Il dossier è pronto, la disponibilità politica era stata annunciata da mesi e anche la macchina militare ha studiato scenari, uomini e modalità d’impiego. Ma tra essere preparati e autorizzare la partenza c’è una distanza che Palazzo Chigi non intende colmare finché resteranno aperti interrogativi sulla sicurezza e sulla cornice giuridica della missione. Gli Stati Uniti stanno aumentando la pressione sull’Italia perché acceleri il contributo dei Carabinieri alla formazione delle future forze di sicurezza palestinesi destinate alla Striscia di Gaza. A Roma, però, la parola d’ordine resta prudenza. La richiesta americana di imprimere un’accelerazione è stata confermata nelle ultime ore, mentre il governo italiano continua a chiedere chiarimenti sulle condizioni operative del contingente.

Il progetto non nasce oggi. Già nei mesi scorsi il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva annunciato che i Carabinieri avrebbero addestrato in Giordania un primo gruppo di 50 funzionari di sicurezza palestinesi destinati successivamente a operare a Gaza. Il piano più ampio discusso negli anni precedenti prevedeva una struttura multinazionale che, a pieno regime, avrebbe potuto comprendere fino a 300 unità, con un contributo italiano nell’ordine di 200 Carabinieri. L’Arma dispone inoltre di un’esperienza ormai consolidata nella formazione della polizia palestinese attraverso la missione Miadit.

Il pressing americano dopo Ferragosto

Secondo fonti di governo, il pressing di Washington si sarebbe fatto più insistente dopo Ferragosto. L’amministrazione di Donald Trump vuole imprimere una svolta al piano di stabilizzazione della Striscia e considera il contributo italiano uno degli elementi più concreti da mettere rapidamente in campo.

La richiesta arriva in un momento delicato nei rapporti tra Trump e Giorgia Meloni. Le tensioni esplose nei mesi scorsi dopo gli attacchi pubblici del presidente americano alla premier italiana non hanno interrotto i canali istituzionali. La stessa Meloni ha sostenuto che il rapporto bilaterale deve proseguire normalmente, mentre l’ambasciatore americano a Roma Tilman J. Fertitta ha lavorato pubblicamente per ridimensionare la portata dello scontro, definendo solidi i rapporti tra i due Paesi. Antonio Tajani mantiene il dialogo con il segretario di Stato Marco Rubio, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha incontrato a giugno negli Stati Uniti Pete Hegseth, ribadendo la centralità dell’alleanza strategica tra Roma e Washington.

È dentro questa trama diplomatica che si inserisce la richiesta americana. Per l’amministrazione Trump, la stabilizzazione di Gaza è diventata anche una prova della capacità del Board of Peace di trasformare un progetto politico in risultati sul terreno.

Prima la Giordania, poi il nodo Gaza

La fase meno problematica sarebbe quella dell’addestramento. I Carabinieri opererebbero inizialmente in Giordania, formando agenti palestinesi destinati alla futura polizia della Striscia. L’Italia ha già sperimentato questo modello e nei documenti ufficiali della Farnesina il progetto è stato indicato come uno dei principali contributi di Roma alla ricostruzione dell’apparato di sicurezza palestinese.

Anche la Giordania, tuttavia, non è più considerata un teatro completamente al riparo dalla crisi regionale. Nelle ultime settimane l’Iran ha colpito obiettivi militari americani nel regno hashemita e nuovi attacchi hanno interessato la base di Muwaffaq Salti, aumentando il livello di allerta per tutto il personale occidentale presente nell’area.

La questione più delicata viene però dopo. Gli americani puntano non soltanto sull’addestramento, ma anche su una fase di mentoring. Significa che gli uomini incaricati di formare le nuove unità palestinesi potrebbero successivamente affiancarle durante le attività operative. Per i Carabinieri italiani questo passaggio potrebbe tradursi nell’ingresso diretto nella Striscia di Gaza.

Ed è proprio qui che il governo frena. Le valutazioni sulla sicurezza descrivono ancora un ambiente estremamente instabile, con milizie armate, equilibri locali incerti e il rischio che un contingente straniero diventi bersaglio di gruppi ostili. Lo stesso principio era stato fissato da Crosetto già nelle precedenti fasi della missione palestinese: nessun militare italiano sarebbe stato inviato senza condizioni di sicurezza adeguate e senza il consenso degli attori coinvolti.

Il problema della catena di comando

Non c’è soltanto il pericolo sul terreno. Palazzo Chigi vuole chiarire chi avrebbe l’ultima responsabilità politica e operativa della missione. L’Italia partecipa al Board of Peace come osservatore, non come membro a pieno titolo. Una scelta legata anche alle riserve costituzionali sollevate sullo statuto dell’organismo voluto da Trump. La posizione italiana è stata formalizzata a febbraio, quando Tajani partecipò alla riunione inaugurale di Washington proprio con lo status di osservatore.

Resta quindi da stabilire se una futura missione di polizia dipenderebbe dal Board, da una forza internazionale di stabilizzazione, da un comando multinazionale separato o da un'altra struttura riconosciuta sul piano internazionale. Non è una questione formale. Dalla risposta dipendono le regole d’ingaggio, le responsabilità dei comandanti e la tutela giuridica del personale italiano.

Il quadro internazionale prevede già una International Stabilization Force, autorizzata dalla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, accanto a una nuova amministrazione palestinese e a forze di polizia civili. Ma la costruzione concreta di questo sistema resta incompleta e condizionata dai rapporti tra Israele, le autorità palestinesi, Hamas e gli altri attori regionali.

Le domande senza risposta

Poi c’è il nodo più concreto: quali leggi dovrebbero applicare gli agenti palestinesi formati e affiancati dagli italiani? Nel caso dell’arresto di un sospetto, quale sarebbe l’autorità competente? Quale tribunale dovrebbe convalidare il provvedimento? Varrebbero le norme dell’Autorità nazionale palestinese, quelle previste dalla nuova amministrazione di Gaza o un ordinamento transitorio?

Sono questioni che diventano decisive nel momento in cui una missione di addestramento si trasforma in accompagnamento operativo. Un Carabiniere che insegna tecniche investigative in una base giordana svolge una funzione molto diversa da quella di un militare che affianca una pattuglia in un territorio dove l’autorità politica, giudiziaria e di sicurezza è ancora in costruzione.

Meloni davanti alla scelta

Il governo italiano continua dunque a confermare la propria disponibilità a contribuire alla stabilizzazione di Gaza, ma separa nettamente la preparazione militare dalla decisione politica di partire. Roma vuole garanzie sul mandato, sulla sicurezza, sulle regole d’ingaggio e sulla catena di comando prima di esporre un contingente numeroso a un teatro che resta ad alto rischio.

Per Giorgia Meloni il dossier diventa così anche un problema diplomatico con Donald Trump. Dire no a Washington significherebbe aprire un nuovo fronte con la Casa Bianca proprio mentre i due governi tentano di superare le tensioni degli ultimi mesi. Dire sì senza sufficienti garanzie significherebbe invece assumersi un rischio operativo e politico elevato.

La pressione americana cresce, ma da Palazzo Chigi non arriva ancora il via libera. I Carabinieri possono essere pronti. Il governo, per ora, non considera pronta Gaza.