Per quasi quarant'anni la morte di Francesco Ancona è rimasta legata all'ipotesi di un suicidio. Ma quell'uomo, trovato senza vita l'11 febbraio 1987 a Mortara, in provincia di Pavia, non si sarebbe tolto la vita. Sarebbe stato assassinato al termine di una violenta aggressione. A confermarlo è la consulenza medico-legale della professoressa Cristina Cattaneo, depositata nei giorni scorsi nell'ambito dell'inchiesta riaperta dalla Procura di Pavia.

Una svolta che cambia radicalmente la ricostruzione della vicenda e restituisce peso ai sospetti manifestati fin dall'inizio dai figli della vittima. Secondo i risultati degli accertamenti, Ancona sarebbe stato colpito ripetutamente alla testa con un oggetto contundente, avrebbe cercato inutilmente di difendersi e sarebbe morto dopo circa un'ora di agonia.

Gli esami hanno inoltre evidenziato elementi compatibili con un possibile tentativo di avvelenamento nei giorni precedenti al decesso e la presenza di benzina sul corpo e sugli indumenti. Una circostanza che, secondo gli inquirenti, potrebbe indicare un tentativo non riuscito di distruggere il cadavere.

L'inchiesta, coordinata dal procuratore capo Fabio Napoleone, vede attualmente due persone indagate: la moglie della vittima, Giovanna Navarra, e un uomo sospettato di aver avuto un ruolo nell'aggressione. Le responsabilità individuali restano da accertare.

La morte nel 1987 e l'ipotesi del suicidio

La vicenda risale all'11 febbraio 1987, quando Francesco Ancona venne trovato senza vita a Mortara, nella provincia pavese. Il corpo presentava lesioni che, secondo la nuova valutazione medico-legale, sarebbero riconducibili a una violenta aggressione.

All'epoca gli investigatori orientarono le indagini verso l'ipotesi del suicidio. Una spiegazione che i figli della vittima non avevano mai ritenuto convincente, sollevando immediatamente dubbi sulle circostanze della morte del padre.

I familiari sospettavano che dietro il decesso potesse esserci un delitto e avevano indicato possibili responsabilità riconducibili alla moglie e a un'altra persona.

Quelle perplessità, rimaste per decenni senza una risposta giudiziaria definitiva, hanno trovato oggi un importante riscontro nei risultati della nuova consulenza.

I colpi alla testa e l'ultima ora di agonia

La ricostruzione medico-legale descrive una morte profondamente diversa da quella ipotizzata nel 1987.

Secondo la consulenza affidata a Cristina Cattaneo, Francesco Ancona sarebbe stato aggredito e colpito ripetutamente al capo con un corpo contundente.

Le lesioni individuate non sarebbero riconducibili a un gesto volontario. Gli accertamenti hanno inoltre evidenziato una ferita alla mano sinistra, interpretata come una lesione da difesa. Un particolare significativo, perché indica che l'uomo avrebbe tentato di proteggersi dai colpi.

L'aggressione non avrebbe provocato una morte immediata. Secondo gli esperti, Ancona sarebbe rimasto in agonia per circa un'ora prima di morire.

La consulenza esclude dunque l'ipotesi del suicidio e attribuisce la morte a una violenta aggressione compiuta da terzi. Resta invece compito degli investigatori stabilire chi abbia materialmente colpito l'uomo e chi possa aver eventualmente partecipato alla preparazione del delitto.

Il sospetto di un avvelenamento prima dell'omicidio

Uno degli aspetti più inquietanti della nuova inchiesta riguarda quanto sarebbe accaduto nei giorni precedenti alla morte.

Gli investigatori hanno ricostruito uno stato di debolezza fisica anomalo, ritenuto compatibile con un possibile tentativo di avvelenamento.

L'ipotesi è che qualcuno possa aver somministrato all'uomo una sostanza tossica per indebolirlo prima dell'aggressione mortale.

Si tratta di un elemento investigativo ancora da approfondire. La compatibilità dei sintomi con un avvelenamento non equivale infatti all'identificazione certa di una sostanza né consente, da sola, di individuare eventuali responsabili.

Il dato assume tuttavia particolare importanza nella ricostruzione complessiva del caso. Se venisse ulteriormente confermato, potrebbe indicare che la morte di Ancona non fu il risultato di un'aggressione improvvisa, ma l'atto conclusivo di una condotta preparata in precedenza.

La Procura di Pavia sta valutando proprio questa possibilità, insieme agli altri elementi emersi dagli accertamenti.

La benzina sul cadavere e il possibile tentativo di distruggerlo

Un altro elemento ritenuto significativo dagli inquirenti riguarda la presenza di benzina sul corpo e sugli indumenti della vittima.

Secondo la ricostruzione investigativa, il carburante potrebbe essere stato utilizzato nel tentativo di incendiare il cadavere, un'azione che non sarebbe stata portata a termine.

L'obiettivo degli aggressori, nell'ipotesi esaminata dalla magistratura, sarebbe stato quello di eliminare o rendere difficilmente riconoscibili le tracce della violenza.

Anche in questo caso, la presenza della benzina rappresenta un dato materiale, mentre la finalità attribuita a chi l'avrebbe utilizzata rimane un'interpretazione investigativa da verificare.

L'insieme degli elementi raccolti, dalle lesioni al capo alla ferita da difesa, fino al carburante e ai sospetti di avvelenamento, ha comunque portato la consulenza a una conclusione netta sulla natura violenta della morte.

La moglie indagata e l'ipotesi del sicario

Al centro della nuova inchiesta c'è Giovanna Navarra, moglie di Francesco Ancona, indagata insieme a un secondo uomo, indicato come possibile esecutore materiale dell'omicidio.

Secondo la ricostruzione investigativa, la morte di Ancona potrebbe essere stata organizzata con la partecipazione di più persone. Gli inquirenti stanno verificando anche l'eventuale collegamento tra l'aggressione e una relazione extraconiugale che la moglie avrebbe intrattenuto all'epoca.

La scoperta di quella relazione da parte della vittima potrebbe aver costituito il movente del delitto. Si tratta, tuttavia, di un'ipotesi che necessita di ulteriori riscontri.

L'indagine dovrà chiarire se vi sia stato un accordo tra i sospettati, quali siano state le rispettive condotte e quali elementi possano sostenere l'attribuzione delle responsabilità penali.

L'altra inchiesta sul presunto tentato omicidio del figlio

La riapertura del caso è legata a un'altra vicenda giudiziaria che coinvolge Giovanna Navarra.

La donna è infatti indagata in un procedimento distinto per il presunto tentato omicidio del figlio. Nel corso di quelle indagini sarebbero emersi elementi che hanno spinto gli investigatori a riesaminare anche le circostanze della morte del marito.

Gli elementi raccolti in quel procedimento sono stati trasmessi alla Procura di Pavia, consentendo di riaprire gli accertamenti su un decesso che per decenni era stato considerato un suicidio.

I due procedimenti rimangono distinti e le accuse nei confronti della donna dovranno essere valutate separatamente nelle rispettive sedi giudiziarie.

La consulenza di Cristina Cattaneo cambia la ricostruzione

Uno dei passaggi decisivi della nuova indagine è arrivato con il conferimento dell'incarico alla professoressa Cristina Cattaneo, anatomopatologa e antropologa forense dell'Università degli Studi di Milano, nota per il suo lavoro in numerose inchieste giudiziarie di particolare complessità.

L'obiettivo era riesaminare le cause della morte e verificare se le lesioni documentate fossero compatibili con la ricostruzione formulata dagli investigatori dell'epoca.

Nonostante il lungo tempo trascorso, l'analisi dei reperti e della documentazione disponibile ha consentito agli esperti di individuare elementi ritenuti incompatibili con il suicidio.

La consulenza, depositata nei giorni scorsi, rappresenta così il principale riscontro tecnico della nuova ipotesi investigativa. Le conclusioni sulla dinamica dell'aggressione saranno ora valutate insieme alle testimonianze e agli altri elementi raccolti.

I figli che non avevano mai creduto al suicidio

Nella vicenda di Francesco Ancona assume particolare importanza la posizione dei figli, che già nel 1987 avevano contestato la spiegazione fornita dagli investigatori.

Per loro, le circostanze del ritrovamento del cadavere non erano compatibili con l'ipotesi di un gesto volontario.

I sospetti si erano concentrati fin dall'inizio sulla possibilità che dietro quella morte ci fosse un'aggressione e che alcune persone vicine alla vittima potessero conoscere le ragioni dell'accaduto.

Per decenni, tuttavia, la ricostruzione ufficiale era rimasta sostanzialmente invariata. La nuova inchiesta restituisce ora rilevanza a quei dubbi, sostenuti da elementi medico-legali che gli investigatori del tempo non avevano individuato o interpretato nello stesso modo.

Per i familiari, il nuovo sviluppo rappresenta un passaggio importante nella ricerca della verità, anche se resta ancora da chiarire chi abbia provocato la morte dell'uomo.

L'inchiesta verso la conclusione dopo 39 anni

La Procura di Pavia ha fatto sapere che le indagini sono prossime alla conclusione. Dopo il deposito della consulenza medico-legale, gli investigatori dovranno completare la valutazione degli elementi raccolti, soprattutto in relazione al movente e al ruolo delle due persone indagate.

La differenza rispetto al passato è sostanziale. La morte di Francesco Ancona, inizialmente considerata un suicidio, viene ora ricondotta dalla consulenza tecnica a un'aggressione omicida.

Resta però ancora da stabilire chi abbia compiuto il delitto e se esistano prove sufficienti per sostenere le accuse in un eventuale processo.

Trentanove anni dopo quell'11 febbraio 1987, la vicenda giudiziaria entra dunque in una fase decisiva. Per i figli di Ancona, che non avevano mai accettato l'ipotesi del suicidio, la nuova ricostruzione rappresenta un passaggio importante nella ricerca della verità sulla morte del padre.

L'esito della consulenza risolve un interrogativo fondamentale sulle cause del decesso, ma lascia aperta la domanda sulla responsabilità del delitto. Sarà il prosieguo dell'inchiesta a stabilire se, dopo quasi quarant'anni, sarà possibile arrivare anche a una ricostruzione giudiziaria completa dell'omicidio.