Milano è la città che lo ha ascoltato e, allo stesso tempo, quella nella quale teme di non essere riuscito a lasciare un segno abbastanza profondo. Al decimo anno alla guida della Chiesa ambrosiana, Mario Delpini guarda al tratto conclusivo del proprio episcopato con l’ironia che ha accompagnato molti dei suoi interventi pubblici. Quando parla del futuro, l’arcivescovo non costruisce bilanci celebrativi. Al contrario, ammette di aver avuto talvolta «l’impressione di essere irrilevante dappertutto».
Il suo mandato, però, non si chiuderà immediatamente. Dopo aver compiuto 75 anni il 29 luglio, Delpini ha presentato, come previsto dal diritto canonico, la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi di Milano. Papa Leone XIV l’ha accettata con la formula nunc pro tunc, prorogando l’incarico per un anno. Dopo luglio 2027 la Nunziatura avvierà la procedura per la successione e Delpini resterà in carica fino alla pubblicazione della nomina del nuovo arcivescovo.
Il tempo del congedo
La proroga non sembra aver modificato il suo modo di guardare al ruolo. Delpini racconta di essere «amico delle scadenze» e considera naturale preparare la casa per chi verrà dopo. Non parla di un’opera compiuta, né rivendica un’eredità personale. La sua lettura è quasi opposta: ogni episcopato, sostiene, lascia qualcosa di incompleto e consegna al successore un lavoro da continuare.
Anche quando immagina il prossimo arcivescovo, torna l’ironia. L’auspicio è che sia migliore del predecessore, obiettivo che, scherza, non dovrebbe essere particolarmente difficile da raggiungere. Dietro l’autodeprecazione c’è però una convinzione precisa: la Diocesi di Milano non appartiene a chi la guida in un determinato momento, ma a una storia ecclesiale molto più lunga.
Il nuovo anno pastorale conferma che la proroga non sarà soltanto un periodo d’attesa. Sono state programmate altre sei visite pastorali. Finora l’arcivescovo ha raggiunto 43 dei 63 decanati della diocesi e, con gli appuntamenti previsti, arriverà a 50.
Milano e la solitudine
Il passaggio più netto dell’intervista riguarda però la città. Delpini individua nell’individualismo uno dei problemi centrali della Milano contemporanea e chiede un cambio culturale che riporti al centro appartenenza, responsabilità e comunità.
Il suo sguardo incrocia questioni molto concrete: la solitudine degli anziani, la difficoltà di costruire una città nella quale sia sostenibile abitare e lavorare, la distanza tra ricchezza e povertà, la possibilità per bambini e giovani di immaginare qui il proprio futuro. Non propone ricette amministrative. Rivendica, piuttosto, il compito del vescovo di richiamare principi e responsabilità.
Anche sul rapporto tra ricchezza e città evita una rappresentazione uniforme. Dice di conoscere persone benestanti che restituiscono molto alla comunità senza cercare visibilità e imprenditori attenti ai collaboratori e all’ambiente. Ma lascia aperta anche l’altra possibilità, quella di una ricchezza che utilizza la città senza contribuire abbastanza alla sua coesione.
Lo sguardo sulle elezioni del 2027
Le parole dell’arcivescovo arrivano mentre Milano si prepara alle elezioni comunali del 2027, consultazione per la quale non è ancora stata fissata la data esatta. Il confronto politico sulla successione a Palazzo Marino è già iniziato, ma Delpini non entra nella partita dei nomi e non indica candidati o schieramenti.
Alla domanda sull’esistenza di un voto cattolico, richiama il bene comune e afferma che i cattolici dovrebbero orientarsi verso persone che considerano serie e oneste. È una posizione che lascia la scelta politica ai cittadini e mantiene distinta la funzione pastorale della Chiesa dalla competizione elettorale.
Anche sulla sicurezza, uno dei temi destinati a pesare nel dibattito cittadino, Delpini parla soprattutto a partire dalla propria esperienza. Racconta di utilizzare anche la metropolitana e di camminare per la città senza particolari timori, esprime stima per le forze dell’ordine e invita a interrogarsi sul modo in cui viene raccontata la paura. È una valutazione personale, non una lettura statistica dell’andamento dei reati.
Una Chiesa dentro la città
Per Delpini, il futuro della Chiesa ambrosiana passa infine dalla capacità di rimanere dentro le trasformazioni di Milano, anche quando la società appare più secolarizzata. Cita il progetto del Monastero ambrosiano nell’area Mind, immaginato come presenza capace di confrontarsi con innovazione, tecnologia e ricerca senza rinunciare alla domanda sul significato umano del progresso.
La misura del lavoro della Chiesa, nella sua prospettiva, non può essere soltanto il numero delle persone raggiunte o il peso esercitato nel dibattito pubblico. È anche per questo che la parola «irrilevanza», apparentemente così severa, assume un significato meno amaro. Non è soltanto il bilancio di ciò che non è riuscito a fare. È il dubbio di un vescovo che, mentre prepara il congedo, continua a chiedersi se Milano abbia davvero ascoltato il suo invito a diventare meno individualista e più comunità.