Benevento

Quel giorno – il 20 agosto 2024 – la sua vita si era spenta per sempre mentre stava lavorando. Stefano, 58 anni ancora da compiere, di Rotondi, già cardiopatico, era stato stroncato da un malore mentre era intento alle operazioni di getto del calcestruzzo per la realizzazione di una rampa di accesso al garage di un'abitazione ad Airola.

Era stato colto da un “arresto cardiocircolatorio aggravato da un concomitante stato ipossico-asfittico dovuto, dopo la caduta, all'impatto del volto nella colata di cemento”. Un dramma per il quale il pm Maria Dolores De Gaudio ha chiesto il rinvio a giudizio di un 67enne di Airola, legale rappresentante dell'impresa che stava eseguendo l'intervento, e del figlio, che lo aveva commissionato come proprietario dell'immobile.

Al 67enne vengono contestate presunte violazioni delle norme di prevenzione degli infortuni; in particolare, avrebbe “omesso di effettuare la valutazione di tutti i rischi presenti nel cantiere, in collaborazione con il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione e con il Medico Competente, di nominare il medico competente per l’effettuazione della sorveglianza sanitaria, non provvedendo a sottoporre il lavoratore a sorveglianza sanitaria, né ad alcuna visita medica preventiva atta a verificarne l’idoneità fisica alla mansione, né preventiva né periodica”. E ancora: avrebbe “omesso di redigere il Piano Operativo di Sicurezza (POS) relativo al cantiere, impiegando il dipendente a nero per lo svolgimento dei lavori edili in totale carenza previdenziale”.

In questo modo, avrebbe causato, “non volendola, la morte” di Stefano, “già cardiopatico, la cui idoneità alla mansione non veniva in alcun modo accertata”. Al figlio viene invece addebitato – sono difesi dall'avvocato Vittorio Fucci – la presunta omissione della “verifica dell’idoneità tecnico professionale dell’impresa esecutrice, in relazione alle funzioni o ai lavori da affidare”.

Per i familiari di Stefano gli avvocati Fabio Russo ed Antonio Lonardo.