Ha ventitré anni, studia contabilità e dal carcere chiede soltanto che qualcuno ascolti la sua voce. Najmeh Amini è stata condannata a morte in Iran per un presunto messaggio pubblicato sui social network e giudicato offensivo nei confronti del Profeta. Il contenuto preciso di quel post non è stato reso pubblico. La giovane è detenuta nel penitenziario di Vakilabad, nella città di Mashhad, mentre la sua vicenda solleva nuove domande sull’impiego della pena capitale per reprimere la libertà di espressione.

L’appello dal carcere

In un messaggio audio diffuso a settembre, la studentessa ha chiesto alle Nazioni Unite e alle organizzazioni per i diritti umani di occuparsi del suo caso. Non vuole essere considerata un’eroina, ha spiegato: desidera che la sua voce venga ascoltata. Ha parlato dei propri sogni e dei genitori che la aspettano, trasformando una vicenda giudiziaria in un appello personale contro la prospettiva dell’esecuzione.

Secondo le ricostruzioni delle organizzazioni indipendenti, Amini era stata fermata durante le proteste antigovernative di gennaio. Un successivo intervento della polizia informatica, a febbraio, ha portato all’accusa di *sabol-nabi*, il reato di insulto al Profeta previsto dalla legislazione iraniana. In un procedimento distinto le sono stati inflitti anche dodici anni, sei mesi e un giorno di carcere per accuse relative alla sicurezza nazionale e alla propaganda contro il sistema politico.

Un’accusa senza il testo del messaggio

Il punto più controverso è la mancata divulgazione delle parole che avrebbero giustificato la pena più grave. Secondo il quotidiano iraniano Khorasan, durante il processo la giovane avrebbe sostenuto di aver scritto le frasi contestate in uno stato di alterazione dovuto all’assunzione di funghi allucinogeni. Il giudice non ha accolto questa spiegazione. La normativa iraniana contempla tuttavia eccezioni alla pena capitale quando mancano intenzionalità o piena consapevolezza delle parole pronunciate.

L’organizzazione Iran Human Rights, con sede a Oslo, ha denunciato il rischio che una condanna di questo genere allarghi ulteriormente l’uso della pena di morte contro le opinioni espresse online. Il suo direttore, Mahmood Amiry-Moghaddam, ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per ottenere l’annullamento della sentenza e una moratoria sulle esecuzioni.

L’ultima parola alla Corte suprema

La condanna non è ancora definitiva: il caso può essere esaminato dalla Corte suprema iraniana. È un passaggio decisivo per la vita della studentessa e, allo stesso tempo, per il significato politico della vicenda. In un Paese attraversato da una dura repressione del dissenso, il processo a Najmeh Amini pone una domanda essenziale: fino a che punto un’espressione pubblicata su internet può diventare motivo per togliere la vita a una persona?