La data delle prossime elezioni politiche resta una delle questioni aperte nell’agenda della maggioranza. Da un lato c’è l’ipotesi di tornare alle urne nel maggio 2027, facendo coincidere il voto nazionale con le amministrative. Dall’altro si profila la possibilità di attendere settembre, più vicino alla conclusione naturale della legislatura. A condizionare la scelta non sono soltanto le valutazioni di Palazzo Chigi: sul calendario può incidere soprattutto il giudizio della Corte costituzionale sulla nuova legge elettorale.

La legge e il passaggio davanti ai giudici

La legge 9 ottobre 2026, n. 180, entrata in vigore il 24 ottobre, ha modificato le regole per eleggere Camera e Senato. Il testo interviene tra l’altro sul sistema delle preferenze e su diversi aspetti dell’organizzazione del voto. La sua approvazione non chiude però il confronto giuridico: i ricorsi annunciati o presentati alla Consulta costituiscono una variabile importante per chi ragiona su un eventuale scioglimento anticipato delle Camere.

La distinzione riguarda soprattutto gli effetti di una possibile pronuncia. Se la Corte dovesse intervenire con una decisione immediatamente applicabile, circoscritta a punti specifici, il percorso verso elezioni in primavera potrebbe restare praticabile. Se invece emergesse la necessità di un nuovo intervento parlamentare, i tempi diverrebbero meno prevedibili. Non significa che i giudici stabiliranno la data del voto: quella resta affidata alle procedure costituzionali e alle scelte delle istituzioni competenti.

Il calendario e il ruolo del Quirinale

Per arrivare a elezioni in maggio sarebbe necessario avviare per tempo il percorso politico e istituzionale verso lo scioglimento delle Camere. La decisione spetta al presidente della Repubblica, secondo le prerogative previste dalla Costituzione, dopo aver sentito i presidenti dei due rami del Parlamento. Una crisi di governo o le dimissioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni non produrrebbero dunque automaticamente elezioni anticipate.

Nel centrodestra convivono sensibilità diverse. Secondo la ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera, alcuni esponenti di Fratelli d’Italia guardano con interesse alla finestra primaverile. Il vicesegretario della Lega Claudio Durigon ha invece richiamato la concreta possibilità di un voto a settembre nel caso in cui l’esame della Consulta richiedesse ulteriori passaggi legislativi. Sono valutazioni politiche, non indicazioni ufficiali di un calendario già deciso.

Manovra e Ucraina, gli altri nodi

Sul tavolo della premier restano anche questioni che potrebbero pesare sulla tenuta della coalizione. La legge di bilancio per il 2027 deve misurarsi con risorse limitate, inflazione e pressioni sui costi energetici. Nello stesso tempo i partiti alleati chiedono spazio per le proprie priorità, dalle misure fiscali ai provvedimenti destinati alle famiglie e alle imprese.

Un ulteriore elemento di confronto riguarda il sostegno all’Ucraina. Le posizioni di Matteo Salvini sull’invio di armamenti a Kiev segnalano una distanza politica interna alla maggioranza, che potrebbe tornare al centro della discussione in occasione delle decisioni di fine anno. Non è detto che questi contrasti portino a una crisi, ma contribuiscono a rendere meno lineare l’eventuale scelta di anticipare il voto.

La scelta ancora aperta

La sentenza della Consulta, se e quando arriverà, potrà dunque chiarire una parte del quadro. Resterà poi da valutare se esistano le condizioni politiche e istituzionali per interrompere la legislatura prima della sua scadenza. Per ora maggio e settembre 2027 rappresentano due scenari discussi nel confronto politico, non due appuntamenti formalmente convocati. La differenza sarà determinata da una combinazione di diritto costituzionale, tempi parlamentari e decisioni della maggioranza.