Morcone

Si dicono intenzionati a tenere duro e a non riprendere la produzione se non avranno maggiori garanzie. È scattato ieri il presidio permanente dei lavoratori dello stabilimento Ficomirrors di Morcone, in provincia di Benevento, dopo la comunicazione relativa al trasferimento in Polonia della produzione dello specchio destinato al Fiat Ducato.
Una decisione che ha fatto crescere la preoccupazione tra i dipendenti e le loro famiglie, mettendo al centro dell'attenzione il futuro occupazionale di uno degli stabilimenti più importanti del territorio.
I lavoratori, riuniti in assemblea, hanno deciso di bloccare l'attività e avviare una mobilitazione permanente per chiedere certezze sul futuro produttivo del sito. Una vertenza che non riguarda soltanto i dipendenti, ma coinvolge l'intero territorio del Tammaro e un'area interna già caratterizzata da una limitata presenza di grandi realtà industriali.

Ficomirrors, a rischio 160 posti di lavoro su 209 dipendenti

A spiegare le ragioni della protesta è Cosimo De Luise, rappresentante sindacale della Fiom Cgil, che ricostruisce le tappe di una trattativa avviata circa tre mesi fa.
«Eravamo preoccupati perché sappiamo che questo stabilimento è nato fondamentalmente da un progetto legato alla produzione degli specchi per Fiat Ducato, un programma industriale destinato a concludersi nel 2029, elemento che aveva spinto il sindacato a chiedere incontri con l'azienda e con i vertici dirigenziali per conoscere le prospettive future.
La richiesta era chiara: sapere a chi sarebbe stato assegnato il progetto previsto per il secondo semestre del 2029 e quale ruolo avrebbe continuato ad avere lo stabilimento di Morcone.
Dopo circa due mesi di confronto, secondo quanto riferito dal rappresentante sindacale, è arrivata la comunicazione che il nuovo progetto sarebbe stato assegnato al gruppo Ficosa a livello mondiale, ma realizzato in Polonia per ragioni legate ai costi.
Le possibili conseguenze occupazionali sono pesanti. «Se non arriverà questo progetto a Morcone, stiamo parlando di circa 160 lavoratori a casa su 209», avverte De Luise.
Un numero che restituisce la portata della vertenza e il rischio di una crisi capace di incidere profondamente sull'economia locale.

Il nodo del costo del lavoro e la competizione con la Polonia

Tra gli aspetti che alimentano la preoccupazione c'è anche la differenza del costo del lavoro tra Italia e Polonia. Secondo quanto riferito nell'ambito della vertenza, le retribuzioni nel Paese dell'Europa orientale sarebbero pari a circa quattro euro l'ora. Un dato che, se confermato, pone interrogativi sulle condizioni della competizione industriale e sulle prospettive produttive dei territori italiani.
Per i lavoratori, la questione va oltre la singola assegnazione industriale: in gioco c'è la possibilità di mantenere produzioni e occupazione in un'area interna che non dispone facilmente di alternative occupazionali comparabili.

L'incontro con l'azienda e la richiesta di garanzie

Nelle ultime ore si è svolto anche un incontro con la dirigenza aziendale, ma, secondo la Fiom Cgil, non sono emersi elementi concreti in grado di rassicurare i lavoratori.
«Attualmente non possiamo credere alle chiacchiere. Vogliamo qualcosa di concreto che venga ufficializzato e iscritto nelle sedi competenti», afferma De Luise, sottolineando come eventuali prospettive per nuovi progetti non possano essere considerate sufficienti senza impegni formali.
Il sindacato chiede quindi che il futuro dello stabilimento venga affrontato attraverso un confronto capace di individuare soluzioni industriali precise, in grado di garantire continuità produttiva e salvaguardia dei posti di lavoro.

Presidio permanente e appello alle istituzioni

La mobilitazione, annuncia il rappresentante sindacale, proseguirà a oltranza. Il prossimo passaggio sarà in Prefettura, dove i lavoratori intendono portare la vertenza all'attenzione delle istituzioni.
L'appello è rivolto alla politica e agli amministratori del territorio, chiamati a sostenere una battaglia che, secondo De Luise, non può essere lasciata soltanto sulle spalle dei dipendenti.

«Questo non è solo una battaglia nostra, ma deve essere una battaglia di tutti», sottolinea il sindacalista.

Il presidio di Morcone diventa così il simbolo di una preoccupazione più ampia: quella di un territorio che rischia di perdere una delle sue principali realtà produttive. Al centro restano 209 lavoratori, le loro famiglie e la necessità di individuare prospettive industriali concrete per evitare che il trasferimento della produzione si traduca in una pesante crisi occupazionale per l'intero comprensorio del Tammaro.