La strada giudiziaria che avrebbe potuto evitare lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva si chiude. La Corte d’Appello di Milano ha respinto la richiesta di sospensione presentata da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, confermando il provvedimento che impone la fermata degli impianti di Taranto entro il 28 ottobre. Al centro della decisione resta un principio che i giudici considerano prevalente rispetto alle esigenze produttive: la tutela della salute.

Per il più grande polo siderurgico italiano comincia così il passaggio più delicato della sua storia recente. Non è soltanto una fermata tecnica. Lo spegnimento dell’area a caldo, con altoforni, cokerie e impianti collegati, modifica radicalmente la struttura produttiva dello stabilimento e apre una crisi occupazionale che può estendersi ben oltre i cancelli della fabbrica.

La Corte conferma lo stop

La decisione respinge l’istanza con cui le due amministrazioni straordinarie avevano tentato di congelare gli effetti del decreto emesso a fine luglio. Le società avevano sostenuto che lo spegnimento degli impianti avrebbe potuto provocare conseguenze difficilmente reversibili e rendere estremamente complessa, se non economicamente proibitiva, una futura ripartenza.

La Corte d’Appello di Milano ha però ritenuto prioritaria la protezione della salute dei lavoratori e della popolazione. Nel provvedimento viene richiamato anche il fatto che gli altoforni, pur sottoposti negli anni a interventi e fermate, sono già stati riavviati dopo operazioni di manutenzione e adeguamento. Per i giudici, dunque, il rischio industriale prospettato dalle società non può prevalere sulle criticità ambientali e sanitarie accertate.

Il cronoprogramma entra ora nella sua fase operativa. Dal 16 settembre è previsto l’avvio delle procedure tecniche di spegnimento, a partire dall’altoforno 1, già fermo, per proseguire con l’altoforno 4 e infine con l’altoforno 2, l’unico attualmente in marcia. Il termine fissato resta il 28 ottobre.

Il nodo dell’amianto

Uno dei punti decisivi riguarda la presenza di amianto negli impianti. Secondo gli atti richiamati dai giudici, nello stabilimento sono già stati rimossi circa 6.780 chilogrammi di materiale contenente amianto, ma oltre 2.000 chilogrammi risultano ancora inglobati nei cowper, le strutture utilizzate per preriscaldare l’aria destinata agli altoforni.

La Corte rileva che l’Aia 2025, l’Autorizzazione integrata ambientale che disciplina l’esercizio dello stabilimento, non contiene una prescrizione specifica per la rimozione completa dell’amianto. Una scelta giudicata problematica perché il precedente Dpcm del 2017 aveva invece previsto la bonifica totale.

Per i magistrati, se la pubblica amministrazione aveva già individuato la rimozione come misura necessaria per impedire la dispersione di fibre e polveri, lasciare il materiale negli impianti fino alla loro fine tecnica rischia di trasformarsi in una proroga senza un termine effettivo.

Nelle motivazioni viene inoltre richiamato il progressivo invecchiamento dello stabilimento. Gli impianti e il sistema produttivo, sottolinea la Corte, sono rimasti sostanzialmente immutati per decenni e il loro deterioramento contribuisce a mantenere attuale il rischio. Il quadro viene collegato anche ai principi fissati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha posto la tutela della salute tra gli elementi essenziali nella valutazione della prosecuzione dell’attività produttiva.

La voragine occupazionale

È sul lavoro che la sentenza rischia ora di produrre gli effetti più immediati. Nei giorni precedenti alla decisione erano state sospese le procedure di licenziamento collettivo annunciate da 28 aziende dell’indotto e destinate a coinvolgere circa 2.500 dipendenti. La sospensione era stata concordata in attesa della pronuncia dei giudici.

Venuta meno la possibilità di mantenere in funzione l’area a caldo nelle condizioni attuali, quella tregua diventa fragile. Aigi, l’associazione che rappresenta una parte consistente delle imprese dell’indotto, aveva già denunciato una situazione diventata insostenibile per molte aziende che lavorano quasi esclusivamente all’interno dello stabilimento.

Ma i numeri non si fermano ai 2.500 addetti delle imprese esterne. Considerando i lavoratori diretti, l’appalto, l’indotto e le attività che dipendono dalla continuità produttiva del siderurgico, lo scenario evocato nel confronto sindacale arriva a coinvolgere oltre 10mila posti di lavoro.

La crisi, inoltre, non riguarda soltanto Taranto. La fermata della produzione primaria può ripercuotersi sugli altri stabilimenti del gruppo, a partire da Genova Cornigliano, che utilizza materiale proveniente dal sito pugliese e dovrebbe trovare nuove forniture in caso di interruzione definitiva del ciclo integrato.

La politica ora non può più attendere

La pronuncia sposta nuovamente il peso della vertenza sul governo. Nei giorni scorsi Palazzo Chigi aveva incontrato enti locali, imprese e sindacati, aprendo anche alla possibilità di una presenza pubblica nel futuro assetto societario, purché accompagnata da un piano industriale giudicato credibile.

Sul tavolo resta la prospettiva della decarbonizzazione attraverso forni elettrici e impianti alimentati con preridotto di ferro, il cosiddetto Dri. È una trasformazione che richiede però investimenti enormi, infrastrutture energetiche e soprattutto tempi incompatibili con l’emergenza occupazionale che può aprirsi nelle prossime settimane.

La decisione della magistratura cancella di fatto la possibilità di guadagnare altro tempo mantenendo immutato l’attuale ciclo produttivo. Da qui alla fine di ottobre, governo e commissari dovranno stabilire come accompagnare lo spegnimento, quali produzioni conservare, come proteggere i lavoratori e quale struttura industriale potrà avere in futuro il polo siderurgico.

Per Taranto si apre quindi una fase che va oltre la lunga contrapposizione tra fabbrica e ambiente. Il nodo, adesso, è costruire contemporaneamente una risposta sanitaria, industriale e sociale. Perché la chiusura dell’area a caldo può segnare la fine dell’Ilva come è stata conosciuta per decenni, ma lascia ancora tutta da risolvere la domanda più difficile: cosa nascerà dopo.