A oltre un secolo dalla scoperta che cambiò la storia dell’archeologia, la tomba di Tutankhamon potrebbe non avere ancora svelato tutti i suoi segreti. Nuove indagini geofisiche condotte nella Valle dei Re, nei pressi di Luxor, hanno individuato anomalie compatibili con la possibile presenza di un corridoio ostruito e di altri ambienti oltre la parte conosciuta del sepolcro del giovane faraone. È un risultato che riapre una delle discussioni più affascinanti e controverse dell’egittologia contemporanea: dietro le pareti della tomba KV62 potrebbe trovarsi una struttura funeraria più ampia e, secondo un’ipotesi avanzata da anni, forse collegata alla regina Nefertiti. Per ora, però, nessuna camera è stata materialmente aperta e nessun elemento permette di identificare un eventuale occupante.
Le nuove anomalie sotto la roccia
La ricerca è guidata dall’archeologo egiziano Mamdouh Eldamaty, docente alla Ain Shams University del Cairo ed ex ministro delle Antichità. Il gruppo ha combinato il radar a penetrazione del suolo, utilizzato dall’interno della tomba, con una tecnica di microgravimetria capace di rilevare minime differenze nella densità delle rocce e degli eventuali spazi sotterranei.
Secondo i risultati anticipati da Nature, sono state effettuate più di 1.200 misurazioni su un’area di circa 35 metri quadrati sopra e attorno alla KV62. L’analisi condotta dall’ingegnere e geofisico George Ballard indicherebbe la presenza di un corridoio largo circa due metri, riempito di detriti, che si allontanerebbe dalla camera funeraria. Altri segnali mostrerebbero strutture a bassa densità, con geometrie ad angolo retto e orientamento parallelo alla parete nord. Per i ricercatori potrebbero essere ambienti realizzati dall’uomo, ma le misurazioni indirette non consentono ancora di trasformare l’ipotesi in una scoperta archeologica certa.
Tra i segnali esaminati ce n’è uno, indicato come “anomalia 7”, che ha attirato particolare attenzione. Si tratta di una zona prevalentemente a bassa densità con una porzione più compatta e approssimativamente quadrata. Una delle interpretazioni possibili è quella di uno spazio contenente materiali o oggetti, ma lo stesso Ballard ha sottolineato che le rilevazioni si trovano ai limiti delle capacità degli strumenti impiegati.
Il mistero nato dietro la parete nord
La possibilità che la tomba di Tutankhamon continui oltre le stanze note non è nuova. Nel 2015 l’egittologo britannico Nicholas Reeves, studiando scansioni ad altissima definizione delle pareti, individuò alcune tracce che interpretò come possibili aperture murate. Da lì nacque la teoria secondo cui KV62 sarebbe stata originariamente parte di un complesso funerario più grande, successivamente adattato in fretta per il giovane sovrano morto prematuramente.
In quella ricostruzione, oltre la parete nord potrebbe essere rimasta intatta una parte precedente del sepolcro. Reeves avanzò allora il nome più suggestivo: Nefertiti, la grande sposa reale di Akhenaton, figura centrale del periodo di Amarna e uno dei personaggi più enigmatici dell’antico Egitto. Il luogo della sua sepoltura non è mai stato identificato con certezza.
Il collegamento con Nefertiti, tuttavia, non deriva dalle nuove misurazioni. Radar e microgravimetria possono suggerire la presenza di discontinuità, passaggi o cavità nella roccia, ma non possono stabilire chi vi sia stato sepolto. L’associazione con la regina nasce dall’interpretazione storica e architettonica proposta da Reeves, non da una prova emersa direttamente dai nuovi strumenti.
Il precedente che aveva chiuso il caso
Proprio per questo il nuovo capitolo viene seguito con particolare prudenza. Nel 2018 una grande indagine coordinata da Franco Porcelli del Politecnico di Torino, con tre sistemi radar a differenti frequenze, aveva raggiunto conclusioni opposte. I ricercatori non avevano rilevato discontinuità compatibili con muri di sbarramento o camere immediatamente adiacenti alla sepoltura di Tutankhamon. I risultati furono poi pubblicati nel 2019 sul Journal of Cultural Heritage.
La nuova ricerca prova ora a spiegare almeno in parte quella divergenza. Secondo Ballard, le precedenti campagne avrebbero cercato soprattutto grandi spazi vuoti subito dietro le pareti, mentre l’eventuale passaggio individuato oggi potrebbe essere stato intenzionalmente riempito di detriti. Inoltre, l’impiego della microgravimetria offre una lettura diversa del sottosuolo e consente di cercare anomalie anche al di fuori della portata immediata del radar utilizzato dall’interno della tomba. È proprio questa sovrapposizione di tecniche differenti ad avere riportato la questione al centro del dibattito.
Non tutti gli specialisti, però, considerano sufficienti i dati disponibili. Christopher Gaffney, archeologo e specialista di radar dell’Università di Bradford, ha definito il quadro interessante ma non ancora abbastanza dettagliato per conclusioni definitive. Anche il geofisico Peter Styles, della Keele University, considera plausibile la presenza di spazi, chiedendo però ulteriori informazioni e verifiche indipendenti. Una parte dei dati completi, secondo quanto riferito dal gruppo di ricerca, non è ancora stata resa pubblica.
La decisione ora spetta alle autorità egiziane
Il passaggio decisivo potrebbe arrivare nei prossimi mesi. La scelta se autorizzare un controllo diretto delle presunte strutture spetta al Supreme Council of Antiquities egiziano. Se arriverà il via libera, il gruppo di ricerca ipotizza già da novembre un intervento estremamente limitato, con una perforazione controllata attraverso la quale introdurre piccoli dispositivi mobili dotati di telecamere. L’obiettivo sarebbe osservare gli spazi senza compromettere le pitture e la struttura della tomba.
È il punto più delicato dell’intera vicenda. KV62 è uno dei siti archeologici più celebri e fragili al mondo. Scoperta nel 1922 da Howard Carter, la tomba conservava gran parte del corredo funerario del sovrano e rimane uno dei pochissimi sepolcri reali della Valle dei Re ritrovati sostanzialmente intatti. Le sue dimensioni, sorprendentemente ridotte rispetto ad altre tombe faraoniche, sono da tempo uno degli elementi che alimentano il dibattito sulla sua origine e sul possibile riutilizzo degli ambienti.
Per sapere se dietro quelle pareti esista davvero un altro capitolo della storia della XVIII dinastia servirà dunque qualcosa che i radar, da soli, non possono offrire: vedere direttamente cosa c’è oltre la roccia e i detriti. Soltanto allora sarà possibile capire se le anomalie corrispondano a passaggi e camere costruiti nell’antichità. E soltanto un eventuale ritrovamento archeologico potrà dire se il nome di Nefertiti appartiene davvero a questa storia o se resterà una delle ipotesi più affascinanti nate attorno alla tomba del faraone bambino.