La prima telefonata arriva alle 6,29 del mattino del 7 ottobre 2023. Benjamin Netanyahu è nella sua residenza di Cesarea quando il suo segretario militare, il generale Avi Gil, lo informa che dalla Striscia di Gaza è cominciato un attacco. In quello stesso momento uomini di Hamas stanno attraversando il confine, colpendo basi militari, kibbutz e città del sud di Israele.

Quasi tre anni dopo, quelle prime ore sono diventate uno dei terreni più esplosivi della politica israeliana. La cronologia resa pubblica dall'ufficio del primo ministro, nata anche per rispondere alle accuse sull'inerzia del governo, ha finito per confermare almeno un dato destinato a pesare: Netanyahu non ebbe un confronto diretto con il capo di Stato maggiore Herzi Halevi fino alle 9,55, oltre tre ore dopo l'inizio dell'assalto. Prima di allora non risulta neppure una sua telefonata diretta al capo dello Shin Bet, Ronen Bar.

Alle 6,29 il primo allarme

La prima chiamata di Avi Gil non venne registrata perché avvenne attraverso WhatsApp. Una seconda conversazione, sul telefono protetto, si svolse pochi minuti dopo. Nella ricostruzione resa nota dall'ufficio del premier, Netanyahu chiese perché dai rapporti di intelligence non fosse emerso nulla di allarmante, domandò se fosse necessario mobilitare in massa i riservisti e se fosse possibile colpire immediatamente la leadership di Hamas.

Il premier chiese anche se l'offensiva potesse avere come obiettivo il rapimento di israeliani. Ma quelle domande non si tradussero subito in una riunione con i massimi responsabili della sicurezza. Ed è proprio questo intervallo temporale ad alimentare oggi le contestazioni.

Secondo la versione ufficiale, alle 7,30 Netanyahu lasciò Cesarea diretto alla Kirya, il quartier generale delle forze armate a Tel Aviv, dopo la preparazione del convoglio di sicurezza. Durante il tragitto parlò con il ministro della Difesa Yoav Gallant, che gli avrebbe riferito di non disporre ancora di un quadro chiaro della situazione.

Il mistero sull'arrivo alla Kirya

È sull'orario di arrivo che le ricostruzioni divergono. L'ufficio del primo ministro ha indicato inizialmente le 8 circa, mentre i registri dello Shin Bet collocano l'arrivo alle 8,22. Channel 12, citando annotazioni non pubblicate e altre fonti, ha riferito invece di orari ancora più tardi, tra le 9 e le 9,30.

La differenza non è marginale. Se fosse confermata la versione più tarda, significherebbe che il premier sarebbe arrivato al cuore del comando militare quasi tre ore dopo l'inizio dell'attacco. L'ufficio di Netanyahu respinge questa ricostruzione e sostiene che il capo del governo fosse già impegnato a ricevere aggiornamenti attraverso il suo segretariato militare.

L'ex primo ministro e leader dell'opposizione Yair Lapid ha contestato anche la giustificazione relativa ai tempi necessari per organizzare il convoglio, sostenendo che la scorta di un premier può mettersi in movimento in pochi minuti. È una delle accuse che hanno trasformato quella mattina da oggetto di ricostruzione militare a tema centrale della campagna elettorale.

Alle 8,40 la riunione senza Netanyahu

Mentre il premier riceveva, secondo il suo ufficio, aggiornamenti dalla struttura militare, alle 8,40 Gallant riuniva Herzi Halevi e Ronen Bar per cercare di definire la dimensione dell'attacco. Netanyahu non partecipò a quella riunione.

Il dato più significativo resta però l'assenza di un contatto diretto tra il capo del governo e il vertice delle forze armate nelle prime ore. Lo stesso calendario pubblicato dall'ufficio del premier non indica colloqui con Halevi prima della riunione delle 9,55.

Le indagini interne delle Forze di difesa israeliane hanno inoltre ricostruito che alcune decisioni operative, compresa la mobilitazione di riservisti e il passaggio a una condizione di guerra, erano già state avviate dalla catena militare attorno alle 8, prima quindi della direttiva attribuita successivamente al primo ministro.

Il documento delle 5,15 arrivato alle 9,47

Un altro passaggio resta al centro dello scontro. Alle 9,47 il segretario militare di Netanyahu avrebbe ricevuto per la prima volta il documento relativo a una valutazione condotta dallo Shin Bet alle 5,15, quando l'attacco non era ancora iniziato.

Per il premier questo ritardo rappresenta uno degli elementi decisivi a sostegno della sua difesa: informazioni raccolte durante la notte sarebbero rimaste all'interno dell'apparato di sicurezza senza essere trasmesse tempestivamente al vertice politico.

Il contenuto del documento, tuttavia, complica il quadro. Secondo quanto reso noto dallo stesso Netanyahu, la valutazione dello Shin Bet riteneva bassa la probabilità di un conflitto generale con Hamas. I servizi avevano rilevato segnali anomali, ma non li avevano interpretati come l'imminenza di un'invasione su vasta scala. La responsabilità, dunque, resta oggetto di uno scontro tra leadership politica, esercito e intelligence.

Alle 9,55 il primo confronto con Halevi

Soltanto alle 9,55 si svolse la prima valutazione complessiva presieduta da Netanyahu nel centro di comando sotterraneo della Kirya. Erano presenti Gallant, Halevi, Bar, il capo del Mossad David Barnea, il consigliere per la Sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi e altri vertici militari.

Secondo l'ufficio del premier, fu in quella sede che Netanyahu ordinò di sigillare il confine con Gaza, di procedere a una mobilitazione completa dei riservisti e di prepararsi anche a un possibile allargamento del conflitto sul fronte settentrionale. L'ufficio sostiene inoltre che il premier respinse una proposta di richiamo soltanto parziale dei riservisti.

Ma a quell'ora l'assalto era iniziato da oltre tre ore. Centinaia di uomini armati erano già penetrati in territorio israeliano e numerosi ostaggi erano stati trascinati verso la Striscia di Gaza. Le stesse inchieste militari hanno stabilito che la divisione schierata al confine era stata travolta e non era materialmente in grado di richiudere rapidamente le brecce.

Dalle 10,30 alla dichiarazione: “Siamo in guerra”

Alle 10,30 arrivò il primo colloquio con un leader straniero, l'allora primo ministro olandese Mark Rutte. Poco dopo, davanti alle telecamere, Netanyahu pronunciò la frase che avrebbe segnato l'inizio di una nuova fase della storia israeliana: «Siamo in guerra».

Nel corso della giornata seguirono riunioni con ministri e telefonate internazionali. Alle 15,15 il premier parlò con il presidente francese Emmanuel Macron e alle 16,15 con il presidente americano Joe Biden. Intorno alle 16,30 ricevette Yair Lapid.

Proprio Lapid, ricostruendo quell'incontro, ha accusato il premier di avere svolto fino a quel momento un ruolo essenzialmente passivo, approvando proposte avanzate dai militari senza imprimere personalmente una direzione alle operazioni. L'ufficio di Netanyahu respinge radicalmente questa lettura e sostiene che il premier abbia guidato fin dalle prime ore la risposta dello Stato.

La nuova accusa: l'avvertimento dagli Emirati

Lo scontro si è ulteriormente aggravato nelle ultime ore. Secondo un'inchiesta di Haaretz, basata sul lavoro dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, una decina di giorni prima del 7 ottobre il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed, avrebbe personalmente avvertito Netanyahu che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione.

Una fonte emiratina ha successivamente confermato al Times of Israel l'esistenza di un avvertimento. L'ufficio di Netanyahu ha invece negato categoricamente di avere ricevuto un simile allarme e ha definito la ricostruzione falsa. Non esiste quindi, allo stato, una versione condivisa dei fatti.

La rivelazione arriva mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre e riporta al centro della campagna la questione più dolorosa: chi sapesse cosa nelle ore e nei giorni precedenti alla strage e perché nessuno riuscì a fermarla.

Una commissione ancora al centro dello scontro

Quasi tre anni dopo il massacro, non esiste ancora quella commissione statale d'inchiesta indipendente richiesta dall'opposizione e da una parte delle famiglie delle vittime. La Knesset ha approvato in prima lettura un progetto per una commissione con un meccanismo di nomina diverso da quello previsto per le tradizionali commissioni statali, scelta contestata duramente dalle opposizioni.

È dentro questa battaglia che la cronologia del 7 ottobre assume oggi un significato politico oltre che storico. Netanyahu continua a sostenere che, se fosse stato avvertito in tempo dei segnali raccolti durante la notte, avrebbe ordinato una mobilitazione immediata. I suoi avversari gli pongono invece una domanda diversa: una volta svegliato alle 6,29, perché trascorsero più di tre ore prima del primo confronto diretto con il capo dell'esercito?

È la domanda alla quale le cronologie, da sole, non riescono ancora a dare una risposta definitiva.