Aveva 35 anni Denise Cosco, la stessa età che aveva sua madre Lea Garofalo quando fu assassinata dalla ’ndrangheta nel 2009. È morta giovedì 10 settembre all’ospedale San Camillo di Roma, dove era ricoverata da alcuni giorni dopo il gesto compiuto domenica ad Ariccia, alle porte della Capitale. Lascia un bambino di quasi quattro anni e il compagno con il quale aveva cercato di costruire, lontano dai riflettori, una vita nuova.

Da sedici anni viveva sotto protezione. Un’altra identità, un lavoro, una casa, la necessità di non essere riconosciuta. Era il prezzo pagato dopo aver scelto di testimoniare contro suo padre, Carlo Cosco, poi condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo.

La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti. Il pubblico ministero Domenico Vicario ha disposto il sequestro del telefono cellulare della donna, che sarà analizzato per verificare eventuali contatti, pressioni o minacce. Per oggi, 11 settembre, è stata disposta anche l’autopsia. Al momento non risultano elementi che consentano di stabilire cosa abbia preceduto o determinato il gesto.

Una vita vissuta lontano da tutti

Per gran parte della sua esistenza adulta, Denise Cosco aveva dovuto rinunciare alla normalità. Non per una colpa, ma per una scelta compiuta quando era ancora giovanissima: stare dalla parte di sua madre e poi raccontare ai magistrati quello che sapeva.

Dopo l’omicidio di Lea Garofalo, Denise divenne una testimone decisiva nel processo che portò alla condanna del padre e degli altri responsabili. Raccontò gli ultimi giorni della madre, ricostruì rapporti familiari e tensioni, affrontò in aula l’uomo che avrebbe dovuto proteggerla e che invece era stato riconosciuto come il mandante e uno degli artefici della morte di Lea.

«Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia», aveva fatto sapere nel 2012. Costituirsi parte civile contro il proprio padre, spiegava, era stata per lei «una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita».

Quella ripartenza, tuttavia, comportava vivere nascosta. Denise non cercò mai una dimensione pubblica. Di lei rimasero pochissime immagini, molte risalenti all’infanzia, spesso accanto alla madre. La sua notorietà fu paradossale: era diventata il simbolo di una delle più importanti storie di ribellione alla ’ndrangheta, ma per poter continuare a vivere doveva restare invisibile.

Lea e la scelta contro la ’ndrangheta

La storia di Denise non può essere separata da quella di Lea Garofalo. Nata in un contesto familiare segnato dalla criminalità organizzata, Lea aveva appena 14 anni quando conobbe Carlo Cosco. Da quella relazione nacque Denise.

Con il passare degli anni, soprattutto dopo l’arresto del compagno, Lea maturò la decisione di rompere con quell’ambiente. Nel 2002 entrò nel programma di protezione come testimone di giustizia e fornì agli investigatori informazioni sulle dinamiche criminali tra Petilia Policastro, in Calabria, e Milano.

La sua ribellione aveva una ragione che ripeteva continuamente: Denise. Voleva sottrarre sua figlia a una vita già scritta da altri.

Il 24 novembre 2009 Lea Garofalo fu attirata a Milano con l’inganno. Venne sequestrata, uccisa e il suo corpo distrutto. Per anni della donna non rimase una tomba sulla quale Denise potesse piangere. Soltanto le successive indagini e le dichiarazioni di uno degli uomini coinvolti consentirono di ricostruire il delitto e recuperare ciò che rimaneva del corpo.

Fu Denise a scegliere di accusare apertamente suo padre.

La voce al funerale della madre

Il 19 ottobre 2013, quando a Milano si celebrarono i funerali civili di Lea Garofalo, Denise non poté partecipare pubblicamente. La sua voce arrivò in piazza Beccaria attraverso un messaggio registrato.

Parlò di sua madre come di una donna che aveva avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura mafiosa e di non piegarsi alla rassegnazione. La ringraziò per averle dato la possibilità di un futuro diverso.

Quelle parole furono uno dei rarissimi momenti nei quali Denise entrò direttamente nello spazio pubblico. Poi tornò alla vita protetta, alla nuova identità, ai progetti personali che negli anni aveva provato a costruire.

Voleva studiare, laurearsi, conoscere le lingue, amare ed essere libera. Soprattutto rivendicava un principio: non avrebbero dovuto essere i testimoni di giustizia a sentirsi prigionieri.

Il ricordo di don Luigi Ciotti

La notizia della sua morte ha colpito profondamente don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, che per anni aveva seguito la storia di Lea e Denise.

«È morta una giovane donna coraggiosa e sofferente», ha detto Ciotti, ricordando come coraggio e sofferenza abbiano attraversato l’intera esistenza della giovane.

Il fondatore di Libera ha invitato soprattutto a non trasformare la morte di Denise in una nuova icona da celebrare o compatire. «Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola», ha detto. Un richiamo che restituisce la complessità di una vicenda nella quale sarebbe improprio cercare oggi una spiegazione semplice.

Perché quello che è accaduto negli ultimi giorni resta materia dell’indagine della magistratura e della ricostruzione di chi le è stato vicino. La lunga storia di protezione, il trauma dell’assassinio della madre e il peso di una vita trascorsa lontano dalla propria identità fanno parte della biografia di Denise, ma non possono essere automaticamente indicati come causa della sua morte.

Il prezzo pagato da chi sceglie lo Stato

La sua scomparsa riporta tuttavia al centro una domanda che accompagna da anni le storie dei testimoni di giustizia: cosa accade dopo la testimonianza, quando finiscono i processi e l’attenzione pubblica si spegne?

Per Denise Cosco la scelta contro la ’ndrangheta era arrivata quando aveva poco più di 17 anni. Da allora aveva vissuto sotto tutela, lontana dai luoghi della propria infanzia e con un’identità diversa. Aveva costruito una famiglia ed era diventata madre, cercando quella normalità per la quale Lea Garofalo aveva sacrificato tutto.

La sua vicenda richiama inevitabilmente, pur nelle profonde differenze, quella di Rita Atria, la giovanissima testimone di giustizia siciliana che morì nel luglio 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Paolo Borsellino. Due storie separate da oltre trent’anni che pongono ancora interrogativi sulla capacità dello Stato e della società di accompagnare nel tempo chi rompe con un ambiente mafioso e decide di affidarsi alla giustizia.

Denise aveva fatto quella scelta quando era quasi una ragazza. Aveva affrontato suo padre in tribunale, aveva difeso la memoria della madre e aveva provato a ricominciare lontano da tutto ciò che aveva conosciuto.

Ora saranno l’autopsia, l’analisi del telefono e gli accertamenti disposti dalla Procura di Velletri a verificare se nelle ultime settimane della sua vita sia accaduto qualcosa di rilevante sul piano giudiziario. Resta la storia di una figlia per la quale una madre aveva scelto di sfidare la ’ndrangheta e che, dopo l’assassinio di quella madre, aveva trovato la forza di portarne fino in tribunale la scelta di libertà.