Aurelio De Laurentiis chiude la porta agli investitori americani e rilancia la propria centralità nel progetto azzurro. Ai microfoni di Radio Kiss Kiss, il presidente del Calcio Napoli ha confermato di aver rispedito al mittente una maxi-offerta formulata dall'imprenditore italo-americano Matt Rizzetta, presidente della Napoli Basket e rappresentante di un gruppo di fondi statunitensi.
La cifra sul piatto era di quelle capogiro: 2 miliardi e 200 milioni di euro. Una proposta che prevedeva un pagamento dilazionato — una quota immediata alla firma e la restante parte spalmata in tre anni — ma che conteneva una clausola decisiva per il rifiuto del patron azzurro: l'uscita progressiva di De Laurentiis dalla gestione operativa del club.
«In gioco la responsabilità verso 83 milioni di tifosi»
A spiegare i motivi del "no" è stato lo stesso presidente, ripercorrendo i dettagli della trattativa sfumata:
«A un certo punto, strada facendo, il mio ruolo si sarebbe ridotto sempre di più fino a rimanere soltanto presidente onorario. Allora ho detto: "Cari signori, ma voi che garanzie mi date che il lavoro di 22 anni non vada a ramengo?" Perché io ho una responsabilità verso una città, verso una regione, verso un popolo che ha 83 milioni di supporters nel mondo occidentale».
Il punto nodale della trattativa non è stato dunque solo economico, ma identitario e gestionale. De Laurentiis, al timone della società dal 2004, ha espresso forti perplessità sul modello di governance proposto dai fondi esteri, ritenuto privo delle necessarie garanzie di continuità per il patrimonio sportivo e sociale costruito in oltre vent'anni.
Preferenza alla "napoletanità" per il futuro
Nonostante la fermezza nel ribadire la volontà di non cedere il club nell'immediato, il patron azzurro ha voluto tracciare una linea precisa per un'eventuale futura successione:
«Io per il momento ho deciso di non vendere, ma se dovessi farlo preferirei comunque vendere a un napoletano piuttosto che a un americano, perché ognuno conosce casa propria e conosce le persone con le quali si deve rapportare nella quotidianità».
Una presa di posizione netta che riafferma il legame viscerale tra la proprietà e il tessuto locale, ponendo un freno alle sirene del collezionismo sportivo stelle e strisce che negli ultimi anni ha investito diverse piazze storiche del calcio italiano.