C'è qualcosa di profondamente femminile nella poesia. Non necessariamente nel suo autore, naturalmente, ma nel modo in cui essa nasce, si sottrae, si offre e qualche volta si nega.
Ho sempre pensato che una donna sia più vicina alla poesia di un uomo. Non per una misteriosa superiorità biologica, né per una maggiore familiarità con il dolore, che non conosce differenze di genere. Piuttosto per quella particolare capacità di abitare contemporaneamente la presenza e l'assenza, di trasformare una ferita in una domanda, una mancanza in una forma di conoscenza.
Il Nobel per la Letteratura 2026 ad Anne Carson, poetessa canadese di settantasei anni, mi offre l'occasione per ritornare su questa convinzione. E per immaginare un filo che attraversa venticinque secoli, da Saffo a Emily Dickinson, da Wislawa Szymborska fino a lei.
Quattro donne lontanissime per epoca, lingua e destino, accomunate dalla capacità di pronunciare l'indicibile senza pretendere di spiegarlo. Carson, nata a Toronto nel 1950, è poetessa, grecista, traduttrice, saggista. Ma nessuna di queste definizioni la contiene.
Mescola poesia e prosa, mito e quotidianità, filosofia e desiderio. In Autobiografia del rosso trasforma il mostro Gerione della mitologia greca in una creatura vulnerabile, capace di amare e soffrire. In La bellezza del marito racconta la disgregazione di un matrimonio attraverso ventinove tanghi. In Decreazione esplora il paradosso dell'io che, per conoscere davvero, deve imparare a sottrarsi. La sua poesia non consola. Semmai scava, interrompe, lascia aperte le porte che vorremmo chiudere. È una poesia che conosce il valore del frammento, forse perché ha frequentato a lungo Saffo, traducendone i versi superstiti e rispettando perfino gli spazi lasciati dalle parole scomparse.
«Qualcuno, io dico, si ricorderà di noi», scriveva Saffo, in una celebre traduzione del suo frammento 147. Una promessa che attraversa i millenni e raggiunge Carson, quasi che la poesia fosse soprattutto questo: una memoria affidata a qualcuno che non conosceremo mai. Emily Dickinson, chiusa nella sua stanza di Amherst, aveva trasformato l'immobilità in un viaggio sconfinato. Szymborska, invece, interrogava il mondo con l'ironia di chi sa che ogni certezza contiene una crepa.
Carson sembra raccogliere entrambe le eredità: il silenzio della prima e l'inquietudine conoscitiva della seconda. Ma vi aggiunge qualcosa di suo, una specie di archeologia del sentimento, nella quale ogni parola viene dissepolta per scoprire non soltanto ciò che significa, ma ciò che ha perduto.
Quando le hanno comunicato il Nobel, si trovava in Islanda ad ascoltare il vento. Difficile immaginare una circostanza più appropriata. Il vento non possiede una forma, eppure modifica tutte quelle che incontra. Somiglia alla poesia, che non ha bisogno di spiegare il mondo per cambiarne la percezione.
Naturalmente esistono grandissimi poeti uomini, e sarebbe ridicolo negarlo. Ma continuo a credere che nella scrittura femminile vi sia spesso una diversa confidenza con l'incompiuto. Non la rinuncia alla verità, bensì la consapevolezza che essa non possa essere interamente posseduta. Forse perché alle donne, per secoli, è stato chiesto di tacere, e proprio nel silenzio hanno imparato a riconoscere la voce delle cose.
Non so se la poesia abbia davvero un genere. So però che possiede un corpo, una nudità, una fragilità che nessun riconoscimento potrà mai vestire definitivamente. Il Nobel, in fondo, è soltanto una gruccia prestigiosa. Vi appendiamo gli abiti della gloria, della memoria, dell'immortalità letteraria.
Ma l'abito di Anne Carson, come quelli di Saffo, Dickinson e Szymborska, non è stato cucito per una cerimonia. È fatto di parole, di assenze, di fili che si spezzano e si riannodano. E forse la poesia comincia proprio quando qualcuno trova il coraggio di indossarlo, sapendo che non basterà a ripararlo dal freddo.