Sembrava un attentato terroristico sventato all’ultimo momento. Poi, giorno dopo giorno, il caso della base britannica di RAF Fairford è diventato molto più difficile da decifrare. Cinque giovani fermati in piena notte nei pressi dell’installazione militare, tre furgoni bianchi, benzina a bordo ma nessun esplosivo, sospetti di un coinvolgimento straniero e infine il ritiro dei bombardieri americani dalla base per una minaccia che avrebbe riguardato droni iraniani.
Il risultato è una vicenda nella quale, almeno per ora, le domande sono più numerose delle risposte. Le autorità britanniche continuano a indagare, mentre Washington ha trattato la minaccia con una prudenza tale da spostare dagli hangar britannici i propri bombardieri strategici.
I furgoni nella notte
Tutto comincia nelle prime ore del 27 settembre, quando viene segnalata la presenza di tre furgoni bianchi nelle vicinanze di RAF Fairford, nel Gloucestershire, una delle principali basi utilizzate dalle forze statunitensi nel Regno Unito.
A chiamare le forze dell’ordine sarebbe stata una persona della zona, insospettita dai veicoli e dai movimenti di alcuni uomini nei campi intorno alla base. Scatta l’intervento della polizia armata e cinque cittadini britannici poco più che ventenni vengono arrestati con ipotesi di reato legate agli esplosivi e alla preparazione di atti terroristici. La scena, all’inizio, sembra quella di un attacco imminente. La base viene messa in sicurezza, alcune aree vengono evacuate e gli artificieri esaminano i mezzi. Ma il quadro cambia rapidamente.
Nessuna bomba nei mezzi
Nei furgoni non vengono trovati ordigni pronti all’uso. Gli investigatori recuperano benzina, ma nessun esplosivo funzionante. I cinque arrestati vengono quindi rilasciati su cauzione mentre l’indagine prosegue. Una decisione che suscita perplessità negli Stati Uniti, dove il presidente Donald Trump dice di essere sorpreso dal rilascio dei sospetti e sostiene che gli uomini volessero provocare danni ingenti. Secondo quanto emerso successivamente, almeno uno dei fermati avrebbe persino contattato personalmente i servizi di emergenza. Anche questo particolare ha contribuito ad alimentare i dubbi sulla reale natura del gruppo e sul livello di consapevolezza degli uomini coinvolti. Gli investigatori britannici non escludono infatti che qualcuno possa essere stato utilizzato da soggetti esterni senza conoscere pienamente la finalità dell’operazione.
Il sospetto di una regia straniera
L’indagine assume rapidamente una dimensione internazionale. Il segretario di Stato americano Marco Rubio parla della presenza di un attore straniero dietro l’episodio, mentre il governo britannico riferisce di forti indicazioni su un possibile coinvolgimento dell’Iran.
Teheran respinge le accuse.
Il sospetto, però, nasce in un contesto particolarmente delicato. RAF Fairford è stata utilizzata dai bombardieri statunitensi durante le operazioni contro l’Iran e le autorità iraniane avevano già avvertito che le basi impiegate per colpire il proprio territorio sarebbero state considerate obiettivi legittimi.
Pochi giorni dopo i primi arresti, la polizia britannica ferma anche un cittadino con doppia nazionalità britannica e iraniana, sospettato di preparazione di atti terroristici. Anche in questo caso, tuttavia, l’inchiesta non ha ancora chiarito quale fosse esattamente il piano e fino a che punto gli uomini fermati fossero consapevoli di partecipare a un’azione organizzata.
Gli Usa ritirano i bombardieri
Quando la vicenda sembra destinata a rimanere confinata a un’indagine complicata e dai contorni incerti, arriva un nuovo elemento.
Gli Stati Uniti decidono di ritirare da RAF Fairford tutti i bombardieri B-1 presenti nella base e di riportarli negli Stati Uniti. Secondo informazioni raccolte da funzionari americani e britannici, la decisione sarebbe stata presa dopo nuove segnalazioni di intelligence su un possibile attacco con droni.
Non si tratta quindi soltanto di una reazione ai furgoni fermati nei giorni precedenti. Il timore riguarda una minaccia diversa, capace di colpire direttamente velivoli e personale all’interno della base.
Secondo il Financial Times, gli apparati di sicurezza avrebbero valutato il rischio di droni armati a corto raggio diretti contro gli aerei americani. Dodici bombardieri B-1 sarebbero stati trasferiti.
Il Pentagono ha confermato lo spostamento senza fornire dettagli sulle informazioni operative alla base della decisione.
La nuova guerra a basso costo
È proprio questo passaggio a rendere il caso di Fairford particolarmente significativo. Un eventuale attacco non avrebbe necessariamente richiesto missili sofisticati, commandi militari o grandi infrastrutture. Sarebbero potuti bastare droni commerciali modificati, operatori reclutati localmente e una rete capace di agire senza apparenti legami diretti con lo Stato mandante. È quello che alcuni analisti definiscono una forma di guerra ibrida a basso costo: Stati ostili che utilizzano intermediari, piccoli gruppi o persone reclutate per singole operazioni, mantenendo al tempo stesso una distanza sufficiente per negare qualsiasi responsabilità.
Il modello ricorda, per certi aspetti, l’uso di droni economici contro obiettivi militari di enorme valore già osservato in altri conflitti. Il vantaggio per chi attacca è evidente: costringere l’avversario a spendere molto di più per difendersi di quanto sia necessario per costruire l’arma offensiva.
Un complotto ancora senza forma
Resta però una contraddizione difficile da ignorare. Da una parte, cinque uomini vengono arrestati con accuse gravissime e le autorità parlano di un possibile coinvolgimento straniero. Dall’altra, nessun esplosivo viene trovato e i sospetti vengono rapidamente liberati su cauzione. Poi, mentre il presunto complotto resta ancora poco chiaro, gli Stati Uniti ritirano da Fairford alcuni dei propri mezzi militari più preziosi per una minaccia giudicata sufficientemente seria.
È possibile che le due vicende siano collegate. È altrettanto possibile che rappresentino livelli diversi di una stessa campagna di pressione. Per ora non esiste una ricostruzione definitiva.
Ma il caso di RAF Fairford mostra quanto siano diventati vulnerabili anche i luoghi più protetti dell’Occidente. Non necessariamente a grandi operazioni terroristiche, ma a minacce piccole, economiche e difficili da attribuire con certezza.
Ed è forse proprio questa l’aspetto più inquietante della storia: non ciò che è accaduto nella base britannica, ma ciò che avrebbe potuto accadere e che ancora nessuno riesce a spiegare fino in fondo.