Il 6 ottobre, per Jean-Luc Mélenchon, non sarà semplicemente un’altra giornata di protesta dei liceali francesi. Sarà «un punto di ralliement général, un point de départ», un momento di convergenza destinato, nelle intenzioni del leader della France Insoumise, ad aprire una fase più ampia della mobilitazione sociale contro il governo.

La nuova giornata nazionale è stata convocata per martedì dalle organizzazioni studentesche dopo l’incontro con il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray, giudicato insufficiente dai rappresentanti dei liceali. Al centro della protesta restano richieste molto concrete: più insegnanti e personale scolastico, classi meno affollate, edifici in condizioni migliori e maggiori risorse per il sistema dell’istruzione.

La protesta, partita a metà settembre e cresciuta soprattutto nelle periferie popolari della regione parigina, ha ormai coinvolto centinaia di istituti in tutto il Paese. In alcuni momenti, secondo i dati delle autorità, sono stati interessati più di mille licei. La mobilitazione si è però accompagnata a episodi di violenza, incendi, danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine.

Più di 5 mila fermi in pochi giorni

Il bilancio della repressione e degli incidenti è pesantissimo. Dall’inizio della settimana le persone fermate hanno superato quota 5 mila, in larghissima parte adolescenti. Le autorità francesi stimano che circa l’86% degli arrestati sia minorenne.

Solo venerdì sono state effettuate 1.747 interpellazioni, dopo le 1.954 del giorno precedente. Il ministero dell’Interno ha segnalato violenze attorno a 158 istituti nella giornata di venerdì, mentre nei giorni precedenti erano stati registrati blocchi, incendi e scontri in diverse città, da Nantes a Strasburgo, da Marsiglia a Tolosa.

Anche tra le forze dell’ordine il numero dei feriti è elevato. Oltre 600 agenti hanno riportato conseguenze negli scontri secondo i dati diffusi dalle autorità. Sono stati segnalati inoltre ferimenti tra studenti, insegnanti e dirigenti scolastici.

Il governo ha rafforzato il dispositivo di sicurezza mobilitando Crss e gendarmi mobili. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha accusato gruppi organizzati di infiltrarsi nelle manifestazioni con l’obiettivo di alimentare gli incidenti. La France Insoumise respinge invece le accuse di strumentalizzazione e sostiene che l’esecutivo stia cercando di trasformare una protesta sociale in una questione esclusivamente di ordine pubblico.

L’incontro con Geffray non ferma la protesta

Il confronto di venerdì con Édouard Geffray non è bastato a riportare la calma. I rappresentanti dei liceali hanno lasciato il ministero sostenendo di non aver ricevuto «misure concrete» in grado di rispondere alle richieste avanzate nelle ultime settimane.

Anche una parte del mondo della scuola considera insufficiente il dialogo avviato dall’esecutivo. Le organizzazioni sindacali chiedono impegni economici immediati, soprattutto dopo la presentazione del progetto di bilancio per il 2027, che prevede per l’istruzione un aumento della spesa inferiore all’inflazione.

La protesta si concentra in particolare sulle disuguaglianze territoriali. Nelle aree più difficili, soprattutto in Seine-Saint-Denis, gli studenti denunciano da anni carenze di docenti, edifici deteriorati e difficoltà nel garantire la continuità didattica. È proprio dalle periferie che il movimento ha preso forza prima di estendersi alle grandi città e agli istituti dei quartieri più centrali.

Mélenchon entra apertamente nella mobilitazione

È in questo scenario che Mélenchon ha deciso di alzare ulteriormente il livello del proprio sostegno. In una nota pubblicata il 3 ottobre, il leader insoumis ha invitato il suo movimento a «organizzarsi per accompagnare» la protesta e ha descritto il 6 ottobre come l’inizio di una nuova fase.

Secondo Mélenchon, la mobilitazione ha già superato i confini delle scuole. Alle iniziative dei liceali si sono affiancati studenti universitari, insegnanti e diverse organizzazioni sindacali. Sei sigle del settore dell’istruzione hanno annunciato la partecipazione alla giornata di martedì, mentre anche la Cgt ha sostenuto la costruzione delle manifestazioni.

Mélenchon ha inoltre invitato adulti e genitori a partecipare ai cortei indossando caschi o bracciali bianchi, con l’obiettivo dichiarato di formare una sorta di cordone di protezione attorno agli studenti. Il riferimento evocato dal leader della sinistra radicale è alle mobilitazioni francesi del passato, quando servizi d’ordine civili avevano accompagnato cortei particolarmente esposti al rischio di scontri.

La scelta ha riacceso lo scontro politico. Governo, destra ed estrema destra accusano da giorni la France Insoumise di soffiare sulla protesta. Mélenchon ribalta l’accusa, sostenendo che sia invece necessario «proteggere» i ragazzi e garantire loro la possibilità di manifestare.

Il 17 ottobre già nel mirino

Per il leader insoumis la giornata del 6 ottobre non rappresenta dunque un punto di arrivo. Nei suoi interventi compare già un’altra data, quella del 17 ottobre, attorno alla quale sui social stanno circolando appelli per una mobilitazione più ampia.

L’obiettivo sarebbe quello di far convergere studenti, lavoratori, insegnanti e altre categorie sociali, comprese alcune componenti del mondo agricolo. Per ora non esiste ancora un quadro unitario definitivo né una piattaforma condivisa, ma l’ipotesi di una saldatura tra il movimento studentesco e il malcontento sociale preoccupa l’esecutivo.

La protesta arriva inoltre mentre la Francia entra nell’ultimo tratto della presidenza di Emmanuel Macron e mentre il confronto sul bilancio pubblico del 2027 promette nuove tensioni. Le restrizioni di spesa e le difficoltà dei servizi pubblici rischiano di offrire nuovo carburante a una mobilitazione nata dalle scuole ma sempre più difficilmente confinabile all’istruzione.

Il governo davanti a una crisi che si allarga

Il primo ministro Sébastien Lecornu ha condannato le violenze e ha parlato di episodi che in alcuni casi hanno assunto le caratteristiche di vere e proprie «violenze urbane». Allo stesso tempo l’esecutivo riconosce che dietro le proteste esistono problemi strutturali del sistema scolastico.

La sfida sarà impedire che gli scontri oscurino completamente le richieste degli studenti. È proprio questo uno dei timori espressi da molti giovani coinvolti nei blocchi: che incendi, vetrine danneggiate e immagini degli scontri finiscano per sostituire nel dibattito pubblico le questioni che hanno dato origine alla mobilitazione.

Martedì 6 ottobre sarà dunque un passaggio decisivo. Non soltanto per capire quanti studenti torneranno nelle strade e quanti istituti resteranno bloccati, ma anche per misurare la capacità del movimento di trasformarsi da protesta liceale in mobilitazione sociale nazionale. È su questa prospettiva che Mélenchon ha deciso di scommettere, mentre il governo cerca ancora una via d’uscita da una crisi che, almeno per ora, non mostra segnali di esaurimento.