Lo scontro sul carico di esplosivi. La contesa sul monopolio della forza torna al centro della politica libanese proprio mentre Beirut prepara una nuova tornata di colloqui militari con Israele e Stati Uniti. Il primo ministro Nawaf Salam ha chiesto un ampliamento delle indagini sul trasporto di esplosivi intercettato il 5 ottobre a Dahr al-Baidar, sulla strada che collega la valle della Bekaa alla capitale. È un episodio che mette direttamente alla prova la capacità dello Stato di far rispettare il divieto delle attività militari di Hezbollah.

Il camion conteneva, secondo le ricostruzioni diffuse dalle autorità e dalla stampa internazionale, circa 780 chilogrammi di materiale esplosivo. Il deputato di Hezbollah Hassan Fadlallah ha riconosciuto che il carico apparteneva al movimento, sostenendo che fosse destinato alle operazioni contro le forze israeliane nel sud del Libano. Il partito ha contestato il provvedimento governativo che ne vieta le attività militari e ha chiesto la liberazione dei due uomini arrestati.

La risposta del governo e la tensione a Beirut

Per Salam, la questione supera il singolo sequestro: riguarda il principio secondo cui soltanto le istituzioni possono decidere sull’uso delle armi e sulla guerra. Il premier ha riferito di avere contattato il ministro della Giustizia Adel Nassar e il procuratore generale presso la Cassazione Rami al-Hajj per esaminare le misure necessarie ad ampliare l’inchiesta. La linea del governo incontra la resistenza di un’organizzazione che continua a rivendicare un ruolo armato autonomo, soprattutto in presenza di soldati israeliani sul territorio libanese.

La frattura si è vista anche nell’area meridionale di Beirut, dove una perquisizione relativa a medicinali sospetti in un deposito ha provocato tensioni tra gli agenti e uomini vicini al movimento sciita. L’intervento dell’esercito ha contribuito a riportare la calma. L’episodio ha alimentato il dibattito su quanto siano effettivamente libere le forze di sicurezza di operare nelle zone di maggiore influenza di Hezbollah.

A Tampa il nodo del ritiro israeliano

Per il 20 ottobre è previsto a Tampa, in Florida, un incontro trilaterale fra delegazioni militari libanesi, israeliane e statunitensi. Beirut intende chiedere la cessazione degli attacchi israeliani e l’applicazione delle intese negoziate con la mediazione americana. Il punto più controverso resta la sequenza degli impegni: il disarmo di Hezbollah, richiesto da Israele, e il graduale ritiro delle truppe israeliane dal territorio libanese, preteso dalle autorità di Beirut.

Sul piano operativo, Washington sollecita contatti diretti tra le forze armate dei due Paesi per evitare incidenti e consentire l’attuazione dell’accordo quadro. Si tratta di un passaggio politicamente delicato per il Libano, che non ha un trattato di pace con Israele. La delegazione libanese arriva al tavolo mentre continuano le operazioni militari nel sud e aumenta la pressione sul governo affinché ottenga risultati concreti.

Il voto israeliano e le incognite diplomatiche

Il negoziato si colloca inoltre a pochi giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre. Il premier Benjamin Netanyahu continua a collegare la presenza militare nel sud del Libano alla necessità di neutralizzare la minaccia rappresentata da Hezbollah. In questo clima, ogni concessione rischia di essere letta in chiave elettorale, mentre l’assenza di progressi potrebbe approfondire la crisi tra le istituzioni libanesi e il movimento sostenuto dall’Iran.

L’esito di Tampa non dipenderà soltanto dai rapporti tra i due eserciti. Si misurerà anche nella capacità del governo di Salam di esercitare la propria autorità sul territorio senza aprire una nuova crisi interna. La vicenda degli esplosivi, da caso giudiziario, è così diventata un banco di prova della sovranità dello Stato libanese.