti e operatori sanitari di riconoscere un cambiamento profondo nel comportamento può diventare decisiva.

A fotografare la pressione crescente sui servizi sono anche i dati dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Le consulenze neuropsichiatriche effettuate nel pronto soccorso dell'ospedale sono passate dalle 155 del 2011 alle 1.675 del 2025. Nello stesso arco di tempo, gli accessi per autolesionismo, ideazione suicidaria e tentato suicidio sono aumentati da 12 a 445.

Per Stefano Vicari, responsabile della Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza del Bambino Gesù e professore ordinario all'Università Cattolica del Sacro Cuore, quei numeri indicano che la sofferenza di bambini e ragazzi raggiunge sempre più frequentemente le strutture di emergenza. Il punto, sottolinea, non è alimentare allarmismi, ma evitare che segnali come ritiro sociale, disperazione, autolesionismo o frasi legate al desiderio di non esserci più vengano liquidati come semplici manifestazioni dell'età.

Parlare apertamente con un adolescente del suo disagio, anche quando emergono pensieri di morte, non significa suggerirgli un comportamento. Può invece creare lo spazio necessario perché racconti ciò che sta vivendo e perché un adulto possa attivare un percorso di aiuto.

Autolesionismo e rischio suicidario non sono la stessa cosa

Un adolescente su cinque in Europa sperimenta forme di autolesionismo. Si tratta spesso di comportamenti intenzionali, come tagli, ustioni o escoriazioni, che possono essere ripetuti nel tempo ma non implicano necessariamente una volontà di morire.

La distinzione è fondamentale per evitare semplificazioni. Autolesionismo e comportamento suicidario sono fenomeni differenti, ma possono essere collegati. Chi mette in atto comportamenti autolesivi presenta infatti una vulnerabilità maggiore e richiede per questo un'attenzione precoce, senza attribuire automaticamente a ogni gesto un'intenzione suicidaria.

L'adolescenza rappresenta una fase particolarmente delicata. I grandi cambiamenti neurobiologici, emotivi e relazionali possono accompagnarsi a una maggiore impulsività e sensibilità agli eventi interpersonali. Depressione, precedenti tentativi, bullismo e cyberbullismo, consumo di sostanze, conflitti familiari, isolamento e difficoltà nelle relazioni con i coetanei possono aumentare il rischio.

Esistono però anche fattori di protezione sui quali è possibile intervenire. Relazioni familiari solide, appartenenza alla comunità scolastica, legami positivi con i pari, capacità di regolare le emozioni e presenza di adulti significativi possono ridurre la vulnerabilità e soprattutto rendere più facile chiedere aiuto.

Famiglia e scuola, la prima rete di protezione

È nella vita quotidiana che una parte importante della prevenzione può prendere forma. Per Elisa Fazzi, presidente della SINPIA, il comportamento suicidario nasce dall'interazione di più elementi, dalle vulnerabilità individuali ai fattori emotivi, relazionali e ambientali. Per questo la prevenzione non può cominciare soltanto davanti a una crisi già esplosa.

L'obiettivo è promuovere il benessere neuropsichiatrico fin dall'infanzia e rafforzare le capacità emotive e relazionali, costruendo intorno ai più giovani una rete di adulti in grado di ascoltare. Chiedere aiuto, nella prospettiva indicata dalla presidente della società scientifica, deve diventare un comportamento normale, non qualcosa da nascondere.

La famiglia resta uno dei principali elementi protettivi. Comunicazione, disponibilità emotiva e qualità delle relazioni possono ridurre il senso di isolamento. Ma un ruolo altrettanto strategico è affidato alla scuola, luogo nel quale i ragazzi trascorrono una parte significativa delle loro giornate e dove spesso diventano visibili i primi cambiamenti.

Formare gli insegnanti, contrastare bullismo e cyberbullismo, sviluppare competenze socio-emotive e stabilire procedure chiare per accompagnare gli studenti in difficoltà significa trasformare la scuola in una parte effettiva della rete di prevenzione.

Rompere lo stigma per facilitare la richiesta di aiuto

La prevenzione passa anche dalla cosiddetta Mental Health Literacy, la capacità di riconoscere il disagio emotivo, comprenderne i segnali e sapere a chi rivolgersi. Combattere lo stigma non è quindi soltanto una questione culturale. Può avere conseguenze concrete sulla tempestività con cui un ragazzo racconta di stare male e arriva ai servizi.

Secondo Carmela Bravaccio, vicepresidente della SINPIA e direttrice della Neuropsichiatria infantile dell'Azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli, questa cultura deve coinvolgere l'intera comunità. Non soltanto i giovani, ma genitori, insegnanti, pediatri, medici, educatori e allenatori possono diventare punti di osservazione e ascolto capaci di intercettare una situazione di vulnerabilità.

Per le richieste urgenti, la Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù mantiene attiva la linea telefonica “Lucy”, al numero 06.6859.2265, disponibile tutti i giorni, 24 ore su 24, per consulenze psicologiche.

Una responsabilità che riguarda tutta la comunità

Il messaggio che arriva dagli specialisti è che non esiste una singola misura capace di prevenire ogni situazione. Servono interventi rivolti alla popolazione generale, azioni specifiche per i gruppi più vulnerabili e percorsi specialistici tempestivi quando emergono ideazione suicidaria, autolesionismo o disturbi neuropsichiatrici.

Per Lino Nobili, referente SINPIA per la Liguria, professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all'Università di Genova e direttore della Neuropsichiatria infantile dell'IRCCS Istituto Giannina Gaslini, investire sulla salute neuropsichiatrica di bambini e adolescenti significa investire sul futuro dell'intera comunità.

La prevenzione, in questa prospettiva, non si esaurisce nell'intervento sanitario. Significa costruire luoghi nei quali un ragazzo non si senta solo, trovi qualcuno disposto ad ascoltarlo e sappia che esiste una possibilità concreta di cura. Famiglia, scuola, sanità e comunità condividono la stessa responsabilità: riconoscere la sofferenza quando è ancora possibile impedire che diventi emergenza.