Un segreto custodito per oltre sedici secoli nel vetro di una coppa romana è stato finalmente ricostruito. Due studiose dell'Università di Sheffield, nel Regno Unito, sono riuscite a riprodurre con un procedimento controllabile il materiale che rende straordinaria la Coppa di Licurgo, uno dei più celebri capolavori della lavorazione del vetro nell'antichità. Il manufatto, realizzato nel IV secolo dopo Cristo e conservato al British Museum di Londra, possiede una caratteristica sorprendente: cambia colore in base alla direzione della luce, apparendo verde giada quando viene illuminato dall'esterno e rosso rubino quando la luce lo attraversa.
La scoperta è il risultato del lavoro di Lisa Hollands e Caroline Jackson, che hanno combinato l'analisi dei materiali antichi con una lunga serie di esperimenti in laboratorio. Il risultato non è soltanto una spiegazione scientifica di un fenomeno conosciuto da tempo, ma la possibilità di riprodurlo in modo coerente, superando una difficoltà che aveva impegnato generazioni di studiosi e maestri vetrai.
La tecnica è stata utilizzata anche per realizzare una scultura contemporanea, dimostrando come una conoscenza sviluppata nell'antica Roma possa trovare nuova vita attraverso la ricerca sui materiali.
La Coppa di Licurgo, un capolavoro dell'arte romana
La Coppa di Licurgo risale al IV secolo dopo Cristo ed è considerata uno degli esempi più raffinati della produzione vetraria romana. Il suo valore non dipende soltanto dall'effetto cromatico, ma anche dalla complessità della lavorazione.
Il recipiente appartiene alla categoria delle cosiddette coppe a gabbia, manufatti ottenuti lavorando uno spesso corpo di vetro fino a ricavare figure in rilievo quasi completamente distaccate dalla superficie.
La decorazione racconta un episodio della mitologia greca, quello del re Licurgo di Tracia, punito per essersi opposto al culto di Dioniso, dio del vino. Secondo il mito, il sovrano viene intrappolato tra i tralci di una vite, in una scena che gli artigiani romani hanno trasformato in una composizione di straordinaria complessità.
La coppa è uno dei circa quaranta esemplari di questa tipologia giunti fino a noi e si distingue per il particolare comportamento della luce. Nel 2022 è stata riconosciuta da una commissione internazionale di artisti e conservatori come una delle sette meraviglie mondiali del vetro.
Il segreto nascosto nelle nanoparticelle d'oro e argento
La spiegazione del cambiamento cromatico si trova nella struttura microscopica del materiale. Gli artigiani romani impiegavano piccolissime quantità di oro e argento, capaci di formare particelle metalliche di dimensioni nanometriche all'interno della massa vetrosa.
Queste particelle, migliaia di volte più piccole di un granello di sabbia, interagiscono con la luce in maniera diversa rispetto ai materiali ordinari. Il risultato è un fenomeno ottico chiamato dicroismo, che consente al vetro di assumere due colorazioni differenti a seconda del tipo di illuminazione.
Quando la luce bianca attraversa il recipiente, le particelle metalliche assorbono soprattutto alcune componenti dello spettro, tra cui quelle blu e verdi, favorendo il passaggio delle tonalità rosse e arancioni. Il vetro appare così di un intenso colore rubino.
Quando invece la luce colpisce la superficie e viene riflessa, l'interazione con le particelle modifica la distribuzione delle componenti luminose, facendo apparire la coppa verde giada.
Le caratteristiche esatte del fenomeno dipendono dalle dimensioni delle particelle, dalla loro forma, dalla composizione e dal modo in cui sono distribuite nel vetro.
Gli esperimenti nelle fornaci dell'Università di Sheffield
Riprodurre questo comportamento si è rivelato molto più difficile che comprenderne il principio fisico. La semplice aggiunta di oro e argento al vetro fuso, infatti, non è sufficiente a garantire la formazione delle particelle necessarie.
Lisa Hollands, specialista nella lavorazione del vetro con oltre venticinque anni di esperienza, ha lavorato insieme a Caroline Jackson, docente ed esperta di vetro romano, per individuare una composizione compatibile con le tecniche dell'antichità.
Le ricercatrici hanno utilizzato le informazioni ricavate dall'analisi di un frammento di vetro romano originale e studiato le caratteristiche dei materiali che potevano essere disponibili agli artigiani dell'epoca.
Sono seguite numerose prove con fornaci differenti, materie prime diverse e variazioni della quantità di ossigeno presente durante la lavorazione. Tra gli elementi sperimentati è stato utilizzato anche lo zucchero, capace di influenzare le condizioni chimiche del processo.
La svolta è arrivata individuando una combinazione che permetteva di ottenere stabilmente il caratteristico effetto cromatico.
Il vetro è stato portato a temperature superiori ai mille gradi e, durante il successivo raffreddamento, si sono formate al suo interno le strutture metalliche responsabili del cambiamento di colore.
Una ricetta riproducibile, ma non necessariamente identica a quella romana
Il risultato rappresenta un importante progresso, anche se resta una distinzione fondamentale. Gli studiosi non hanno ritrovato un documento antico contenente le istruzioni utilizzate dai vetrai romani.
La formula ricostruita costituisce una soluzione sperimentale moderna, sviluppata per ottenere un effetto ottico comparabile a quello dell'originale.
In passato erano già stati realizzati materiali capaci di riprodurre il dicroismo della coppa, ma mancava un procedimento sufficientemente coerente per produrre il particolare vetro con continuità.
La ricerca di Sheffield permette dunque di comprendere meglio non soltanto quali ingredienti fossero necessari, ma anche quanto fossero importanti le condizioni di lavorazione.
Non è ancora possibile stabilire se gli artigiani romani conoscessero consapevolmente i processi fisici alla base del fenomeno oppure se avessero perfezionato empiricamente una tecnica attraverso tentativi, osservazioni ed esperienza.
Dall'antica Roma a una nuova scultura contemporanea
Per dimostrare le potenzialità del materiale, l'università britannica ha coinvolto Elliot Walker, artista del vetro e vincitore della seconda stagione del programma televisivo Blown Away.
Lo scultore ha utilizzato il vetro prodotto nei laboratori di Sheffield per creare un'opera ispirata alla vicenda mitologica di Licurgo e alla figura dell'Atlante Farnese.
La scultura integra elementi classici e lavorazioni contemporanee, sfruttando una componente soffiata per rendere particolarmente evidente il passaggio dal verde al rosso.
L'opera sarà presentata al pubblico dal 6 al 15 novembre 2026 alla Millennium Gallery di Sheffield, durante il Festival of the Mind, prima di essere trasferita nella collezione permanente del Turner Museum of Glass dell'università.
La scelta di realizzare un oggetto artistico non è casuale. Il materiale permette di mostrare direttamente al pubblico un fenomeno che, pur basandosi su strutture invisibili a occhio nudo, produce un cambiamento cromatico immediatamente riconoscibile.
Le possibili applicazioni nei materiali del futuro
La ricerca non riguarda esclusivamente la storia dell'arte e dell'archeologia. La capacità di controllare la formazione di particelle metalliche all'interno del vetro può fornire conoscenze utili per lo sviluppo di materiali ottici avanzati.
Le proprietà di assorbimento e diffusione della luce sono infatti importanti nella fotonica, un settore che studia il comportamento della luce e le sue applicazioni tecnologiche.
Gli esperimenti di Sheffield sono collegati anche alle ricerche sui vetri speciali impiegati nell'immobilizzazione dei rifiuti radioattivi. In questi materiali è essenziale comprendere come si formino e si distribuiscano le strutture cristalline, perché possono influenzare la stabilità del prodotto finale.
Non significa che il vetro della Coppa di Licurgo sarà utilizzato direttamente in questi settori. La conoscenza acquisita attraverso la sua ricostruzione può però contribuire allo studio di processi fondamentali per la progettazione di nuovi materiali.
Una scoperta che racconta la sofisticazione della tecnologia romana
Il risultato ottenuto dalle ricercatrici britanniche offre una nuova prospettiva sulle competenze raggiunte dagli artigiani dell'antichità.
La produzione della Coppa di Licurgo richiedeva non soltanto abilità manuale e sensibilità artistica, ma anche un controllo particolarmente raffinato della composizione del vetro e delle condizioni della fornace.
La scienza moderna permette oggi di descrivere questi fenomeni attraverso la fisica delle nanoparticelle, mentre gli artigiani romani potevano arrivare a risultati analoghi grazie alla trasmissione delle conoscenze e alla pratica delle officine.
A distanza di 1.600 anni, il valore della scoperta sta proprio nell'incontro tra queste due forme di sapere. Un oggetto creato per stupire chi lo osservava continua a offrire informazioni sulla tecnologia del passato e, allo stesso tempo, nuove possibilità di ricerca.
La coppa conservata a Londra resta un manufatto eccezionale. Ma il suo effetto più sorprendente non appartiene più soltanto alla storia: grazie agli esperimenti di Lisa Hollands e Caroline Jackson, è tornato a essere una tecnica concretamente riproducibile.