La disponibilità di Volodymyr Zelensky è arrivata senza formule diplomatiche: se Vladimir Putin sarà al G20 di Miami, bisognerà incontrarsi. Non per una fotografia o per aggiungere un altro vertice alla lunga sequenza di tentativi falliti, ma per prendere decisioni. La replica di Mosca, però, ha chiuso quasi immediatamente la porta. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha definito impossibile un faccia a faccia negli Stati Uniti e ha ribadito la condizione russa: se il presidente ucraino vuole vedere Putin, deve andare a Mosca.
Il nuovo braccio di ferro diplomatico si consuma mentre la guerra continua senza tregua e mentre, dietro le dichiarazioni pubbliche, riprendono i contatti per riaprire il tavolo negoziale. Kiev si sta preparando a una possibile nuova sessione di colloqui trilaterali con Russia e Stati Uniti già in ottobre. La prospettiva è stata indicata dal capo dell’amministrazione presidenziale ucraina Kyrylo Budanov, ma data, sede e formato non sono ancora stati concordati.
Zelensky: al G20 bisogna incontrarsi
L’apertura è arrivata durante un’intervista concessa da Zelensky a Deutsche Welle. Alla domanda se fosse disposto a incontrare Putin qualora il leader russo partecipasse al vertice del G20, in programma a Miami il 14 e 15 dicembre, il presidente ucraino ha risposto affermativamente. Per Kiev, il punto non sarebbe ciò che i due leader potrebbero dirsi, ma ciò che sarebbero in grado di decidere.
È una linea che Zelensky porta avanti da mesi. Il presidente ucraino ha più volte sostenuto che la conclusione della guerra richiederà, prima o poi, un confronto diretto ai massimi livelli. A giugno aveva proposto un incontro anche a margine del G7 o negli Stati Uniti, mentre in precedenza aveva indicato Paesi terzi come possibile terreno neutrale per un vertice.
La novità è soprattutto il luogo. Il G20 di Miami, sotto la presidenza americana, offrirebbe a Kiev una cornice internazionale e la presenza degli Stati Uniti. Ma la partecipazione dello stesso Putin non è ancora certa. Peskov ha spiegato che il Cremlino non ha deciso se il presidente russo volerà in Florida, mentre il consigliere per la politica estera Yury Ushakov ha precisato che l’ipotesi non sarebbe stata ancora discussa. Putin, del resto, non prende parte personalmente a un vertice del G20 dal 2019.
Mosca insiste: l’incontro solo in Russia
Sul luogo di un eventuale faccia a faccia la posizione russa resta rigida. Peskov ha ribadito che l’offerta sul tavolo è quella di Mosca. Una proposta che Zelensky ha già respinto, giudicando impensabile recarsi nella capitale del Paese che continua a bombardare l’Ucraina.
La stessa linea è stata rilanciata dal ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Mosca, ha sostenuto, resta disponibile a negoziare, ma non intende interrompere le operazioni militari mentre sono in corso le trattative. Per il capo della diplomazia russa, l’invito rivolto a Zelensky a recarsi a Mosca rappresenterebbe già una significativa concessione da parte del Cremlino.
È proprio qui che riemerge una delle distanze più profonde tra le parti. Kiev cerca un negoziato che possa essere accompagnato da una riduzione o sospensione delle ostilità. Mosca, invece, continua a escludere che l'apertura di un tavolo comporti automaticamente uno stop ai combattimenti. Il risultato è una diplomazia che ricomincia a muoversi mentre missili e droni continuano a colpire in profondità.
Il negoziato può ripartire in ottobre
Dietro lo scontro sulla sede del possibile vertice, però, qualcosa si muove. Nei giorni scorsi gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner hanno avuto colloqui separati a Mosca e Kiev, nel tentativo di riattivare il processo diplomatico rimasto fermo dopo gli incontri trilaterali di Ginevra dello scorso febbraio.
Secondo Budanov, l’Ucraina si sta preparando alla ripresa dei colloqui già in ottobre. Zelensky ha parlato di proposte americane considerate utili e ha indicato tra le possibili sedi Turchia, Emirati Arabi Uniti e Svizzera. Il Cremlino non ha escluso la ripartenza del dialogo, ma ha frenato su tempi e luogo.
Il nodo politico centrale resta il Donbass e, più in generale, il futuro dei territori ucraini occupati o rivendicati dalla Russia. Su questo punto le posizioni continuano a essere lontane e nessuna delle ultime missioni diplomatiche americane ha prodotto finora una svolta.
La guerra continua mentre riparte la diplomazia
Il ritorno delle ipotesi di negoziato coincide con una nuova intensificazione degli attacchi. Nelle ultime ore raid russi hanno colpito diverse regioni ucraine, provocando vittime e danni alle infrastrutture civili ed economiche. Zelensky ha parlato di quasi 500 droni lanciati dalla Russia in una sola giornata, mentre anche l’Ucraina continua a colpire obiettivi industriali e militari sul territorio russo.
È il paradosso che accompagna questa nuova fase. Il canale diplomatico, sostenuto dall’amministrazione di Donald Trump, torna lentamente ad aprirsi, ma sul terreno non c’è alcun segnale di tregua. Zelensky prova a spostare il confronto direttamente al livello dei presidenti. Putin, per ora, non accetta il terreno scelto da Kiev e continua a indicare Mosca come unica sede possibile.
Il G20 di Miami resta quindi più un'occasione potenziale che un appuntamento già scritto. Prima di dicembre potrebbe esserci un nuovo passaggio negoziale a tre. E sarà proprio l’esito di quei colloqui a stabilire se un incontro tra i due presidenti potrà trasformarsi da sfida diplomatica in un vero tavolo sulla fine della guerra.