Nessuna intenzione di chiedere scusa e la determinazione a difendere il proprio lavoro di studiosa, anche nelle sedi giudiziarie. Michela Ponzani, storica e docente dell’Università di Roma Tor Vergata, replica al presidente del Senato Ignazio La Russa dopo l’annuncio di una querela per le dichiarazioni sul Giovedì nero di Milano del 12 aprile 1973. Ospite di Otto e mezzo, il programma condotto da Lilli Gruber su La7, la professoressa ha respinto la richiesta di scuse avanzata dalla seconda carica dello Stato, rivendicando la correttezza della propria ricostruzione storica.
La vicenda nasce dal riferimento della studiosa a una manifestazione dell’estrema destra milanese che, oltre cinquant’anni fa, si concluse con l’uccisione dell’agente di polizia Antonio Marino, appena ventiduenne. Un episodio tornato al centro del confronto politico dopo che Ponzani aveva richiamato il ruolo di La Russa, all’epoca dirigente del Fronte della Gioventù, durante una riflessione sulle norme in materia di sicurezza e ordine pubblico.
La replica della storica e la richiesta di scuse
La risposta di Ponzani è arrivata dopo che La Russa, il 26 ottobre, aveva dichiarato la propria disponibilità a rinunciare all’azione legale in caso di scuse immediate. Il presidente del Senato aveva contestato la ricostruzione proposta dalla docente, ritenendola lesiva della propria onorabilità e fondata su un travisamento degli avvenimenti.
Intervenendo in televisione, la storica ha sostenuto che La Russa fosse alla guida di un corteo vietato dalla prefettura milanese per ragioni di ordine pubblico e ha ribadito che quella circostanza risulta, a suo giudizio, dalle fonti documentali dell’epoca. La docente ha soprattutto voluto chiarire un punto: non aver mai attribuito all’attuale presidente del Senato una responsabilità personale nell’omicidio dell’agente Marino.
Per tutelare la propria reputazione professionale, Ponzani ha inoltre annunciato di essersi rivolta all’avvocato Fabio Anselmo. La controversia, dunque, non si è chiusa con la disponibilità manifestata da La Russa a ritirare la querela.
Il Giovedì nero e la morte di Antonio Marino
Al centro dello scontro c’è una delle pagine più drammatiche della Milano degli anni di piombo. Il 12 aprile 1973, nel capoluogo lombardo, una manifestazione dell’estrema destra, non autorizzata dalle autorità, sfociò in violenti scontri con le forze dell’ordine. Durante i disordini venne lanciata una bomba a mano che uccise Antonio Marino, agente di polizia di ventidue anni.
Ignazio La Russa, che all’epoca aveva venticinque anni ed era attivo nelle organizzazioni giovanili del Movimento sociale italiano, ha contestato le interpretazioni che possano suggerire una sua responsabilità per l’omicidio, sottolineando di non essere stato giudiziariamente coinvolto in quel delitto. Da un lato vi è la ricostruzione della partecipazione politica a una manifestazione segnata dalla violenza; dall’altro, la necessità di non confondere il ruolo assunto in quel contesto con una responsabilità penale individuale.
«I titoli accademici non si ereditano»
La replica televisiva ha assunto anche un significato personale e professionale quando Ponzani ha contestato il modo in cui il presidente del Senato si è rivolto a lei, definendola semplicemente signora. La docente ha rivendicato il titolo di professoressa universitaria, ricordando quanto impegno richieda una carriera accademica e sottolineando le ulteriori difficoltà che le donne incontrano nel raggiungimento di determinate posizioni professionali.
Il confronto politico e la libertà della ricerca storica
La controversia ha provocato reazioni anche tra le forze politiche. Esponenti del Partito democratico e del Movimento 5 Stelle hanno criticato l’iniziativa giudiziaria annunciata da La Russa, sostenendo che il ricorso alla querela contro una studiosa rischi di incidere sulla libertà di ricerca e di espressione. Il presidente del Senato, dal canto suo, rivendica il diritto di tutelare la propria reputazione da affermazioni che ritiene inesatte o diffamatorie.
Il confronto apre una questione che va oltre il singolo episodio televisivo: il rapporto tra ricostruzione storica, responsabilità individuali e diritto di critica nei confronti di chi ricopre incarichi istituzionali. Le posizioni restano distanti. L’eventuale percorso giudiziario dipenderà dagli sviluppi dell’iniziativa annunciata dal presidente del Senato, mentre il dibattito pubblico si è già allargato al ruolo degli storici e ai confini del confronto politico sulla memoria degli anni Settanta.