Dieci anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. La condanna inflitta il 22 giugno a Marek Konrad Daniec, 43 anni, per la morte della compagna Hanna Herasimchyk torna al centro dell’attenzione dopo la pubblicazione delle motivazioni della Corte d’assise di Milano. È un passaggio che chiarisce come i giudici abbiano valutato la violenza dell’ultimo litigio e quali elementi abbiano considerato per fissare la pena al minimo previsto per il reato, senza concedere all’imputato le attenuanti generiche.

La morte e la ricostruzione dell’aggressione

Hanna Herasimchyk, 46 anni, ex ballerina bielorussa, fu trovata senza vita il 13 giugno 2024 nella sua abitazione di Pozzuolo Martesana, nel Milanese. Nella ricostruzione accolta dalla Corte, durante l’ultimo scontro il compagno la colpì più volte, la afferrò e la trattenne con forza. I giudici ritengono inoltre probabile una caduta e ricostruiscono un gesto con cui l’uomo le avrebbe coperto violentemente la bocca. La donna, osservano nelle motivazioni, si trovava in condizioni di particolare fragilità, note all’imputato.

Il procedimento aveva preso avvio con un’accusa di omicidio volontario. Una perizia medico-legale ha però individuato in una miocardite la causa della morte e ha modificato la valutazione della dinamica del decesso: secondo il consulente, gli accertamenti non consentivano di attribuirlo con certezza a un soffocamento o a uno strangolamento. La procuratrice Francesca Crupi ha quindi riformulato l’imputazione in omicidio preterintenzionale, accolta dalla Corte. La presenza della patologia non ha portato i giudici a escludere la responsabilità penale dell’uomo per l’aggressione.

Perché la pena è stata fissata a dieci anni

La scelta della pena è spiegata nelle motivazioni attraverso due valutazioni distinte. Da una parte, i giudici non riconoscono attenuanti generiche: ritengono che Daniec abbia continuato una relazione segnata da litigi violenti, pur conoscendo la vulnerabilità della compagna. Dall’altra, nel determinare la durata della reclusione, richiamano il suo stato di frustrazione e di esasperazione e i tentativi, ricostruiti nel processo, di sottrarsi ai conflitti. È una valutazione della Corte sul contesto della vicenda, non un’esclusione della responsabilità per la morte della donna.

Il riferimento al rapporto conflittuale fra i due compare nelle 37 pagine della motivazione. Resta però centrale l’accertamento dell’aggressione: la qualificazione preterintenzionale significa che, secondo la decisione di primo grado, la condotta violenta è stata voluta, mentre l’evento mortale è andato oltre l’intenzione attribuita all’imputato. L’assenza della volontà di uccidere non coincide, dunque, con l’assenza di un reato.

Dalla prima accusa alla sentenza

Daniec era stato arrestato nel dicembre 2024. Durante il processo, dopo gli esiti dell’accertamento medico-legale, aveva lasciato il carcere per gli arresti domiciliari. Alla conclusione del dibattimento, il 22 giugno 2026, la Corte lo ha condannato a dieci anni, a fronte dei dodici richiesti dalla Procura, e ha disposto provvisionali risarcitorie per i familiari della vittima. La difesa aveva annunciato l’intenzione di impugnare la condanna; le notizie consultate non permettono di accertare l’esito di un eventuale giudizio d’appello.

La pubblicazione delle motivazioni riporta l’attenzione sul significato delle parole impiegate per descrivere una relazione violenta. Nel dispositivo e nella ricostruzione dei giudici, i contrasti tra i compagni costituiscono parte del contesto esaminato, mentre la condanna riguarda gli atti commessi dall’imputato e le loro conseguenze. Al centro della vicenda resta la morte di Hanna Herasimchyk e la responsabilità riconosciuta dalla Corte nella sentenza di primo grado.