Il deserto degli onorevoli. C'è qualcosa di irresistibilmente comico, se non fosse tragico, nell'immagine di Giancarlo Giorgetti che parla di conti pubblici davanti ai banchi vuoti di Montecitorio. Il ministro dell'Economia deve spiegare al Parlamento come gestire miliardi di euro, mentre gran parte dei rappresentanti del popolo ha evidentemente trovato qualcosa di più interessante da fare.
«Questi non vogliono lavorare di lunedì, ma mi sembra che nemmeno il martedì abbiano tanta voglia», si è lamentato il ministro.
Una scoperta folgorante. Dopo anni trascorsi nei palazzi del potere, Giorgetti si accorge che il Parlamento può funzionare anche come un albergo: si conserva la camera, si incassano i benefici e non è obbligatorio farsi vedere nella hall. Il problema, però, non è soltanto chi manca. È chi ha costruito il sistema che permette di arrivare fin lì.
La democrazia con il posto riservato
La nuova legge elettorale, approvata definitivamente l'8 ottobre, reintroduce le preferenze ma conserva i capilista bloccati. Una formula che restituisce agli elettori una parte della scelta, lasciando alle segreterie di partito il controllo sulle candidature più protette. Il messaggio è piuttosto chiaro: il cittadino può scegliere, purché non pretenda di scegliere tutti. È il compromesso perfetto per una politica che ama pronunciare la parola democrazia, ma continua a considerare la selezione dei parlamentari un affare da gestire nelle stanze dei partiti.
Eppure il problema non riguarda soltanto questo governo. La progressiva perdita del rapporto tra eletti e territori attraversa maggioranze di ogni colore. Giorgia Meloni e i suoi alleati avevano l'occasione di correggere radicalmente quel meccanismo. Hanno preferito conservarne una parte decisiva. Le preferenze rappresentano un cambiamento reale, ma non cancellano il privilegio dei capilista designati dall'alto. E un rappresentante che deve la propria posizione soprattutto alla fiducia del capo rischia di sentirsi più responsabile verso chi lo ha candidato che verso chi lo ha votato.
Lo stipendio è puntuale. La presenza un po' meno
Un deputato percepisce un'indennità di circa 5.000 euro netti al mese, alla quale si aggiungono diaria e rimborsi per l'esercizio del mandato. Somme previste dalla legge e giustificate dall'indipendenza della funzione parlamentare. Nessuno scandalo, dunque, nel retribuire adeguatamente chi rappresenta milioni di cittadini. Lo scandalo politico comincia quando la responsabilità sembra diventare facoltativa.
Naturalmente un parlamentare lavora anche fuori dall'Aula, nelle commissioni e sul territorio. Un banco vuoto non dimostra automaticamente un deputato fannullone. Ma quando il ministro dell'Economia presenta un documento fondamentale per i conti dello Stato davanti a una manciata di colleghi, non siamo più di fronte a una semplice questione fotografica. Siamo davanti a un problema di rispetto istituzionale. Soprattutto perché a chiedere sacrifici ai cittadini sono spesso gli stessi partiti che faticano a garantire la presenza dei propri rappresentanti nei momenti decisivi.
La vera assenza è quella della responsabilità
Il governo rivendica la governabilità. Ma governare non significa trasformare il Parlamento in un ufficio dove si ratificano decisioni prese altrove. Se le segreterie scelgono i candidati più sicuri, se la fedeltà politica conta più del radicamento territoriale, se il rapporto con gli elettori diventa secondario, non ci si può sorprendere quando anche il senso della responsabilità parlamentare si indebolisce. È una contraddizione che riguarda l'intero sistema politico, ma pesa in modo particolare su chi oggi governa e ha appena riscritto le regole elettorali.
Giorgetti ha ragione a trovare desolante un'Aula vuota. Dovrebbe però rivolgere la sua indignazione anche ai partiti che selezionano la classe parlamentare e ai meccanismi che ne proteggono le posizioni. Perché il punto non è obbligare i deputati a timbrare il cartellino. È restituire ai cittadini il potere di pretendere conto del mandato conferito. Altrimenti continueremo ad avere una democrazia nella quale i cittadini sono chiamati alle urne, i dirigenti di partito distribuiscono i posti e gli eletti decidono quando presentarsi.
Con una sola certezza: i banchi possono restare vuoti. Il trattamento economico, invece, non salta una seduta.