Scontro durissimo nell’Aula del Senato sulla nuova legge elettorale. A guidare l’attacco del Partito democratico è stato Francesco Boccia, presidente dei senatori dem, che nella dichiarazione di voto contrario ha puntato direttamente sulla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, accusandola di aver costruito una riforma pensata sulle convenienze della maggioranza.
«Giorgia Meloni in questi quattro anni purtroppo per l’Italia non ha fatto nulla, prova a resistere, ci lascia in eredità Vannacci, l’estremizzazione e la radicalizzazione della destra», ha detto Boccia concludendo il suo intervento a Palazzo Madama.
Una critica politica che va oltre il merito tecnico della riforma e investe il bilancio complessivo del governo. Per il capogruppo dem, la maggioranza avrebbe modificato le regole elettorali non per costruire un sistema condiviso, ma per proteggersi in vista delle prossime elezioni.
«Una buona legge deve poter far vincere anche gli altri»
Boccia ha costruito il suo intervento partendo dalla narrazione dell’“underdog” che ha accompagnato per anni l’ascesa politica della premier. «C’è qualcosa di affascinante nell’idea di chi parte da una posizione di svantaggio, combatte e vince», ha osservato. Ma, secondo il senatore del Pd, la vera prova arriva una volta conquistato il potere.
«Chi è sicuro della propria forza non teme regole neutrali. Perché una buona legge elettorale è quella che sei disposto ad approvare anche sapendo che potrebbe far vincere gli altri», ha sostenuto Boccia. È qui, nella sua ricostruzione, che si misura la distanza tra una norma pensata per durare e una costruita sulla convenienza della maggioranza del momento.
Il Partito democratico contesta soprattutto il meccanismo complessivo della riforma, che supera i collegi uninominali e introduce un sistema a base proporzionale con un premio di governabilità per la coalizione capace di raggiungere il 42 per cento dei voti. Nel corso dell’esame al Senato è stato inoltre introdotto il voto di preferenza, mantenendo però i capilista bloccati.
Il no del Pd alla riforma
Boccia ha rivendicato i tentativi dell’opposizione di modificare il testo durante l’esame parlamentare. Il Pd, ha ricordato, aveva proposto «preferenze vere, parità di genere, una soglia più alta e un premio più contenuto, meno barriere alla partecipazione, rispetto della Costituzione».
Proposte che, secondo il capogruppo dem, la maggioranza non ha voluto accogliere. Da qui il voto contrario annunciato in Aula. «Non votiamo contro perché vorremmo una legge che favorisca il centrosinistra. Una legge elettorale che favorisse noi sarebbe sbagliata esattamente quanto una legge costruita per favorire voi», ha affermato.
Per Boccia una legge elettorale dovrebbe essere sottratta il più possibile alla logica contingente degli schieramenti. «Noi vogliamo una legge che non appartenga a nessuno. Perché le maggioranze passano. I governi passano. I leader passano».
Il punto, ha aggiunto, riguarda direttamente la qualità del sistema democratico: «Il Parlamento non appartiene ai capi dei partiti. Le istituzioni non appartengono alla maggioranza del momento». La democrazia, nella lettura del presidente dei senatori dem, resta forte soltanto se chi governa accetta fino in fondo la possibilità di essere sconfitto dagli elettori.
L’attacco a Meloni e il caso Vannacci
La parte più politica dell’intervento è arrivata nel finale. Boccia ha legato il giudizio sulla legge elettorale al bilancio dei quattro anni di governo guidato da Giorgia Meloni, parlando di un Paese che non cresce abbastanza, di salari che non avrebbero recuperato potere d’acquisto e di problemi sociali diventati più pesanti.
Ma è soprattutto sul terreno politico che il capogruppo del Pd ha scelto l’affondo, indicando in Roberto Vannacci il simbolo di quella che definisce una progressiva radicalizzazione della destra italiana.
«L’eredità politica più inquietante prodotta dalla destra al governo è Vannacci. Lo avete candidato, legittimato, fatto crescere», ha detto rivolgendosi ai banchi della maggioranza.
Il riferimento si inserisce in una fase nella quale Vannacci è diventato uno degli elementi di maggiore pressione sul centrodestra, anche nel dibattito sulla stessa legge elettorale e sulle preferenze. La sua crescita politica viene utilizzata dal Pd come argomento per contestare la strategia seguita negli ultimi anni dai partiti della coalizione di governo.
«Non vi salverete con una legge truffa»
La conclusione di Boccia sintetizza il livello dello scontro raggiunto sulla riforma. «Dovevate cambiare l’Italia. Avete finito per radicalizzare la destra. Non vi salverete con una legge elettorale truffa».
Parole che anticipano un confronto destinato a proseguire anche dopo il voto di Palazzo Madama. Il testo, modificato dal Senato rispetto alla versione approvata dalla Camera, dovrà infatti tornare a Montecitorio per una nuova lettura.
La maggioranza difende la riforma come un intervento destinato a garantire maggiore governabilità e a restituire agli elettori la possibilità di incidere sulla scelta dei parlamentari attraverso le preferenze. Le opposizioni continuano invece a contestare premio di maggioranza, capilista bloccati, soglie e regole per la presentazione delle liste.
Lo scontro sulla legge elettorale entra così nella sua fase politica decisiva, con il voto finale del Senato e il successivo ritorno alla Camera. E la campagna per le prossime elezioni, di fatto, è già cominciata.