Si è sgretolato nel cuore della notte, in pochi secondi, mentre all'interno dormivano famiglie che avevano già perso le proprie case. Il palazzo Al-Saada, nella zona occidentale di Gaza City, era stato pesantemente danneggiato durante precedenti attacchi israeliani e da tempo mostrava evidenti problemi strutturali. Poco dopo le tre del mattino di mercoledì 16 settembre l'edificio è crollato su se stesso, travolgendo anche alcune sistemazioni di fortuna nelle vicinanze. Il bilancio aggiornato è di almeno 21 morti, tra i quali 11 bambini.
Sul numero dei feriti, nelle ore successive alla tragedia sono circolati conteggi differenti. Il ministero della Sanità di Gaza ne ha indicati almeno 14, mentre la Difesa civile palestinese ha successivamente parlato di 45 feriti e di 35 persone riuscite a uscire autonomamente dall'edificio durante il crollo. Nella palazzina si trovavano circa cento persone, secondo le stime raccolte dalle autorità locali e dalle Nazioni Unite.
«In meno di dieci secondi non c'era più nulla»
Chi viveva accanto al palazzo racconta di avere visto per settimane cadere piccoli pezzi di muratura. Talal al-Harazin, sfollato con la famiglia in una tenda sistemata a pochi metri dall'edificio, ha riferito che la struttura perdeva mattoni e frammenti, ma che nessuno aveva immaginato un cedimento così improvviso.
Poco dopo le tre, ha raccontato, il palazzo è venuto giù completamente «in meno di dieci secondi». Una nuvola di polvere ha avvolto l'intera area, rendendo impossibile vedere anche a pochi centimetri di distanza. Altri residenti hanno raccontato di avere sentito le grida provenire da sotto le macerie mentre vicini e soccorritori cercavano di raggiungere le persone intrappolate.
Le squadre della Difesa civile di Gaza hanno lavorato per molte ore. La scarsità di mezzi pesanti ha costretto in una prima fase soccorritori e volontari a spostare pietre e cemento con pale, strumenti rudimentali e, in alcuni casi, direttamente con le mani. Una parte dei macchinari utilizzati nelle operazioni è stata messa a disposizione dall'Egitto, mentre le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite hanno partecipato alla risposta all'emergenza.
Una casa pericolante perché non c'era alternativa
Il palazzo era già considerato insicuro. Eppure alcune famiglie avevano continuato ad abitarlo. È una situazione che si ripete in tutta la Striscia di Gaza, dove la distruzione provocata da quasi tre anni di guerra e la scarsità di alloggi alternativi hanno costretto parte della popolazione a rientrare in edifici lesionati o parzialmente distrutti.
Una valutazione satellitare di Unosat, citata dall'Ocha, stimava a giugno oltre 201 mila strutture danneggiate nella Striscia, circa l'82 per cento del totale esaminato. Più di 134 mila risultavano distrutte e quasi 14 mila gravemente danneggiate. In una successiva valutazione degli alloggi controllati sul terreno, il 60 per cento delle unità ispezionate risultava distrutto o interessato da gravi danni strutturali.
A Gaza City, secondo una rilevazione del Norwegian Refugee Council citata dall'Associated Press, più di un edificio su cinque tra quelli valutati a marzo non aveva condizioni strutturali adeguate. Molti degli occupanti avevano però spiegato di non disporre di un posto alternativo dove trasferirsi.
L'allarme per altri edifici a rischio
La Difesa civile palestinese sostiene che circa duemila edifici danneggiati continuino a ospitare famiglie e possano rappresentare un rischio, soprattutto con l'avvicinarsi della stagione delle piogge. Una stima più circoscritta delle Nazioni Unite parla invece di centinaia di strutture già valutate come non sicure. Le cifre non sono direttamente sovrapponibili perché derivano da criteri e rilevazioni differenti.
Il coordinatore umanitario dell'Onu per i Territori palestinesi occupati, Ramiz Alakbarov, ha chiesto l'ingresso urgente di macchinari pesanti, attrezzature specialistiche, carburante e materiali per gli alloggi d'emergenza. Le Nazioni Unite sostengono che la disponibilità di mezzi per le operazioni di soccorso e rimozione delle macerie resti insufficiente. Le autorità israeliane, attraverso il Cogat, affermano invece che la politica del governo consente l'ingresso di macchinari pesanti nella Striscia.
Il peso della distruzione dopo la guerra
Il crollo del palazzo Al-Saada riporta al centro anche il problema della ricostruzione. Il cessate il fuoco concordato nell'ottobre 2025 ha ridotto l'intensità dei combattimenti, ma non ha portato a una ricostruzione su vasta scala. Israele sostiene che una ricostruzione completa non possa procedere senza il disarmo di Hamas; da parte palestinese e delle organizzazioni umanitarie vengono invece denunciate restrizioni all'ingresso di materiali e mezzi indispensabili.
Per molte famiglie il risultato è una scelta senza sicurezza: restare nelle tende e nei campi sovraffollati oppure cercare riparo dentro edifici che portano ancora le lesioni della guerra. Il crollo di Gaza City ha mostrato quanto fragile possa essere anche quello che, per migliaia di sfollati, continua a essere chiamato casa.