Tre anni dopo il 7 ottobre 2023, Israele e i territori palestinesi restano sospesi dentro le conseguenze di quel giorno e della guerra che ne è seguita. È il quadro tracciato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca dei Latini di Gerusalemme, che descrive entrambe le popolazioni come ancora immerse in un trauma collettivo non elaborato e incapaci, finora, di trasformare il dolore in un percorso politico nuovo.

Secondo Pizzaballa, il nodo più profondo resta l’impossibilità reciproca di riconoscere nell’altro una persona prima ancora che un avversario. All’interno delle due società esistono esperienze differenti e realtà impegnate nel dialogo, ma rimangono minoritarie e non sembrano ancora in grado di orientare l’opinione pubblica.

Il rischio di una nuova normalità

La preoccupazione principale del Patriarca riguarda la possibilità che la violenza, la contrapposizione permanente e l’assenza di una prospettiva politica diventino una condizione stabile.

Per Pizzaballa, rompere questo equilibrio richiede un cambiamento capace di rendere concretamente necessario un altro percorso. In questa prospettiva assume un ruolo centrale anche la qualità delle leadership, chiamate non soltanto ad amministrare il conflitto, ma a offrire alle rispettive società una lettura diversa del futuro.

Le prossime consultazioni elettorali in Israele e nei territori palestinesi rappresenteranno quindi anche un passaggio di verifica sul rapporto tra le popolazioni e le classi dirigenti che hanno gestito questi anni di guerra e tensione.

Gaza dopo la fase più intensa della guerra

La situazione nella Striscia di Gaza resta particolarmente grave. La fase dei bombardamenti più estesi si è attenuata rispetto ai periodi più duri del conflitto, ma l’emergenza umanitaria non è stata superata.

La ricostruzione non è ancora realmente partita e le condizioni quotidiane continuano a essere estremamente difficili. L’arrivo dell’inverno rappresenta un ulteriore elemento di rischio per le migliaia di persone che vivono in tende o sistemazioni precarie, esposte alle piogge e alla mancanza di infrastrutture adeguate.

In questo quadro, la riapertura della scuola della parrocchia cattolica di Gaza ha assunto per la comunità cristiana un significato che va oltre la semplice ripresa delle lezioni. È diventata il simbolo della volontà di mantenere una presenza sul territorio e di ricostruire una quotidianità nonostante le difficoltà.

La Cisgiordania al centro del futuro

Per il Patriarca, uno dei fronti decisivi è oggi la Cisgiordania. È lì che si stanno definendo equilibri destinati a incidere sul futuro della regione, anche per effetto dell’espansione degli insediamenti israeliani, delle tensioni tra coloni e popolazione palestinese e delle trasformazioni territoriali in corso.

Particolare attenzione resta sulla condizione delle comunità cristiane, compresa quella di Taibeh, uno dei luoghi simbolici della presenza cristiana palestinese. La priorità indicata dal Patriarcato è continuare a costruire condizioni di vita che consentano alle persone di restare sul territorio senza essere spinte ad abbandonarlo.

La posizione della Chiesa locale resta distinta dal confronto strettamente politico, ma insiste sulla tutela della vita quotidiana, sulla possibilità di vivere insieme e sulla difesa delle comunità più fragili.

La solidarietà internazionale

Uno degli elementi che Pizzaballa considera più significativi di questi tre anni è stata la mobilitazione internazionale. Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la comunità cattolica di Gaza hanno ricevuto aiuti provenienti da numerosi Paesi, anche attraverso piccole donazioni individuali.

Per il cardinale, questa rete di solidarietà mostra che gli eventi iniziati il 7 ottobre e la successiva guerra a Gaza hanno provocato un forte risveglio delle coscienze in molte parti del mondo.

Diversa, nella sua lettura, è stata invece la risposta delle istituzioni. Le mobilitazioni popolari in Europa e negli Stati Uniti hanno spesso espresso una posizione più netta rispetto a quella adottata dai governi, apparsi più prudenti nel tradurre le preoccupazioni dell’opinione pubblica in iniziative politiche.

La sfida dopo tre anni

A tre anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dall’inizio della guerra a Gaza, il quadro descritto da Pizzaballa resta quindi quello di due società profondamente segnate e ancora prive di un orizzonte condiviso.

La sfida indicata dal Patriarca non riguarda soltanto la cessazione della violenza. Il passaggio decisivo sarà riuscire a superare una condizione nella quale ogni comunità continua a leggere l’altra esclusivamente attraverso il trauma, la paura e la memoria del conflitto.

In assenza di questo cambiamento, il rischio è che la crisi diventi una condizione permanente. Per Pizzaballa, proprio impedire che questo accada rappresenta oggi una delle responsabilità più urgenti per la politica, le istituzioni religiose e la società civile.