Lo scontro dentro il potere iraniano passa dalle acque dello Stretto di Hormuz. Una ricostruzione del New York Times, basata sulle testimonianze di funzionari iraniani, attribuisce a Hossein Taeb, oggi comandante della milizia Basij, un ruolo centrale negli attacchi contro tre navi commerciali avvenuti a luglio. Un'operazione che, secondo le fonti citate dal quotidiano americano, sarebbe stata organizzata per mettere in crisi il fragile percorso negoziale tra Teheran e Washington.
L'episodio apre uno squarcio sulle divisioni ai vertici della Repubblica islamica, ma impone anche cautela. Gli attacchi alle navi sono documentati e provocarono la reazione militare degli Stati Uniti. La ricostruzione della catena di comando e dell'iniziativa attribuita a Taeb, invece, poggia su fonti interne e non risulta confermata ufficialmente dalle autorità iraniane.
Gli attacchi che fecero saltare la tregua
A luglio tre unità commerciali furono colpite in poche ore nello Stretto di Hormuz, tra queste una nave legata al Qatar. Gli Stati Uniti accusarono l'Iran di aver violato il memorandum raggiunto poche settimane prima e risposero con nuovi bombardamenti contro obiettivi militari iraniani. Teheran, almeno inizialmente, non rivendicò formalmente l'operazione.
Secondo la ricostruzione emersa ora, il presidente Masoud Pezeshkian sarebbe stato colto di sorpresa mentre si trovava in Iraq. Alla richiesta di spiegazioni, il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, Ahmad Vahidi, avrebbe negato di avere autorizzato l'attacco. Da qui sarebbe partita un'indagine interna che, stando alle fonti citate dal New York Times, avrebbe portato a Hossein Taeb e a una rete di uomini contrari fin dall'inizio all'intesa con gli americani.
Tre funzionari iraniani avrebbero indicato proprio Taeb come il promotore dell'operazione. L'ex capo dell'intelligence dei Pasdaran avrebbe sostenuto che la decisione di interrompere il conflitto e trattare con gli Stati Uniti rappresentasse un errore strategico. L'obiettivo degli attacchi sarebbe quindi stato politico prima ancora che militare: rendere impossibile il consolidamento del memorandum e chiudere gli spazi per ulteriori negoziati.
Chi è Hossein Taeb
Taeb è una delle figure più controverse dell'apparato di sicurezza iraniano. Ha già comandato i Basij negli anni delle proteste del Movimento verde del 2009 e ha successivamente diretto per oltre un decennio l'intelligence dei Guardiani della Rivoluzione. Nel 2022 era stato allontanato da quell'incarico dopo una serie di falle nella sicurezza interna e operazioni attribuite a Israele sul territorio iraniano.
Il ritorno ai vertici è arrivato nell'agosto scorso, quando Mojtaba Khamenei lo ha nuovamente nominato alla guida dei Basij, la vasta organizzazione paramilitare utilizzata anche per il controllo del dissenso interno. La decisione ha riportato al centro del sistema un uomo considerato vicino agli ambienti più intransigenti del regime.
Il dato politicamente più significativo è proprio questo: se la ricostruzione sul sabotaggio degli accordi fosse confermata, Taeb non sarebbe stato emarginato dopo la crisi di luglio. Al contrario, poche settimane più tardi avrebbe ottenuto uno degli incarichi più delicati dell'apparato iraniano.
Il mistero intorno a Mojtaba Khamenei
A rendere ancora più opaco il quadro è la posizione della Guida suprema Mojtaba Khamenei. Succeduto al padre Ali Khamenei, ucciso nei bombardamenti statunitensi e israeliani di febbraio, Mojtaba sarebbe rimasto gravemente ferito negli stessi attacchi e da allora la sua presenza pubblica è stata estremamente limitata.
Secondo la ricostruzione citata dal New York Times, Pezeshkian avrebbe avuto almeno due contatti con la Guida. In uno di questi il presidente sarebbe salito a bordo di un'ambulanza per partecipare a una videoconferenza protetta. Il particolare alimenta le domande sulle effettive condizioni fisiche di Khamenei, sul suo grado di autonomia e soprattutto sulla capacità di esercitare un controllo diretto sulle diverse anime del regime.
Allo stesso tempo, dall'ufficio della Guida continuano ad arrivare decreti e nomine. È stato Khamenei ad attribuire formalmente a Taeb la guida dei Basij e ad affidare nuovi incarichi ai vertici militari. Questo rende difficile stabilire quanto il suo isolamento sia dovuto alle condizioni di salute e quanto, invece, risponda a ragioni di sicurezza.
La frattura dentro il regime
Da una parte si collocano settori che ritengono necessario mantenere aperto un canale con Washington, anche per ridurre la pressione militare ed economica sul Paese. Pezeshkian è il principale volto politico di questa linea. Anche Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e protagonista dei negoziati con gli Stati Uniti, ha sostenuto in più occasioni che la pressione militare debba essere accompagnata dalla diplomazia.
Dall'altra parte restano apparati che considerano ogni compromesso con gli americani una concessione pericolosa. Ma parlare semplicemente di moderati contro radicali rischia di essere fuorviante. Le differenze riguardano soprattutto il metodo, i tempi e le condizioni del negoziato. Anche esponenti favorevoli al dialogo continuano a difendere le capacità militari iraniane e a porre condizioni molto dure per qualsiasi accordo.
Il ritorno di Mohsen Rezaei
Il nuovo equilibrio è reso ancora più complesso dal ritorno di Mohsen Rezaei, ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, nominato ad agosto segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. La sua storia politica non ne fa certo una colomba, ma il nuovo incarico lo pone al centro dell'organismo che coordina sicurezza e politica estera della Repubblica islamica.
Anche questa nomina può essere letta in modi diversi. Può rappresentare un rafforzamento dell'ala dura, oppure il tentativo di riportare una catena di comando più chiara dentro un sistema attraversato da iniziative autonome e rivalità personali. Il fatto che Taeb sia stato promosso e non punito resta però uno degli elementi che più alimentano gli interrogativi.
La questione decisiva riguarda ora chi abbia realmente l'ultima parola a Teheran. Se gli attacchi di luglio furono davvero ordinati senza l'autorizzazione dell'intera catena di comando, il problema per qualsiasi futura trattativa con gli Stati Uniti sarà stabilire non soltanto quali condizioni possa accettare l'Iran, ma anche chi sia effettivamente in grado di farle rispettare.