Il punto non è soltanto che alla Camera il governo sta incassando i voti di fiducia sulla nuova legge elettorale. Il punto è capire come cambierà concretamente il voto degli italiani quando la riforma entrerà in vigore. E il cambiamento rispetto al Rosatellum utilizzato nel 2022 è profondo: scompaiono i collegi uninominali, il sistema diventa sostanzialmente proporzionale, viene introdotto un premio di governabilità per chi supera una determinata soglia e tornano, anche se in forma limitata, le preferenze.
Il governo ha già ottenuto il 6 ottobre le prime due fiducie sugli articoli 1 e 2, con 226 e 227 voti favorevoli. Oggi, 7 ottobre, Montecitorio è chiamato alla terza fiducia, sull'articolo 3, mentre il voto finale è previsto per giovedì 8 ottobre, non prima delle 12.30. Quello sarà il passaggio politicamente più delicato perché avverrà a scrutinio segreto.
La maggioranza guidata da Giorgia Meloni arriva all'appuntamento compatta. Ma dietro la battaglia parlamentare c'è una questione molto più concreta: se il testo sarà definitivamente approvato, saranno queste le regole con cui si affronteranno le prossime elezioni politiche.
Scompaiono i collegi uninominali
La prima differenza rispetto al Rosatellum è anche la più immediata. Oggi una parte dei parlamentari viene eletta nei collegi uninominali, dove vince semplicemente il candidato che prende un voto in più degli avversari. Con la nuova legge quel meccanismo viene cancellato.
Il sistema diventa proporzionale: in linea generale, ogni partito ottiene una quota di seggi collegata ai voti conquistati. Non ci sarà quindi più il candidato del collegio che sfida direttamente gli altri candidati per conquistare quel seggio.
È una modifica che cambia anche la strategia dei partiti. Nel Rosatellum le coalizioni sono fondamentali per conquistare gli uninominali. Nel nuovo sistema l'alleanza diventa decisiva soprattutto per un'altra ragione: raggiungere la soglia che fa scattare il premio di governabilità.
Il numero decisivo diventa il 42 per cento
Il cuore della riforma è infatti il premio. Se una coalizione raggiunge almeno il 42 per cento dei voti validi sia alla Camera sia al Senato, ottiene 70 deputati e 35 senatori attraverso il meccanismo previsto dalla nuova legge.
Il premio non può però spingere la coalizione vincente oltre 220 deputati su 400 e 113 senatori su 200, al netto della circoscrizione Estero. Il tetto serve a evitare che il premio consegni automaticamente numeri ancora più elevati, rilevanti anche per maggioranze qualificate previste dalla Costituzione.
Se nessuna coalizione raggiunge il 42 per cento in entrambe le Camere, il premio non scatta. In quel caso i seggi vengono distribuiti con il sistema proporzionale.
Questo è probabilmente il cambiamento politico più importante. La partita elettorale non sarà più concentrata sulla conquista dei singoli collegi, ma sulla capacità delle coalizioni di arrivare alla soglia nazionale necessaria per ottenere il bonus.
Un voto può pesare anche se il partito resta sotto il 3 per cento
La soglia ordinaria per ottenere seggi resta fissata al 3 per cento per le singole liste. Per le coalizioni la soglia è invece del 10 per cento.
C'è però un meccanismo destinato a incidere sulla costruzione delle alleanze. Anche i voti raccolti da una lista della coalizione che resta sotto il 3 per cento contribuiscono al totale necessario per raggiungere il 42 per cento e quindi per far scattare il premio.
Significa che anche una formazione molto piccola, pur non riuscendo autonomamente a eleggere parlamentari, può fornire voti determinanti alla coalizione.
Inoltre, all'interno di una coalizione che supera il 10 per cento, viene ammessa alla distribuzione dei seggi anche la lista più votata tra quelle rimaste sotto la soglia del 3 per cento. È il cosiddetto meccanismo del "miglior perdente".
Il risultato è che le formazioni minori possono continuare ad avere un peso politico nella costruzione delle alleanze, soprattutto se la sfida per raggiungere il 42 per cento dovesse giocarsi su pochi decimali.
Tornano le preferenze, ma il capolista resta blindato
Per l'elettore cambia anche materialmente la scheda. Il testo approvato dal Senato introduce un sistema misto tra candidati scelti dai partiti e candidati selezionabili dagli elettori.
Ogni lista presenta un capolista bloccato. Quel nome viene quindi deciso dal partito e non dipende dalle preferenze raccolte. Sotto il capolista compaiono invece sei candidati prestampati sulla scheda.
L'elettore può indicare fino a tre preferenze, scegliendo tra quei sei nomi.
È dunque un ritorno delle preferenze, ma non integrale. Le segreterie conservano un potere importante perché scelgono il capolista, che parte da una posizione nettamente più favorevole rispetto agli altri candidati. Per le formazioni più piccole, capaci magari di conquistare un solo seggio in una determinata area, il capolista può diventare di fatto il candidato con maggiori possibilità di elezione.
Per gli altri nomi, invece, il numero delle preferenze ricevute torna ad avere un peso diretto.
La questione delle donne nei posti sicuri
Uno dei punti più contestati dalle opposizioni riguarda la rappresentanza di genere. L'alternanza tra uomini e donne è prevista nell'elenco dei sei candidati sottoposti alle preferenze, ma non nella scelta dei capilista bloccati.
È proprio qui che si concentra lo scontro politico. Se il capolista è il candidato con le maggiori probabilità di essere eletto, la possibilità di scegliere liberamente uomini o donne per quella posizione lascia ai partiti un margine molto ampio nella composizione della futura rappresentanza parlamentare.
Nel "listone" utilizzato per attribuire il premio di governabilità è invece previsto un equilibrio nella misura del 60-40 per cento.
Il candidato premier dovrà essere dichiarato prima delle urne
Cambia anche il rapporto tra coalizione e candidato alla guida del governo. Quando depositano simboli e programmi, partiti e coalizioni dovranno indicare il nome della persona che intendono proporre al Presidente della Repubblica per l'incarico di presidente del Consiglio.
I partiti appartenenti alla stessa coalizione dovranno indicare lo stesso nome.
Non si tratta però dell'elezione diretta del premier. Il nome non comparirà sulla scheda come candidato direttamente eleggibile alla presidenza del Consiglio e restano ferme le prerogative costituzionali del capo dello Stato, al quale spetta conferire l'incarico di formare il governo.
Politicamente, tuttavia, l'effetto è evidente: gli elettori conosceranno prima delle urne non soltanto i partiti della coalizione, ma anche la persona che quella coalizione intende portare a Palazzo Chigi.
Più difficile presentare nuovi partiti
Un'altra modifica riguarda chi vuole partecipare alle elezioni senza avere già una presenza parlamentare consolidata.
Per le nuove formazioni aumenta sensibilmente il numero delle sottoscrizioni necessarie. Il testo prevede fino a 6 mila firme per circoscrizione e amplia anche il numero delle circoscrizioni nelle quali una lista deve presentarsi.
Sono invece previste forme di esenzione per le forze che dispongono dei requisiti di rappresentanza parlamentare stabiliti dalla legge.
La conseguenza pratica è un innalzamento della barriera organizzativa all'ingresso per i partiti completamente nuovi. È uno dei punti più contestati da Riccardo Magi, segretario di +Europa, che sta conducendo uno sciopero della fame e chiede, tra l'altro, la possibilità di utilizzare le sottoscrizioni digitali.
Cambia anche il voto degli italiani all'estero
La riforma interviene inoltre sulle circoscrizioni Estero. Le quattro ripartizioni geografiche attuali vengono ridotte.
Per la Camera le ripartizioni diventano due, mentre per il Senato viene prevista un'unica circoscrizione Estero. Cambia quindi il modo in cui saranno aggregati territorialmente i voti degli italiani residenti fuori dal Paese e la loro rappresentanza parlamentare.
Il testo contiene inoltre l'estensione del voto fuori sede ai caregiver, materia contenuta nell'articolo 8 che passa oggi all'esame dell'Aula.
Perché la nuova legge cambia la strategia dei partiti
È soprattutto guardando alle prossime elezioni che si comprende la portata politica della riforma.
Con il Rosatellum una coalizione può ottenere un vantaggio molto consistente conquistando numerosi collegi uninominali anche senza raggiungere una percentuale nazionale vicina alla maggioranza assoluta. Con il nuovo sistema quel terreno di battaglia scompare.
La soglia del 42 per cento diventa invece il confine tra due scenari completamente diversi. Sopra quella percentuale può scattare il premio; sotto, la distribuzione resta proporzionale.
Di conseguenza, per le coalizioni diventa importante sommare ogni voto possibile. Anche quello di piccoli partiti che non raggiungono autonomamente il 3 per cento può contribuire al raggiungimento della soglia.
Parallelamente aumenta il peso delle scelte compiute dalle segreterie sui capilista e diminuisce quello dei candidati legati ai singoli territori attraverso i vecchi collegi uninominali.
Il voto anticipato resta una scelta politica, non un effetto della legge
È qui che il clima di queste ore a Montecitorio acquista un significato ulteriore. Nei corridoi della Camera si ragiona apertamente sulla possibilità che, chiusa la partita della legge elettorale, possa cominciare quella sulla data delle elezioni.
L'ipotesi di un voto nella primavera del 2027 circola nella maggioranza e nelle opposizioni, anche dopo le parole del presidente dei senatori di Fratelli d'Italia, Lucio Malan, sulla possibilità di accorpare le politiche alle elezioni amministrative di maggio.
Ma va tenuto distinto il dato politico da quello giuridico. L'approvazione della nuova legge elettorale non determina automaticamente lo scioglimento delle Camere e non comporta elezioni anticipate. La decisione sullo scioglimento resta nelle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, dopo le valutazioni politiche e istituzionali del caso.
La riforma, però, elimina uno degli ostacoli politici più evidenti a un eventuale ritorno anticipato alle urne: una volta definito definitivamente il sistema con cui votare, partiti e coalizioni possono iniziare a costruire candidature, alleanze e strategie sulla base delle nuove regole.
Per questo, dietro la relativa tranquillità delle votazioni di fiducia, a Montecitorio cresce l'attenzione sulla primavera. La vera domanda non riguarda più soltanto se la legge passerà. Riguarda quando verrà utilizzata per la prima volta.
Il passaggio decisivo resta fissato a giovedì 8 ottobre. Dopo le tre fiducie, la Camera sarà chiamata al voto finale a scrutinio segreto. Soltanto con quel via libera la riforma, già modificata e approvata dal Senato, completerà il suo percorso parlamentare.