È morto a Milano, all’età di 91 anni, Silvano Larini, architetto, imprenditore e storico uomo di fiducia di Bettino Craxi, una delle figure più controverse della stagione di Tangentopoli. La notizia della scomparsa è stata annunciata dalla moglie Viviana Lecchi attraverso un necrologio. Il suo nome rimane indissolubilmente legato al cosiddetto Conto Protezione, il deposito bancario svizzero attraverso il quale transitarono finanziamenti destinati al Partito socialista italiano e che divenne uno dei capitoli più significativi dell’inchiesta Mani Pulite.

Larini apparteneva a quella cerchia ristretta di persone che, negli anni del potere socialista, si muovevano tra politica, finanza e imprenditoria. Non ricopriva incarichi di primo piano nel partito, ma godeva della fiducia personale di Craxi. Una posizione che gli consentì di conoscere operazioni finanziarie e rapporti riservati destinati a emergere soltanto con il terremoto giudiziario dei primi anni Novanta.

Il Conto Protezione e i finanziamenti al Partito socialista

Al centro della vicenda giudiziaria che rese celebre Larini c’era il conto numero 633369, denominato Protezione, aperto presso la Ubs di Lugano. Formalmente riconducibile all’architetto milanese, il deposito era stato utilizzato per operazioni finanziarie legate al Psi.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sul conto confluirono complessivamente sette milioni di dollari provenienti da operazioni riconducibili al finanziere Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano. Il denaro, stando alle dichiarazioni rese da Larini ai magistrati, era destinato a sostenere esigenze finanziarie del partito socialista.

La vicenda aveva radici precedenti a Tangentopoli. Il conto era infatti comparso nelle indagini legate alla loggia massonica P2 di Licio Gelli e al sistema di relazioni finanziarie sviluppatosi intorno al Banco Ambrosiano. Soltanto negli anni Novanta, tuttavia, gli investigatori riuscirono a ricostruire con maggiore precisione il ruolo del deposito e dei suoi beneficiari.

La latitanza e il ritorno davanti ad Antonio Di Pietro

La svolta arrivò il 7 febbraio 1993. Dopo mesi trascorsi lontano dall’Italia, anche in Polinesia, Larini rientrò nel Paese e si consegnò al magistrato Antonio Di Pietro al valico di Ventimiglia.

Le sue dichiarazioni contribuirono a chiarire la gestione del Conto Protezione. L’architetto raccontò di aver messo a disposizione il deposito su richiesta di Craxi, indicando anche il coinvolgimento di Claudio Martelli, allora ministro della Giustizia e figura di primo piano del socialismo italiano.

Le rivelazioni ebbero immediate conseguenze politiche. Martelli lasciò il ministero, mentre Craxi, già investito dalle inchieste sul finanziamento illecito dei partiti, si trovò ad affrontare ulteriori contestazioni in una fase decisiva della crisi socialista.

La ricostruzione fornita da Larini, accompagnata dalla documentazione bancaria acquisita dagli investigatori, divenne uno degli elementi centrali degli accertamenti giudiziari. Il suo ruolo fu esaminato anche nei procedimenti successivi, che portarono a condanne e a una lunga controversia giudiziaria.

L’amicizia con Craxi e gli affari nella Milano degli anni Ottanta

Nato a Milano il 17 febbraio 1935, Larini aveva studiato architettura al Politecnico. Proveniva da un ambiente imprenditoriale e aveva costruito negli anni una rete di rapporti che comprendeva società finanziarie, attività commerciali e personalità influenti della politica.

La sua amicizia con Bettino Craxi risaliva alla giovinezza. Un legame personale che sarebbe sopravvissuto per decenni, accompagnando l’ascesa del leader socialista fino alla presidenza del Consiglio e al successivo crollo politico.

Negli anni Ottanta Larini fu anche amministratore delegato di Lombardia Risorse, società regionale attiva nel settore energetico. I suoi interessi imprenditoriali si estesero inoltre al settore della moda e alla storica azienda di cappelli Borsalino, nella cui gestione ebbe un ruolo anche la moglie Viviana Lecchi.

La sua biografia attraversa così due dimensioni della Milano di quegli anni: quella degli affari, delle società e delle relazioni personali, e quella della politica che esercitava un’influenza decisiva su una parte del sistema economico.

Una figura chiave nella fine della Prima Repubblica

La storia di Larini è strettamente collegata al passaggio che trasformò il sistema politico italiano tra il 1992 e il 1994. L’inchiesta Mani Pulite portò alla luce pratiche diffuse di finanziamento illecito e corruzione, provocando una crisi profonda dei partiti che avevano governato il Paese per decenni.

Il Conto Protezione rappresentò uno dei punti di collegamento tra le indagini sulla finanza degli anni Ottanta e quelle sulla corruzione politica dei primi anni Novanta. Le dichiarazioni dell’architetto contribuirono a documentare come alcuni flussi di denaro fossero transitati attraverso strutture bancarie estere, lontano dai normali canali di finanziamento politico.

Larini fu condannato in primo grado nel 1994 a cinque anni e sei mesi di reclusione per la vicenda del conto svizzero. La pena venne successivamente ridimensionata nel percorso giudiziario, con gli effetti dei provvedimenti di condono riconosciuti in appello e confermati dalla Cassazione.

La scomparsa e l’eredità di una stagione politica

Con la morte di Silvano Larini scompare uno dei protagonisti diretti delle vicende che segnarono il tramonto della Prima Repubblica. La sua figura resta legata soprattutto al rapporto con Craxi e alla gestione di quel deposito svizzero diventato un simbolo dei finanziamenti occulti alla politica.

A oltre trent’anni dall’inizio di Mani Pulite, il suo nome continua a richiamare una stagione nella quale rapporti personali, interessi economici e responsabilità politiche finirono al centro di indagini destinate a cambiare profondamente la storia italiana.

La sua testimonianza contribuì a ricostruire una parte di quel sistema. Ed è soprattutto per questo che la vicenda del Conto Protezione continua a occupare un posto nella memoria giudiziaria e politica del Paese.