“L’inchiesta - coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli con il procuratore Nicola Gratteri - sul traffico di stupefacenti completamente organizzato da detenuti e che ha coinvolto clan camorristi in numerose carceri italiane e la cocaina destinata soprattutto alle piazze di spaccio napoletane, è l’ennesima “prova provata” che il carcere è diventato la più grande piazza di spaccio dentro e fuori”.
Così Aldo Di Giacomo, segretario generale del S.PP. (Sindacato Polizia Penitenziaria) che aggiunge: “dentro perché è forte la richiesta degli oltre 30% dei detenuti tossicodipendenti sul totale della popolazione carceraria; fuori perché a comandare ed impartire ordini sui territori sono i capo clan più pericolosi.
Nei penitenziari siamo ad un giro di decine di milioni di euro l’anno mentre non si conoscono i risultati degli annunci del Ministro Nordio sulle misure alternative per tossicodipendenti e le case accoglienza che se esistono non sono in grado di assistere che qualche centinaio di persone con problema droga.
C’è poi una realtà che denunciamo da troppo tempo: nelle carceri comandano “loro”, non lo Stato. Una realtà che si preferisce “offuscare” nonostante le lucide denunce di tanti magistrati tra i quali Nicola Gratteri, Sebastiano Ardita da sempre in prima linea nella lotta alla mafia e profondi conoscitori delle dinamiche del “comando” dal carcere di capo clan di mafia, ‘ndrangheta, camorra, organizzazioni spietate di criminalità.
E dai racconti e testimonianze di questi magistrati riemergono fatti che come sindacato di Polizia Penitenziaria abbiamo segnalato da anni: dai “summit” tra capo clan in video conferenza dalle celle, alle telefonate di minacce a familiari di vittime, ad ordini di uccisioni ed operazioni sui territori, al controllo dei traffici di droga, sino ai più “divertenti” video su TickTock che comunque sono segni di comando. Hanno ragione i magistrati: solo il Ministro Nordio non sa o finge di non sapere che ogni settimana negli istituti penitenziari si sequestrano decine e decine di telefonini mentre strumenti per neutralizzarli e per intercettare i droni, diventati il primo mezzo di approvvigionamento ai detenuti, non sono presi in alcun modo in considerazione.
Tutto questo - continua Di Giacomo - mentre sul regime del 41 bis si stanno aprendo maglie troppo larghe. Non possiamo permettere che la prassi della buona condotta diventi il grimaldello per ottenere benefici e che il carcere duro perda progressivamente la sua funzione di contrasto al potere mafioso.
Per noi la prima condizione per lavorare in sicurezza è riprendere il controllo delle carceri togliendolo alle mafie per ristabilire legalità e sicurezza dentro e fuori, stroncando i traffici di droga e telefonini, imponendo le regole di controllo della popolazione detenuta. Per questo dopo il nostro pieno e convinto sostegno a tutti i magistrati che condividono la sua denuncia rafforzeremo il nostro impegno tra il personale penitenziario su questi temi e rilanceremo la “campagna contro la resa dello Stato nelle carceri”.