Aveva soltanto la licenza media, ma per settimane ha lavorato come medico in ospedale, visitando oltre 160 pazienti, prescrivendo farmaci e firmando referti. Tra le persone assistite anche un uomo arrivato in codice rosso per un infarto. È la vicenda di Enrica Massone, 59 anni, torinese, condannata in primo grado dal Tribunale di Imperia a tre anni di reclusione e 15mila euro di multa per aver esercitato abusivamente la professione medica all’ospedale Saint Charles di Bordighera.
La sentenza risale al 25 giugno, ma le motivazioni depositate nei giorni scorsi aggiungono nuovi particolari sulle attività svolte dalla donna nel 2023. Per il giudice, l’assenza di conseguenze accertate sulla salute dei pazienti è stata soltanto una circostanza fortunata.
Il paziente colpito da infarto
L’episodio più delicato riguarda un uomo arrivato al punto di primo intervento in condizioni di emergenza per un infarto. Secondo quanto ricostruito nella sentenza, Massone si occupò del paziente, disponendo esami, somministrazioni farmacologiche e il trasferimento in un’altra struttura ospedaliera.
Durante i turni nel reparto di Medicina, la donna partecipava alle visite, aggiornava le cartelle cliniche e interveniva sulle terapie. Al punto di primo intervento avrebbe invece visitato e trattato oltre 160 persone, redigendo i relativi referti. Quando incontrava situazioni particolarmente complesse, si affidava alle diagnosi formulate durante il triage oppure chiedeva aiuto ai colleghi. Una condotta che, secondo il tribunale, non attenua la gravità dell’esercizio abusivo della professione.
La falsa laurea e l’assunzione in ospedale
Per ottenere l’incarico, Massone aveva risposto a un annuncio pubblicato sulla piattaforma Indeed, dichiarando di essersi laureata in Medicina e Chirurgia all’Università di Milano-Bicocca nel 1991, di aver conseguito una specializzazione in Medicina interna nel 1997 e di essere iscritta all’Ordine dei medici di Milano.
Tutte dichiarazioni false. Attraverso le società Curamedica e Igea Salute, incaricate del reclutamento del personale, riuscì comunque a lavorare nella struttura sanitaria ligure tra luglio e settembre 2023. Per quelle prestazioni incassò circa 10.300 euro. A far emergere la vicenda furono le difficoltà incontrate nell’attività clinica, che portarono a controlli sulle qualifiche dichiarate.
La consapevolezza dei rischi e la condanna
Nelle motivazioni il giudice esclude che la donna fosse incapace di intendere e di volere. Le sue azioni, secondo il tribunale, dimostrano capacità di pianificazione e consapevolezza.
Durante un colloquio peritale, Massone ha ammesso di aver inizialmente sottovalutato le difficoltà del lavoro ospedaliero, pensando che non sarebbe stato molto diverso da quello in una casa di riposo. Successivamente aveva compreso di non possedere le competenze necessarie e che qualcuno avrebbe potuto morire.
La donna è già detenuta per un’altra condanna definitiva, a quattro anni e tre mesi, relativa a una vicenda di appropriazione delle pensioni di due anziani dei quali era amministratrice di sostegno. Resta anche il problema dei controlli sui titoli professionali. Il caso solleva interrogativi sulle verifiche effettuate prima di affidare incarichi sanitari a personale reclutato attraverso società esterne. La condanna di Massone è di primo grado e non definitiva.