Napoli

Sulla legionellosi si incontrano mondi che troppo spesso siamo abituati a considerare separati: salute, lavoro, impresa, sicurezza e responsabilità verso la comunità. Parlare di Legionella, infatti, non significa parlare soltanto di una malattia infettiva. Significa soprattutto parlare di prevenzione. E la prevenzione, prima ancora di essere un insieme di norme, controlli e procedure, è una cultura.
Da medico sono abituato a considerarla uno degli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione. Dal punto di vista dell’impresa dovremmo imparare a considerarla nello stesso modo: non come un costo imposto dall’esterno, ma come un investimento nella qualità, nell’efficienza e nella credibilità stessa dell’azienda.

La Legionella, da questo punto di vista, è quasi un paradigma. È un microrganismo che vive negli ambienti acquatici e può trovare negli impianti idrici condizioni favorevoli alla propria proliferazione. Il rischio riguarda quindi ospedali e strutture sociosanitarie, ma anche alberghi, stabilimenti termali, impianti sportivi, industrie, uffici e, più in generale, edifici dotati di sistemi idrici complessi o impianti capaci di generare aerosol.

I numeri italiani meritano attenzione. Nel 2024 sono stati notificati 4.627 casi di legionellosi, il 18 per cento in più rispetto all’anno precedente, con un’incidenza di 78,5 casi per milione di abitanti. Tre persone colpite su quattro avevano almeno sessant’anni e la letalità complessiva riportata è stata del 13,6 per cento. Non siamo dunque di fronte a un rischio soltanto teorico.

Ma c’è un aspetto particolarmente importante per il mondo produttivo: quello della Legionella è, almeno in parte, un rischio governabile. Non possiamo eliminare ogni rischio dalla vita, dalla medicina o dall’attività produttiva. Possiamo però conoscerlo, misurarlo, ridurlo e costruire sistemi capaci di intercettarlo prima che produca un danno. Prevenire significa conoscere i propri impianti, valutarne periodicamente il rischio, evitare ristagni e condizioni favorevoli alla proliferazione batterica, programmare manutenzioni e controlli, intervenire sui punti critici, documentare ciò che viene fatto e formare le persone coinvolte.

Significa passare dalla manutenzione dell’emergenza alla gestione del rischio. La vera prevenzione, del resto, avviene quando apparentemente non sta accadendo nulla. Ed è forse questo il suo paradosso: quando funziona bene non si vede. Produce eventi che non accadono. Una persona che non si ammala, un reparto che non viene chiuso, un albergo che non affronta una crisi sanitaria, un’attività che non viene interrotta, una reputazione aziendale che non viene compromessa. È difficile attribuire un valore economico a ciò che abbiamo impedito che accadesse. Eppure quel valore esiste ed è spesso assai maggiore del costo necessario per prevenirlo. Anche la normativa si muove ormai secondo una logica di valutazione e gestione del rischio. Ma fermarsi alla norma sarebbe un errore.

La buona impresa non dovrebbe chiedersi soltanto: «Che cosa sono obbligato a fare?». Dovrebbe domandarsi: «Che cosa è giusto fare per proteggere chi lavora con me, chi entra nella mia struttura, chi utilizza i miei servizi?».

È qui che la sicurezza smette di essere un adempimento e diventa parte dell’identità aziendale. E vale particolarmente in un territorio come il Sannio, dove strutture sanitarie, attività ricettive, imprese e un importante patrimonio termale costituiscono altrettante risorse economiche. La loro qualità dipende anche da ciò che il cliente, il paziente o il lavoratore probabilmente non vedranno mai: la qualità dell’acqua, la manutenzione degli impianti, la formazione del personale, i protocolli di controllo. In fondo, una parte importante della qualità è invisibile. Proprio per questo deve essere affidata alla competenza.

La medicina contemporanea dispone di farmaci sofisticati, diagnostica molecolare e tecnologie che soltanto pochi decenni fa sarebbero sembrate impensabili. Eppure rimane vera una delle idee più antiche della medicina: evitare una malattia resta, quando è possibile, meglio che doverla curare.

Per un’impresa prevenire significa anche programmare; programmare significa conoscere; conoscere significa assumersi una responsabilità. La sicurezza, dunque, non limita la capacità di fare impresa: ne misura anche la qualità. Perché un’impresa davvero competitiva non è soltanto quella che produce di più o innova più rapidamente. È quella capace di prevedere. Di proteggere. E, soprattutto, di avere cura delle persone.