Tre militari israeliani hanno raccontato al quotidiano spagnolo El País alcuni dei meccanismi con cui venivano valutati e autorizzati gli attacchi nella Striscia di Gaza, offrendo una ricostruzione dall’interno delle procedure impiegate durante la guerra. Due appartenevano all’intelligence militare, il terzo a un’unità di droni. Le interviste sono state organizzate dall’organizzazione israeliana di ex soldati Shovrim Shtiká, conosciuta a livello internazionale come Breaking the Silence.
Le testimonianze arrivano dopo le polemiche suscitate da Naza, il documentario diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, costruito sulle testimonianze anonime di 24 militari e uomini dell’intelligence. Il film, premiato con il Premio speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, è stato accolto con forti critiche in Israele ed è stato distribuito in decine di Paesi.
Il bombardamento di Jabalia
Uno dei passaggi più rilevanti riguarda l’attacco del 31 ottobre 2023 contro il campo profughi di Jabalia. L’obiettivo era Ibrahim Biari, comandante di battaglione di Hamas indicato dall’esercito israeliano come uno degli organizzatori dell’attacco del 7 ottobre. Secondo uno dei militari intervistati, l’operazione sarebbe stata autorizzata nonostante una stima preventiva di danno collaterale che arrivava fino a 300 persone.
La stessa fonte sostiene che il via libera sarebbe arrivato ai vertici militari, all’epoca guidati dal capo di Stato maggiore Herzi Halevi. Un secondo militare ha spiegato che l’obiettivo si trovava in un tunnel sotterraneo e che, per colpirlo, sarebbe stato necessario provocare il crollo di alcuni edifici sovrastanti. Secondo la sua ricostruzione, il rischio di un numero molto elevato di vittime civili era dunque conosciuto prima dell’attacco.
Il bilancio citato nell’articolo è di almeno 126 morti, tra cui 68 minorenni, e oltre 280 feriti. La fonte militare sostiene inoltre che all’interno dell’apparato non vi sarebbe stata sorpresa di fronte alla portata delle conseguenze, perché il numero delle vittime rientrava nello scenario considerato possibile prima dell’operazione.
Le soglie del danno collaterale
Al centro delle testimonianze c’è il concetto di “naza”, termine utilizzato nel gergo militare israeliano per indicare la previsione del danno collaterale. È lo stesso termine che dà il titolo al documentario di Abraham e Szor.
Uno dei soldati descrive un sistema nel quale, durante alcune fasi della guerra, l’obiettivo sarebbe stato colpire il maggior numero possibile di appartenenti ad Hamas, anche di livello non elevato, utilizzando una quantità molto ampia di ordigni. La valutazione dei civili potenzialmente coinvolti sarebbe stata parte integrante del processo di autorizzazione.
Lo stesso militare racconta che, durante le operazioni nel nord di Gaza, l’intelligence classificava le aree anche in base alla percentuale stimata di evacuazione. In alcuni casi gli edifici potevano essere colpiti una volta raggiunto un livello di evacuazione del 75 per cento, con la consapevolezza che una quota degli abitanti avrebbe potuto essere ancora all’interno.
Il caso di Al Mawasi
Un secondo episodio riguarda l’uccisione, nel settembre 2024, di Ayman Mabhuh, indicato come comandante di Hamas, nella zona di Al Mawasi, che era stata designata da Israele come area umanitaria.
Secondo uno dei militari, la decisione di colpire sarebbe stata presa pur prevedendo la possibilità di provocare decine di vittime. Il soldato descrive una progressiva assuefazione al numero dei morti civili, fino al punto in cui la possibilità che un’operazione provocasse alcune decine di vittime non sarebbe più stata percepita con la stessa gravità delle prime fasi della guerra.
Le testimonianze descrivono inoltre un cambiamento nelle modalità con cui venivano scelti gli obiettivi. Per alcuni appartenenti di livello inferiore a Hamas o alla Jihad islamica, la semplice appartenenza all’organizzazione poteva essere sufficiente, secondo il racconto di una delle fonti, per considerarli obiettivi anche mentre si trovavano nelle proprie abitazioni.
Le regole per i droni
Particolarmente delicata è la ricostruzione fornita dal militare dell’unità droni. Il suo racconto riguarda gli attacchi destinati a proteggere le truppe israeliane schierate sul terreno e, successivamente al cessate il fuoco, le persone che si avvicinavano o superavano la cosiddetta Linea Gialla.
Secondo la sua testimonianza, in determinate circostanze una persona poteva essere considerata una possibile minaccia anche senza la presenza visibile di un’arma o informazioni di intelligence precedenti. Il comportamento, la distanza dalle truppe e il modo di muoversi potevano contribuire alla decisione di chiedere l’autorizzazione a colpire.
Il militare sottolinea inoltre il peso esercitato dal singolo comandante nella valutazione delle situazioni ambigue, descrivendo approcci più o meno prudenti all’interno delle unità. È uno degli aspetti che, nelle testimonianze raccolte, viene indicato come determinante nella concreta applicazione delle regole d’ingaggio.
La risposta dell’esercito israeliano
Le Forze di difesa israeliane contestano la ricostruzione secondo cui sarebbe stato autorizzato un attacco contro un singolo comandante di Hamas con la previsione di mettere in pericolo più di cento persone. In una risposta inviata a El País, l’esercito ha ribadito di operare nel rispetto del diritto internazionale e delle norme applicabili ai conflitti armati.
Secondo l’Idf, prima di ogni attacco vengono valutati il vantaggio militare previsto, il rischio per la popolazione civile e le possibili misure per ridurre i danni. Le stime sulle vittime potenziali, sostiene l’esercito, sarebbero utilizzate proprio per limitare il rischio per i civili e non per ignorarlo.
Di segno opposto la posizione di Nadav Weiman, direttore esecutivo di Breaking the Silence, secondo il quale le politiche adottate durante la guerra avrebbero invece reso le vittime civili una componente prevedibile delle operazioni militari. Si tratta di una valutazione contestata dall’esercito israeliano, che continua a sostenere la conformità delle proprie operazioni al diritto internazionale.
Il caso Naza e il confronto in Israele
Le nuove testimonianze si inseriscono nel confronto aperto dal documentario Naza, presentato a Venezia e distribuito dal 28 settembre in oltre cinquanta territori. Il film raccoglie testimonianze anonime di soldati e funzionari dell’intelligence israeliana sulle modalità con cui sono state pianificate e condotte alcune operazioni nella Striscia.
In Israele il documentario ha provocato una durissima reazione politica, mentre i suoi autori hanno difeso il lavoro come un’inchiesta sulle procedure militari adottate dopo il 7 ottobre 2023. Il confronto si concentra proprio sulla proporzionalità degli attacchi, sulle soglie di rischio accettate per i civili e sulla distanza tra le ricostruzioni dei militari intervistati e la versione ufficiale dell’esercito.
Le testimonianze raccolte da El País non costituiscono da sole un accertamento giudiziario sui singoli episodi, ma aggiungono nuovi elementi al dibattito sulle condotte militari nella Striscia di Gaza, già oggetto di indagini, rapporti internazionali e procedimenti davanti alla Corte internazionale di giustizia.