Il generale Giampietro Lago, per quindici anni alla guida del Ris di Parma, interviene sulle polemiche che hanno investito le indagini per l'omicidio di Chiara Poggi e respinge le contestazioni rivolte al suo operato. Al centro della vicenda ci sono i dati originali delle analisi genetiche richiesti dalla difesa di Alberto Stasi e mai consegnati durante il suo comando, ma anche i risultati discordanti degli accertamenti sul pedale della bicicletta dell'allora fidanzato della vittima.

In un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, il generale ricostruisce le ragioni delle proprie decisioni, difende il lavoro dei carabinieri e contesta le interpretazioni che, a suo giudizio, hanno alimentato sospetti infondati. Non entra nel merito delle responsabilità per il delitto, ma rivendica il rispetto delle procedure e delle competenze istituzionali.

La richiesta della difesa di Stasi e il rifiuto del Ris

La vicenda risale al 2017, quando gli avvocati di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l'omicidio di Chiara Poggi, chiesero al Ris di Parma di ottenere tutti i dati relativi agli accertamenti scientifici, compresi quelli grezzi. Si tratta dei risultati originali prodotti dagli strumenti di laboratorio, prima della loro elaborazione e interpretazione nelle relazioni tecniche.

Lago, allora comandante del reparto, non accolse la richiesta. Una scelta che oggi continua a difendere, sostenendo che quei materiali non fossero nella sua disponibilità personale e che, in assenza di una disposizione dell'autorità giudiziaria, non potesse decidere autonomamente di consegnarli.

Secondo la ricostruzione del generale, al momento della richiesta il processo era ormai concluso e non esistevano nuove deleghe investigative che consentissero al reparto di intervenire sulla documentazione. Il compito dei carabinieri, in quella situazione, era custodire i dati.

La difesa si rivolse successivamente alla Corte d'Assise d'Appello di Milano, ottenendo un pronunciamento che non individuava ostacoli alla consegna qualora il Ris avesse deciso di procedere. Per Lago, tuttavia, quel nulla osta non equivaleva a un ordine né a un'autorizzazione specifica. La Corte, secondo quanto riferito dall'ufficiale, aveva dichiarato inammissibile la richiesta senza impartire disposizioni al reparto.

Perché i dati sono stati consegnati soltanto nel 2025

Un passaggio particolarmente discusso riguarda quanto accaduto otto anni dopo. Nel 2025 i dati originali sono stati effettivamente consegnati alla difesa di Stasi, quando Lago non era più alla guida del Ris.

Il generale esclude che questa circostanza rappresenti una smentita della sua precedente decisione. Sostiene infatti che la consegna sia avvenuta in presenza di una nuova delega dell'autorità giudiziaria competente, una condizione che nel 2017 non esisteva.

Nella sua ricostruzione, dunque, non ci sarebbe alcuna contraddizione tra i due comportamenti: prima il reparto avrebbe dovuto limitarsi alla custodia della documentazione, successivamente avrebbe eseguito una disposizione dell'autorità giudiziaria.

Lago afferma inoltre che, per quanto gli risulta, non furono presentati ricorsi o contestazioni formali contro le sue decisioni. Le critiche, osserva, sono emerse soprattutto nel dibattito pubblico degli ultimi mesi.

Resta però il tema dell'accessibilità ai dati scientifici sui quali si fondano le conclusioni delle perizie. La possibilità di esaminare i risultati originali consente ai consulenti delle parti di verificare le elaborazioni compiute dai laboratori, un aspetto tornato centrale nel confronto tra gli esperti che si occupano del caso Garlasco.

Il mistero del Dna sul pedale della bicicletta

L'altro punto affrontato dal generale riguarda gli esami genetici eseguiti nel settembre 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi.

Dalla documentazione ottenuta dalla difesa nel 2025 sono emersi risultati differenti relativi agli accertamenti condotti sul reperto. Un'analisi del 19 settembre 2007 aveva fornito un risultato positivo, mentre due esami effettuati il giorno successivo avevano restituito esiti nulli.

La questione ha alimentato interrogativi sull'affidabilità delle analisi e sulla mancata disponibilità di quei risultati per i consulenti della difesa. Il professor Francesco Maria Avato, che aveva fatto parte del collegio di esperti di Stasi, ha sostenuto che la conoscenza degli esiti negativi avrebbe inciso sulle verifiche tecniche e che sarebbe stato necessario approfondire le discrepanze.

Lago offre una lettura diversa. Precisa innanzitutto di non avere gestito direttamente gli accertamenti in questione e di possedere quindi una conoscenza soltanto parziale delle operazioni svolte. La sua valutazione riguarda il metodo utilizzato nei laboratori di genetica forense.

Secondo il generale, risultati differenti possono verificarsi quando vengono effettuati diversi tentativi analitici, modificando alcuni parametri per migliorare la qualità dell'esame. Un tentativo che restituisce un risultato negativo o di qualità inferiore, sostiene, non rende automaticamente inattendibile un altro risultato ritenuto scientificamente più solido.

È una spiegazione metodologica, non una nuova perizia sui reperti. Per stabilire il significato delle differenze riscontrate occorre infatti considerare le condizioni effettive nelle quali furono eseguite le singole analisi.

Le critiche ai carabinieri e la difesa del lavoro dei Ris

Nell'intervista Lago affronta anche le polemiche che hanno coinvolto il personale del Ris di Parma e le ricostruzioni che mettono in discussione la correttezza delle attività investigative.

L'ex comandante non nasconde l'amarezza per le accuse rivolte a uomini con i quali ha lavorato per molti anni. Respinge soprattutto l'idea che le decisioni assunte possano essere interpretate come parte di un disegno volto a favorire qualcuno o a nascondere elementi dell'indagine.

A suo giudizio, eventuali sospetti di comportamenti dolosi dovrebbero essere accompagnati da elementi concreti e portati all'attenzione della magistratura, anziché diventare materia di discussione televisiva.

Il generale evita invece di esprimere valutazioni personali sul suo predecessore, Luciano Garofano, il cui nome è tornato al centro delle discussioni sul caso.

Rivendica il lavoro svolto dal reparto durante i suoi quindici anni di comando e sostiene che la valutazione delle decisioni investigative debba fondarsi sugli atti, sulle competenze e sulle regole, non sulla popolarità delle interpretazioni proposte nel dibattito pubblico.

Il caso Garlasco e gli interrogativi ancora aperti

Le parole di Giampietro Lago arrivano mentre l'omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, continua a essere al centro dell'attenzione giudiziaria e mediatica.

Alberto Stasi sta scontando la condanna definitiva a sedici anni di reclusione. Le nuove indagini hanno riportato sotto esame reperti, accertamenti genetici e passaggi delle investigazioni originarie, riaprendo un confronto tecnico che coinvolge consulenti, investigatori e legali.

Le dichiarazioni dell'ex comandante non chiudono il dibattito sulla documentazione scientifica né risolvono le questioni sollevate dai risultati discordanti delle analisi. Offrono però la versione di chi, negli anni successivi alla condanna, ebbe la responsabilità di custodire quei dati e decise di non metterli a disposizione della difesa senza una specifica disposizione giudiziaria.

Il punto sul quale resta concentrata l'attenzione è proprio il rapporto tra gli esiti degli accertamenti e la possibilità di verificarli attraverso la documentazione originale. Una questione che supera le polemiche personali e riguarda il peso delle prove scientifiche nei procedimenti penali.

Per Lago, le decisioni assunte furono coerenti con i suoi obblighi istituzionali. Per i consulenti che hanno contestato la mancata disponibilità di alcuni risultati, invece, l'accesso completo ai dati avrebbe potuto consentire verifiche ulteriori già molti anni fa. Due posizioni differenti che continuano a confrontarsi sulla stessa vicenda, mentre il lavoro della magistratura resta il riferimento per ogni eventuale sviluppo giudiziario.