Una ricompensa alla vigilia delle urne. A una settimana dalle elezioni di metà mandato, Donald Trump rilancia i sospetti sui brogli elettorali e promette un milione di dollari a chi fornirà informazioni su frodi nel voto passato o in quello del 3 novembre, a condizione che portino all’arresto e alla condanna dei responsabili. L’annuncio, riportato dalla stampa statunitense il 26 ottobre, lascia aperti interrogativi sulle modalità di attribuzione del premio e sulle risorse necessarie per finanziarlo.

La nuova iniziativa si inserisce in una campagna politica e giudiziaria che vede la Casa Bianca contestare procedure elettorali affidate in larga misura ai singoli Stati. Sullo sfondo c’è il rinnovo del Congresso, con la maggioranza al Senato in gioco in alcune competizioni particolarmente combattute.

Il caso Alaska e i due candidati Sullivan

Il fronte più controverso si è aperto in Alaska, dove il dipartimento di Giustizia ha chiesto a un tribunale federale di impedire la certificazione del risultato della corsa al Senato se il repubblicano uscente Dan S. Sullivan dovesse perdere di stretta misura contro la democratica Mary Peltola. Sulla scheda compare infatti anche Daniel J. Sullivan Jr., candidato con un nome molto simile a quello del senatore.

Secondo il governo, alcuni elettori potrebbero confondere i due candidati. La richiesta punta a sospendere la proclamazione nell’eventualità di una sconfitta repubblicana con uno scarto inferiore ai voti ottenuti dall’altro Sullivan. La Corte suprema dell’Alaska aveva però già stabilito a giugno che quest’ultimo aveva diritto a comparire sulla scheda. Inoltre, il documento elettorale distingue il senatore uscente indicandone il partito e la carica.

Le obiezioni e la decisione della giudice

Trump ha confermato di avere personalmente sollecitato il ricorso. Peltola e i democratici ne chiedono il rigetto, contestando un intervento federale in un ambito di competenza statale. Anche organizzazioni per la tutela del voto sono intervenute nel procedimento. La giudice Sharon Gleason ha disposto tempi accelerati per l’esame della controversia, senza avere ancora deciso sul merito al 27 ottobre.

Le critiche non arrivano soltanto dall’opposizione. La senatrice repubblicana dell’Alaska Lisa Murkowski ha sostenuto che lo Stato aveva già affrontato il problema distinguendo chiaramente i nomi dei candidati sulla scheda. Gli esperti di diritto elettorale interrogati dai media statunitensi mettono in dubbio la base giuridica della causa e la possibilità di ricostruire dopo il voto le intenzioni degli elettori.

La posta in gioco oltre il 3 novembre

La controversia investe una questione più ampia: fino a che punto il governo federale possa interferire con la certificazione di una consultazione amministrata dagli Stati. La Casa Bianca presenta la propria azione come una tutela dell’integrità del voto; i democratici temono invece che possa diventare un precedente per contestare risultati sfavorevoli.

In Alaska, dove si vota con un sistema di preferenze ordinate, la definizione del vincitore potrebbe richiedere tempo. Per questo lo scontro giudiziario pesa già prima dell’apertura delle urne: non riguarda soltanto chi conquisterà un seggio decisivo, ma anche la fiducia nella capacità delle istituzioni di riconoscere il verdetto degli elettori.