Trentasei anni dopo, la porta dell’appartamento di via Carlo Poma 2, a Roma, continua a custodire interrogativi senza risposta. Paola Cesaroni, sorella di Simonetta, torna a ricostruire la sera del 7 agosto 1990 e concentra l’attenzione su una serie di circostanze che, secondo la famiglia, non sono mai state chiarite fino in fondo.

Lo fa nel libro In nome della verità, scritto insieme al giornalista Igor Patruno, con la prefazione dell’avvocata Federica Mondani. Un racconto familiare che ripercorre la vita di Simonetta prima dell’omicidio, ma soprattutto le anomalie osservate nelle ore immediatamente successive alla scoperta del corpo.

Il libro arriva mentre la Procura di Roma ha nuovamente aperto il capitolo delle analisi scientifiche. Una traccia genetica maschile isolata sui reperti viene confrontata con i profili di persone che all’epoca frequentavano il palazzo o erano legate agli uffici dell’Aiag, l’Associazione italiana alberghi della gioventù dove lavorava la ventenne.

Le tracce dietro la porta

Uno dei punti sui quali Paola Cesaroni insiste riguarda quanto sarebbe stato osservato dal suo allora compagno Antonello Barone poco dopo l’ingresso nell’ufficio. L’uomo avrebbe notato tre strisce di sangue dietro una porta, tracce che, secondo la ricostruzione della famiglia, non comparirebbero successivamente nelle fotografie scattate dalla polizia scientifica.

Da questo particolare nasce una delle ipotesi più inquietanti formulate dalla sorella di Simonetta: nell’appartamento avrebbe potuto trovarsi ancora qualcuno durante i primi momenti successivi alla scoperta del cadavere. Potrebbe essere stato l’assassino oppure una persona intervenuta in seguito. È però un’interpretazione della famiglia, mai trasformata in un dato processualmente accertato.

L’ampiezza degli uffici, secondo Paola, avrebbe potuto consentire a una persona di restare nascosta mentre i primi presenti entravano e uscivano dai locali. Il sospetto si lega alla convinzione, maturata negli anni dai familiari, che la scena del crimine possa essere stata in qualche modo alterata.

Le chiavi e i minuti persi prima di entrare

Un altro passaggio riguarda Giuseppa De Luca, moglie del portiere dello stabile. Secondo il racconto di Paola, quando i familiari arrivarono in via Poma alla ricerca di Simonetta, la donna avrebbe inizialmente sostenuto di non avere le chiavi dell’ufficio.

Solo dopo diverse insistenze sarebbe stato possibile aprire la porta. Paola ricorda inoltre che, all’arrivo della polizia, le chiavi sarebbero rimaste ancora per qualche tempo nelle mani della donna prima di essere consegnate agli agenti.

Sono circostanze sulle quali la famiglia continua a interrogarsi perché riguardano minuti cruciali, trascorsi quando ancora nessuno sapeva con certezza cosa fosse accaduto all’interno dell’appartamento.

A complicare ulteriormente il quadro resta anche la questione della serratura, che secondo le ricostruzioni successive sarebbe stata sostituita. Per i familiari non è mai stato chiarito in maniera soddisfacente quando sia avvenuto il cambio, chi lo abbia disposto e per quale motivo.

Lo sconosciuto mai identificato

Nella memoria di Paola è rimasto anche un giovane sconosciuto incontrato nell’atrio del palazzo nelle ore immediatamente successive alla scoperta del corpo. Aveva capelli scuri e occhiali e rivolse alla donna un inquietante avvertimento sul fatto che la situazione sarebbe potuta diventare ancora peggiore.

In un primo momento Paola pensò che potesse appartenere alle forze dell’ordine o ai servizi sociali. Successivamente avrebbe appreso in Questura che quell’uomo non risultava appartenere agli apparati presenti sul posto.

La sua identità non è mai stata chiarita. Per la famiglia è uno dei numerosi personaggi rimasti ai margini della vicenda senza che fosse possibile stabilire quale fosse la ragione della sua presenza nel palazzo proprio quella sera.

Le contraddizioni attorno agli uffici

Nel racconto della sorella tornano anche i comportamenti di alcune persone legate all’ambiente lavorativo di Simonetta. Salvatore Volponi, che le aveva procurato il lavoro, avrebbe mostrato agitazione quando i familiari gli chiesero dove si trovassero gli uffici nei quali la ragazza prestava servizio.

Paola ricorda inoltre il caso di Giuseppina Faustini, dipendente degli Ostelli della gioventù, che avrebbe inizialmente negato di conoscere Simonetta. Nei registri del 7 agosto risultava la sua firma d’ingresso, mentre mancava quella relativa all’uscita.

Una delle ipotesi avanzate all’epoca dagli investigatori era che la donna potesse essersi trovata ancora negli uffici durante una fase cruciale del pomeriggio. Anche questa ricostruzione, tuttavia, non ha mai prodotto una conclusione giudiziaria.

Tra gli elementi ricordati dalla famiglia compare anche Giovanni Danese, ufficiale che abitava nello stabile e che riferì di avere incontrato un giovane diretto verso gli uffici. Il padre di Simonetta, insospettito da alcuni aspetti del racconto, effettuò personalmente verifiche nei giorni successivi, senza però arrivare a una risposta definitiva.

L’ingresso nell’ufficio dopo il delitto

Sei giorni dopo l’omicidio, Pietrino Vanacore Caracciolo, indicato nel racconto familiare in relazione agli ambienti degli Ostelli, avrebbe avuto accesso a locali ancora sottoposti a sequestro. Per Paola anche questo episodio rientra tra le anomalie che avrebbero meritato accertamenti più approfonditi.

Nel corso degli anni l’inchiesta ha attraversato piste investigative, processi, assoluzioni e nuove acquisizioni. Nessuna ricostruzione ha però consentito di attribuire definitivamente l’omicidio a un responsabile.

Il caso più noto resta quello di Raniero Busco, all’epoca fidanzato di Simonetta. Condannato in primo grado, venne successivamente assolto in appello con una decisione diventata definitiva.

Le telefonate prima e dopo l’omicidio

Un’altra zona d’ombra riguarda alcune telefonate ricevute da Simonetta sul posto di lavoro. Secondo quanto riferito dalla sorella, un uomo sconosciuto avrebbe contattato la ragazza più volte, facendole capire di conoscerla senza rivelare la propria identità.

Dopo l’omicidio, anche la famiglia Cesaroni avrebbe ricevuto telefonate intimidatorie. In una di queste, alla madre venne prospettato che anche Paola potesse fare la stessa fine della sorella. Il telefono fu sottoposto a controllo, ma gli accertamenti non consentirono di identificare l’autore.

Anni più tardi Paola fu anche coinvolta in un episodio violento dopo un tamponamento. Tre uomini la inseguirono e la aggredirono. Secondo il suo ricordo, furono gli stessi investigatori a valutare inizialmente un possibile collegamento con il delitto di via Poma, ma quella pista non portò a sviluppi.

La nuova speranza affidata al Dna

Oggi il principale fronte investigativo è tornato ad essere quello scientifico. I carabinieri del Ris hanno isolato sui reperti conservati una traccia genetica maschile che viene sottoposta a nuove comparazioni grazie a tecniche più sensibili rispetto a quelle disponibili negli anni Novanta.

I profili di otto persone, cinque donne e tre uomini, sono già stati confrontati con le tracce disponibili, senza risultati utili. Altri sette soggetti sono stati individuati per nuovi accertamenti. I consulenti della famiglia hanno inoltre chiesto che il confronto venga esteso complessivamente a 69 persone che vivevano nel palazzo, frequentavano gli uffici o erano comunque collegate agli ambienti interessati dall’indagine.

Non ci sono al momento nuovi indagati e nessun risultato consente di attribuire la traccia biologica all’assassino. Il fascicolo della Procura resta aperto contro ignoti.

Per Paola Cesaroni, la nuova fase investigativa rappresenta la possibilità di verificare con gli strumenti scientifici di oggi elementi che per decenni sono rimasti sospesi tra testimonianze, contraddizioni e accertamenti incompleti. Al centro resta Simonetta, vent’anni, uccisa con 29 colpi il 7 agosto 1990 e diventata il volto di uno dei misteri giudiziari più lunghi della cronaca italiana.