La domanda non è più soltanto quanto sia forte l’opposizione a Vladimir Putin. Nella Russia del 2026 il punto è capire se esistano ancora le condizioni perché un’opposizione possa trasformarsi in una forza politica riconoscibile, presentarsi alle elezioni, organizzarsi e contendere davvero il potere.

Il risultato delle legislative di settembre offre una risposta almeno sul piano istituzionale. Russia Unita, il partito che sostiene il presidente, ha conquistato 349 dei 450 seggi della Duma, secondo i risultati definitivi, superando da sola la soglia dei tre quarti dell’assemblea. Il voto di lista si è fermato poco sotto il 58 per cento, mentre gli altri partiti entrati in Parlamento appartengono in larga parte a quella che viene definita opposizione sistemica: forze che mantengono una propria identità, soprattutto sui temi economici e sociali, ma non rappresentano un’alternativa al Cremlino sulle grandi scelte strategiche, a cominciare dalla guerra in Ucraina.

Un Parlamento senza vera competizione

La novità più significativa delle elezioni non è stata dunque la vittoria di Russia Unita, largamente attesa, ma l’assenza dal voto nazionale della sola formazione registrata che si opponeva apertamente alla guerra. Jabloko è stato escluso dalla lista proporzionale e nessuno dei suoi candidati nei collegi uninominali è riuscito a entrare alla Duma. Secondo l’Osw, numerosi esponenti del partito sono stati fermati, esclusi dalla corsa elettorale o colpiti da provvedimenti giudiziari e amministrativi.

Tra i nomi rimasti fuori c’è anche Boris Nadezhdin, politico liberale diventato uno dei volti più visibili dell’opposizione alla guerra dopo aver tentato di candidarsi alle presidenziali del 2024. La sua esclusione dalle legislative si inserisce in un meccanismo più ampio, nel quale la selezione dei candidati avviene molto prima dell’apertura dei seggi.

Il caso di Lev Shlosberg, esponente di Jabloko condannato a una lunga pena detentiva per dichiarazioni sulla guerra, mostra quanto sia diventato rischioso trasformare il dissenso in attività politica organizzata. Anche candidati molto giovani e poco conosciuti, come Polina Lermant, hanno condotto campagne elettorali in un clima di forte pressione e con margini d’azione estremamente ridotti.

L’opposizione sistemica e il limite della Duma

Formalmente, nel Parlamento russo continuano a sedere più partiti. Il Partito comunista della Federazione Russa, il Partito liberal-democratico, Nuova Gente e le altre formazioni ammesse possono criticare singoli provvedimenti e difendere interessi economici o territoriali diversi da quelli di Russia Unita.

Il confine appare però netto quando si toccano i pilastri del sistema. Sulla guerra, sul ruolo del presidente e sulle questioni di sicurezza nazionale, queste forze non costituiscono un blocco alternativo al Cremlino. Anche il Partito comunista, che conserva una rete territoriale e un elettorato proprio, ha sostenuto la linea fondamentale dello Stato sulla guerra. L’arresto di decine di persone al termine di una manifestazione comunista a Mosca il 4 ottobre, dopo slogan per elezioni libere e prigionieri politici, mostra però che persino all’interno delle organizzazioni tollerate possono emergere forme di protesta difficili da ricondurre completamente alla disciplina del sistema. 

È una delle contraddizioni della Russia contemporanea. Il Cremlino conserva partiti diversi da Russia Unita e permette una quota di competizione controllata, ma la linea oltre la quale il confronto diventa opposizione politica effettiva si è progressivamente spostata.

Dopo Navalny, l’esilio

La morte di Alexei Navalny in carcere nel febbraio 2024 ha segnato una cesura profonda. Navalny aveva costruito negli anni una struttura capace di collegare l’inchiesta sulla corruzione, la mobilitazione di piazza e una strategia elettorale. Quella rete è stata smantellata in Russia e una parte consistente dei suoi dirigenti opera oggi dall’estero.

Lo stesso vale per numerosi giornalisti, attivisti, intellettuali ed ex amministratori locali. L’esilio ha consentito loro di continuare a parlare e organizzarsi, ma ha prodotto anche una distanza crescente dal Paese e dai suoi cittadini. Le divisioni sulle strategie elettorali sono emerse con particolare evidenza proprio prima delle ultime legislative. Yulia Navalnaya e altri esponenti dell’opposizione all’estero avevano invitato a sostenere i candidati con maggiori possibilità di battere Russia Unita nei singoli collegi. Jabloko aveva invece chiesto ai propri sostenitori di invalidare la scheda.

La disputa non è solo tattica. Rivela due diverse letture della realtà russa: da una parte chi ritiene necessario sfruttare ogni spazio residuo del sistema, dall’altra chi considera ormai inutile legittimare attraverso il voto una competizione nella quale l’offerta politica è stata selezionata a monte.

Il dissenso che non arriva alle urne

L’assenza di un’opposizione parlamentare competitiva non significa però che la società russa sia politicamente uniforme. È proprio questo il punto più difficile da misurare.

Prima delle legislative alcune rilevazioni indicavano una crescita della disponibilità a negoziare per porre fine alla guerra. Reuters ha riferito di sondaggi in cui oltre il 60 per cento degli intervistati dichiarava di preferire trattative di pace. Il dato non può essere automaticamente trasformato in consenso per un partito di opposizione e deve essere letto con cautela in un contesto nel quale esprimere pubblicamente posizioni contrarie alla guerra può avere conseguenze. Ma segnala almeno che sostegno al presidente, giudizio sulla guerra e disponibilità a una soluzione negoziata non coincidono necessariamente.

È qui che la differenza tra dissenso e opposizione diventa decisiva. Il primo può sopravvivere in forme private, culturali, artistiche o familiari. La seconda richiede invece organizzazioni, leader, sedi, finanziamenti, accesso ai media e possibilità di partecipare alle elezioni. Ed è soprattutto questo secondo livello a essere stato progressivamente eroso.

La cultura come ultimo spazio

Musica, letteratura, teatro e produzione digitale sono diventati per questo uno dei territori nei quali si manifesta ciò che non riesce più a emergere nella rappresentanza istituzionale. Molti artisti hanno lasciato la Russia, altri sono rimasti scegliendo linguaggi indiretti, silenzi o riferimenti difficili da colpire penalmente.

Non si tratta di un’opposizione politica nel senso tradizionale. Non ha un programma comune né una leadership e non può essere tradotta automaticamente in consenso elettorale. Ma contribuisce a mostrare come il sistema politico e la società non siano perfettamente sovrapponibili.

Il paradosso della Russia di oggi è proprio questo. Vladimir Putin dispone di un Parlamento nel quale il suo partito controlla più di tre seggi su quattro e di un sistema politico che ha ridotto drasticamente gli spazi per i suoi avversari. Allo stesso tempo, il dissenso non è stato eliminato. È diventato frammentato, spesso invisibile, in parte espatriato e soprattutto privo degli strumenti necessari per trasformarsi in una sfida organizzata al potere.

Per questo chiedersi se esista ancora un’opposizione a Putin richiede due risposte diverse. Come forza capace oggi di competere per il governo della Russia, lo spazio appare estremamente ridotto. Come insieme di persone, idee e settori della società che non si riconoscono pienamente nella linea del Cremlino, invece, quell’opposizione continua a esistere. Il problema è che tra il dissenso e il potere si è aperta una distanza politica che le ultime elezioni hanno reso ancora più evidente.