«I barbari russi sono alle vostre porte». Il monito del ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha arriva dopo una nuova notte di attacchi che ha portato la guerra a pochi chilometri dal territorio della Polonia. Un drone russo ha colpito la locomotiva di un treno passeggeri sulla direttrice tra Kiev e Varsavia, nei pressi di Yahodyn, a circa due chilometri dalla frontiera polacca. Nessuno dei passeggeri è rimasto ferito.

L’episodio ha immediatamente alzato il livello di allerta sul fianco orientale della Nato. Il premier polacco Donald Tusk ha convocato una riunione d’emergenza, mentre il governo di Varsavia avverte che l’intensificazione degli attacchi russi nelle regioni occidentali dell’Ucraina rischia di produrre conseguenze sempre più dirette anche per i Paesi confinanti.

Il drone sulla locomotiva a due chilometri dalla Polonia

Il convoglio colpito trasportava oltre duecento passeggeri. Le ferrovie ucraine, Ukrzaliznytsia, hanno riferito che il personale era stato avvisato in anticipo della minaccia e che le procedure di sicurezza hanno consentito di evitare vittime. La locomotiva è stata raggiunta dal drone nell’area di Yahodyn, uno dei principali punti di collegamento ferroviario e stradale tra Ucraina e Polonia.

Poco prima dell’attacco era transitato dalla stessa zona un treno diplomatico utilizzato da personalità politiche e consiglieri per la sicurezza reduci dalla conferenza Yalta European Strategy di Kiev. Tra loro figuravano l’ex premier britannico Boris Johnson, l’ex primo ministro svedese Carl Bildt e consiglieri europei. Per l’Italia era presente Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico e per la sicurezza nazionale della presidente del Consiglio.

Le prime ricostruzioni avevano sovrapposto i diversi convogli. Secondo le informazioni fornite dalle ferrovie ucraine e dall’Associated Press, David Petraeus, ex direttore della Cia, si trovava invece su un altro treno ancora presente nell’area della stazione. Il convoglio diplomatico con Johnson era già ripartito. Le ferrovie ucraine non escludono che proprio quel treno potesse essere l’obiettivo originario del drone, ma al momento non esistono elementi indipendenti in grado di dimostrarlo.

Tusk teme che l’escalation raggiunga il territorio polacco

La reazione di Varsavia è stata immediata. Tusk ha riunito i responsabili della sicurezza e ha avvertito che la pressione militare russa potrebbe aumentare nelle prossime settimane. «Non possiamo escludere che questa escalation colpisca anche il nostro territorio», ha detto il premier, indicando nella vicinanza degli attacchi alla frontiera un elemento di rischio ormai impossibile da ignorare.

Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, incontrando a Kiev il collega ucraino Sybiha, ha parlato apertamente di escalation e ha chiesto agli alleati di rafforzare il sostegno all’Ucraina. La preoccupazione riguarda soprattutto i valichi occidentali, decisivi non solo per il traffico civile ma anche per il passaggio degli aiuti umanitari e militari destinati a Kiev.

Nelle stesse ore un altro drone ha colpito un mezzo a poche centinaia di metri dal confine nell’area di Yahodyn-Dorohusk, costringendo le autorità a sospendere temporaneamente le operazioni al valico. Il posto di frontiera non è stato colpito direttamente.

Sybiha: «Il terrore di Putin bussa alle porte della Nato»

Per Andrii Sybiha, quanto avvenuto rappresenta un salto di qualità nella strategia russa. Il ministro ucraino ha definito gli attacchi «il terrore di Putin che bussa direttamente alle porte dell’Unione europea e della Nato», chiedendo agli alleati di rafforzare le difese aeree e di aumentare la pressione economica su Mosca.

Sybiha ha rilanciato la richiesta di sanzioni contro il complesso militare-industriale russo, restrizioni commerciali più severe e un maggiore isolamento internazionale della Russia. Il governo ucraino insiste sul fatto che la sicurezza della Polonia e quella dell’Ucraina siano ormai strettamente connesse, soprattutto nelle regioni occidentali del Paese.

Il presidente Volodymyr Zelensky ha accusato Mosca di avere deliberatamente preso di mira la locomotiva. Secondo Kiev, l’obiettivo russo sarebbe quello di estendere progressivamente la pressione oltre le zone del fronte, colpendo infrastrutture ferroviarie, energetiche e logistiche utilizzate dall’Ucraina per mantenere i collegamenti con l’Europa.

Mosca rivendica gli attacchi alle infrastrutture ferroviarie

La versione russa è differente. Il ministero della Difesa russo sostiene di avere colpito infrastrutture ferroviarie nell’Ucraina occidentale utilizzate, secondo Mosca, per il trasporto di forniture militari provenienti dai Paesi europei.

Nello stesso ciclo di bombardamenti le forze russe hanno dichiarato di aver attaccato centri logistici, strutture energetiche e obiettivi portuali nella regione di Odessa, compresi impianti che Mosca ritiene collegati alla movimentazione di materiale militare. Non è possibile verificare in modo indipendente tutte le rivendicazioni delle due parti.

L’offensiva aerea russa ha assunto dimensioni particolarmente vaste. Secondo l’aeronautica ucraina, nella notte tra sabato e domenica sono stati lanciati più di 450 droni di diversi tipi. Oltre quattrocento sarebbero stati abbattuti o neutralizzati dalle difese di Kiev. Gli attacchi hanno interessato anche aree dell’Ucraina occidentale tradizionalmente più lontane dalla linea del fronte.

Il falso allarme di Vilnius

La tensione ha attraversato anche il Baltico. In Lituania, l’aeroporto di Vilnius è stato temporaneamente chiuso dopo che i radar avevano segnalato quello che inizialmente sembrava essere un drone. La Nato ha fatto decollare almeno un caccia dalla base di Siauliai, dove è schierata anche l’Aeronautica militare italiana.

L’allarme è rientrato dopo 38 minuti. L’identificazione visiva effettuata dal velivolo ha stabilito che gli oggetti rilevati erano in realtà uno stormo di uccelli. L’episodio mostra però quanto sia elevato il livello di attenzione lungo il confine orientale dell’Alleanza Atlantica.

Il clima resta pesante anche sul piano politico. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha avvertito che la Lituania finirebbe nel mirino delle armi nucleari russe qualora decidesse in futuro di ospitare ordigni nucleari occidentali. Vilnius sta discutendo la possibile eliminazione dalla propria Costituzione del divieto di ospitare armi di distruzione di massa, ma le autorità lituane hanno precisato di non avere attualmente piani per il dispiegamento di testate nucleari.

La diplomazia prova a ripartire in ottobre

Sul terreno diplomatico rimane aperta la prospettiva di nuovi negoziati. Il Cremlino non ha escluso un nuovo ciclo di colloqui tra Russia, Ucraina e Stati Uniti nel mese di ottobre. Anche Kiev si sta preparando a questa possibilità dopo le recenti missioni degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner a Mosca e nella capitale ucraina.

Il nodo centrale resta quello territoriale. Kushner ha sostenuto che una larga parte della possibile intesa sarebbe già definita se l’Ucraina accettasse di arretrare sulla linea richiesta dal presidente russo Vladimir Putin. Kiev respinge però l’ipotesi di un ritiro unilaterale dal Donbass e continua a chiedere una tregua basata sull’attuale linea del fronte, accompagnata da garanzie di sicurezza occidentali.

Il presidente americano Donald Trump, intanto, ha chiesto pubblicamente a Zelensky di interrompere gli attacchi contro le raffinerie e le infrastrutture russe legate alla produzione di diesel. La Casa Bianca teme che la riduzione dell’offerta di carburante russo possa aggravare la crisi internazionale dei prodotti raffinati e spingere ancora più in alto i prezzi. Kiev replica che gli impianti petroliferi russi rappresentano obiettivi strategici perché contribuiscono a finanziare e sostenere logisticamente lo sforzo bellico di Mosca.

La prospettiva di un negoziato convive così con un’intensificazione degli attacchi e con un fronte sempre più vicino ai confini dell’Unione europea. Dopo il drone caduto sulla linea per Varsavia, il timore a Varsavia, Vilnius e nelle altre capitali del fianco orientale della Nato non riguarda più soltanto la durata della guerra, ma la possibilità che uno degli episodi lungo la frontiera produca conseguenze dirette sul territorio dell’Alleanza.