È entrato alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia da ospite e ne è uscito con l’immagine di uno dei protagonisti della lunga corsa che dovrà stabilire chi guiderà il centrosinistra contro Giorgia Meloni. Giuseppe Conte si è presentato nel cuore del popolo democratico e ha scelto proprio quel palco per ribadire il punto sul quale non intende arretrare: il candidato alla guida della coalizione non può essere deciso da un accordo tra dirigenti, ma deve passare dalle primarie.
Non subito, precisa il presidente del Movimento 5 Stelle. Prima viene il programma, la costruzione di un progetto comune e la definizione degli impegni che dovranno tenere insieme partiti molto diversi. Poi, però, secondo Conte, dovranno essere gli elettori del campo progressista a scegliere chi rappresenterà la coalizione.
È un messaggio rivolto soprattutto a Elly Schlein, attesa oggi sul palco conclusivo della Festa. E arriva nel luogo politicamente più simbolico possibile: davanti ai militanti del Partito democratico, molti dei quali hanno accolto l’ex presidente del Consiglio con applausi, richieste di fotografie e una partecipazione che non è passata inosservata.
La sfida dei gazebo
Sul palco insieme a Stefano Bonaccini, Conte ha trasformato la discussione sulle primarie in una questione di metodo democratico. Il Movimento 5 Stelle, ha ricordato, non nasce con la tradizione dei gazebo del Pd. Eppure è proprio quella strada che il leader pentastellato considera oggi la meno contestabile.
L’alternativa, nella sua ricostruzione, sarebbe tornare alle decisioni prese da pochi dirigenti. Un metodo che Conte respinge con l’immagine delle «segrete stanze» e dei «caminetti», rivendicando invece il coinvolgimento diretto dell’elettorato progressista.
La posizione non è condivisa da tutti. Poco prima, Roberto Speranza e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi avevano espresso forti perplessità sull’idea di trasformare la scelta del leader in una competizione interna. Il timore è che chi esce sconfitto dai gazebo possa presentarsi alle elezioni politiche indebolito, lasciando ferite difficili da ricomporre.
Bonaccini cerca il punto d’incontro
È stato Stefano Bonaccini a provare a tenere insieme le due esigenze. Prima il programma, ha sostenuto il presidente del Pd, poi gli strumenti con cui individuare la leadership. Per l’ex governatore dell’Emilia-Romagna, la priorità è mostrare agli elettori un centrosinistra capace di stare unito dopo le divisioni che hanno favorito la vittoria della destra nel 2022.
Conte, da parte sua, ha garantito sulla lealtà del Movimento 5 Stelle. Ha ricordato le numerose amministrazioni locali nelle quali Pd e Cinquestelle governano insieme e ha reagito duramente quando gli è stato chiesto se accetterebbe senza strappi un’eventuale sconfitta alle primarie.
Per il leader M5S, mettere in dubbio la sua lealtà significa leggere la partita soltanto come una corsa personale a Palazzo Chigi. Il vero limite, ha spiegato, arriverebbe semmai davanti a un governo che, una volta nato come progressista, smettesse di realizzare politiche progressiste.
Il gelo con Renzi
Se con il Pd la competizione resta aperta ma incardinata dentro una prospettiva di alleanza, con Matteo Renzi il clima è molto più freddo. Il leader di Italia Viva aveva proposto un caffè per provare a stemperare le tensioni. Conte ha liquidato l’offerta con una battuta: a quell’ora il caffè gli avrebbe impedito di dormire.
Sul palco, però, il messaggio è diventato politico. Conte non vuole che la discussione sul futuro del centrosinistra continui a ruotare attorno all’ex premier. Renzi, sostiene, dispone di uno spazio elettorale ormai definito, mentre la coalizione dovrebbe cercare nuove energie e ampliare il proprio perimetro.
È qui che entra in gioco Alessandro Onorato e il suo Progetto Civico Italia, realtà sulla quale Conte mostra da tempo un interesse particolare. Il movimento punta a raccogliere amministratori ed esperienze territoriali e potrebbe diventare uno degli strumenti per allargare il campo progressista oltre i partiti tradizionali.
La battaglia sulla legge elettorale
La questione si intreccia con la nuova legge elettorale e con la norma che aumenta drasticamente il numero delle firme necessarie alle formazioni prive di rappresentanza parlamentare per presentarsi alle Politiche.
Il nuovo meccanismo prevede migliaia di sottoscrizioni per collegio e porterebbe il totale richiesto alle nuove liste a oltre 300 mila firme. Conte ha attaccato duramente la misura, arrivando a richiamare l’attenzione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e definendo il nuovo sistema penalizzante per le forze emergenti.
Tra quelle maggiormente esposte c’è proprio Progetto Civico Italia. Ed è anche per questo che il dossier sulla legge elettorale è diventato un nuovo terreno di tensione dentro il centrosinistra, dove interessi, alleanze future e rapporti personali iniziano già a sovrapporsi.
Il nodo della leadership
Dietro ogni discussione, però, resta la domanda che nessuno riesce più a rinviare: chi sfiderà Giorgia Meloni?
Conte non pronuncia una candidatura formale, ma nemmeno nasconde la disponibilità. Quando gli viene fatto notare che una parte degli stessi elettori democratici potrebbe scegliere lui alle primarie, evita di chiudere la porta. Il futuro, è il senso della risposta, non va ipotecato.
La competizione con Schlein resta così sullo sfondo di ogni passaggio. I due leader continuano a rivendicare l’unità del campo progressista, ma sanno che prima delle elezioni potrebbe arrivare il momento di una scelta. E quella scelta determinerà non soltanto il nome del candidato premier, ma anche gli equilibri tra Pd e Movimento 5 Stelle.
Restano inoltre differenze profonde, a partire dalla politica estera e dalla guerra in Ucraina. Davanti alla platea di Reggio Emilia, Conte ha nuovamente messo in discussione la narrativa di una Russia pronta a invadere l’Europa, raccogliendo una risposta rumorosa da una parte del pubblico. È uno dei temi sui quali il M5S continua a muoversi con accenti diversi rispetto a una parte significativa del Pd.
Ora tocca a Schlein
La scena oggi passa a Elly Schlein, chiamata a chiudere la Festa nazionale dell’Unità. L’appuntamento è previsto nel pomeriggio e nel Pd si prepara una mobilitazione ampia per l’intervento della segretaria.
Dopo l’accoglienza riservata a Conte, il comizio conclusivo assume inevitabilmente anche il significato di una risposta politica. Schlein dovrà parlare al suo partito, ma anche al resto della coalizione, mentre cresce la pressione perché venga chiarito il percorso che porterà alla scelta della leadership.
Conte ha già piantato la sua bandiera: prima un programma comune, poi la parola agli elettori. Il Pd non ha ancora deciso se seguirlo fino ai gazebo. La partita per sfidare Meloni, però, è già cominciata.