A Dubai gli aeroporti sono tornati a funzionare, le strade sono trafficate e gli alberghi continuano ad accogliere visitatori. Ma dietro l'apparente normalità si nasconde la paura di una nuova guerra. Ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, diplomatici, imprenditori e responsabili della sicurezza seguono con crescente preoccupazione le mosse di Donald Trump. Il timore è che il presidente americano possa ordinare altri bombardamenti contro l'Iran dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre, provocando una nuova rappresaglia dei Pasdaran contro le monarchie del Golfo.

È un clima di attesa carico di tensione quello descritto dal giornalista Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera, dopo una serie di incontri con analisti, diplomatici e operatori economici negli Emirati. Il Paese ha già pagato un prezzo pesante per la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, cominciata alla fine di febbraio. Ora teme di ritrovarsi nuovamente coinvolto in uno scontro che non ha scelto e del quale potrebbe subire le conseguenze più immediate.

La preoccupazione non riguarda soltanto le installazioni militari americane presenti nella regione. In caso di escalation potrebbero essere esposte anche infrastrutture energetiche, aeroporti, porti e collegamenti commerciali, elementi fondamentali per un'economia che ha costruito la propria prosperità sulla stabilità e sull'apertura ai mercati internazionali.

Il timore di un attacco americano dopo il 3 novembre

A rendere più concreto il rischio sono le indiscrezioni sui preparativi militari americani. Secondo quanto riferito dall'Associated Press, funzionari di Washington hanno avvertito alcuni alleati mediorientali della possibilità di nuovi attacchi contro l'Iran dopo il voto americano, invitandoli a prepararsi anche a eventuali rappresaglie contro infrastrutture strategiche.

Trump non ha tuttavia assunto una decisione definitiva. Il presidente ha escluso bombardamenti prima delle elezioni, senza rinunciare all'opzione militare per i giorni successivi. Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che la Casa Bianca preferirebbe una soluzione diplomatica, pur mantenendo aperte altre possibilità.

Negli Emirati queste dichiarazioni vengono analizzate con attenzione. Ogni intervento del presidente americano è seguito dalle televisioni locali e dagli esperti di politica internazionale, nel tentativo di capire se la nuova offensiva sia davvero imminente.

Nadim Koteich, uno dei commentatori politici più conosciuti nel Paese, considera elevato il rischio di una ripresa delle ostilità. Secondo la sua valutazione, gli Stati Uniti e Israele potrebbero tentare di indebolire ulteriormente le capacità militari e le infrastrutture iraniane, colpendo anche i vertici del sistema di potere di Teheran.

Si tratta però di una previsione, non della conferma di un'operazione già autorizzata. Il margine per una soluzione negoziata resta aperto, anche se nella regione prevale la sensazione che una nuova fase militare possa cominciare in tempi brevi.

Dubai perde turisti, gli alberghi lavorano a ritmo ridotto

Gli effetti della guerra si avvertono già sull'economia degli Emirati. Dubai, tradizionalmente una delle destinazioni più frequentate da turisti e uomini d'affari, registra una forte contrazione delle presenze.

Secondo le stime raccolte tra gli operatori locali dal Corriere della Sera, il sistema dell'accoglienza turistica, dagli alberghi alle spiagge, starebbe lavorando tra il 30 e il 40% della propria capacità. Non si tratta di un dato statistico ufficiale sull'occupazione alberghiera, ma della valutazione diffusa tra gli operatori interpellati.

La città continua a mostrare il suo volto abituale, con grandi centri commerciali, voli internazionali e un traffico intenso. La prospettiva di nuovi attacchi, tuttavia, pesa sulle prenotazioni e sulle decisioni delle aziende.

Anche il settore energetico mostra segnali di cautela. Secondo Reuters, importanti dirigenti di ExxonMobil e Chevron hanno annullato la partecipazione alla conferenza internazionale Adipec, prevista ad Abu Dhabi, per preoccupazioni legate alla sicurezza.

La scelta rappresenta un segnale significativo in una regione che ospita alcune delle maggiori compagnie petrolifere del mondo e che dipende dalla continuità degli scambi commerciali e dei collegamenti aerei e marittimi.

Perché l'Iran potrebbe colpire ancora gli Emirati

La posizione degli Emirati Arabi Uniti è particolarmente delicata. Il Paese mantiene stretti rapporti strategici con Washington e ha normalizzato le relazioni diplomatiche con Israele, ma si trova a breve distanza geografica dalle coste iraniane.

Durante le precedenti fasi del conflitto, le forze iraniane hanno lanciato missili e droni contro obiettivi nei Paesi del Golfo, provocando danni, vittime e interruzioni delle attività economiche.

Per Teheran, le installazioni militari americane presenti nei Paesi vicini rappresentano potenziali bersagli in caso di ulteriori bombardamenti statunitensi. Il pericolo è che un'operazione inizialmente diretta contro obiettivi militari si allarghi a infrastrutture civili e commerciali.

L'avvertimento più duro è arrivato dalla Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, che ha minacciato una risposta senza limitazioni geografiche qualora gli Stati Uniti tornassero ad attaccare.

È una prospettiva particolarmente preoccupante per Dubai e Abu Dhabi. Le difese antiaeree emiratine hanno intercettato numerosi ordigni durante il conflitto, ma la possibilità di bloccare ogni missile o drone non può essere garantita.

Il Qatar tenta una mediazione, gli Emirati trattano con i Pasdaran

Mentre aumenta il rischio di una nuova offensiva, la diplomazia continua a lavorare. Il Qatar, insieme al Pakistan, sta cercando di riaprire un negoziato tra Washington e Teheran. A Doha, domenica 1° novembre, è proseguito per il terzo giorno consecutivo il confronto tra i mediatori qatarioti e i rappresentanti iraniani.

Al centro dei colloqui c'è anche una proposta per riaprire lo Stretto di Hormuz, fondamentale per il commercio mondiale di petrolio e gas. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato la disponibilità a proseguire le consultazioni, precisando però che non è stato ancora raggiunto un accordo.

Le richieste di Teheran comprendono un alleggerimento delle sanzioni americane, la riduzione della presenza militare statunitense nella regione e garanzie sulla sicurezza dei traffici marittimi.

Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno avviato contatti autonomi. Una delegazione legata al presidente Mohamed bin Zayed Al Nahyan ha incontrato nei giorni scorsi i vertici dei Pasdaran nella capitale iraniana.

L'obiettivo di Abu Dhabi è evitare che il territorio emiratino diventi ancora una volta un bersaglio delle ritorsioni iraniane. Il Paese si trova così a dialogare con Teheran, pur mantenendo la propria alleanza strategica con gli Stati Uniti.

È un equilibrio difficile, reso ancora più precario dalle minacce dei vertici iraniani e dall'incertezza sulle intenzioni della Casa Bianca.

Lo Stretto di Hormuz e il rischio di una nuova crisi energetica

La possibile ripresa dei bombardamenti avrebbe conseguenze ben oltre il Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz costituisce uno dei principali passaggi marittimi per l'approvvigionamento energetico mondiale e le restrizioni alla navigazione hanno già provocato forti ripercussioni sui mercati.

Un'ulteriore escalation potrebbe compromettere le esportazioni petrolifere dei Paesi del Golfo, mettere in difficoltà le compagnie di navigazione e aumentare i costi del trasporto di merci e carburanti.

Anche per questo le monarchie della regione stanno cercando di convincere Trump a privilegiare il negoziato. La loro preoccupazione è che nuovi bombardamenti, anziché portare rapidamente alla fine del conflitto, inneschino una sequenza di ritorsioni impossibile da controllare.

Il problema riguarda anche la tenuta delle difese militari. Dopo mesi di guerra, la disponibilità di intercettori e sistemi antimissile è diventata una questione importante per i Paesi esposti agli attacchi iraniani. La protezione di aeroporti, impianti energetici e aree urbane richiede risorse che non possono essere considerate illimitate.

La decisione di Trump e i prossimi giorni decisivi

L'attenzione si concentra ora sulle elezioni americane del 3 novembre. Le indicazioni raccolte dai diplomatici suggeriscono che un'eventuale nuova operazione potrebbe essere valutata subito dopo il voto, ma da Washington non è arrivata alcuna conferma di un ordine di attacco.

Trump continua ad alternare aperture al negoziato e minacce militari. Teheran, dal canto suo, dichiara di essere pronta sia alla diplomazia sia a una nuova fase di combattimenti.

Per Dubai e Abu Dhabi questa incertezza rappresenta già un danno. Ogni giorno di tensione scoraggia investimenti, rallenta il turismo e costringe imprese e autorità a prepararsi all'eventualità di nuove emergenze.

Gli Emirati cercano di evitare che una nuova offensiva contro l'Iran riporti la guerra sulle loro città. La diplomazia continua a muoversi, ma il tempo a disposizione potrebbe essere limitato. E nel Golfo la paura più grande è che una decisione presa a Washington possa avere ancora una volta conseguenze immediate a migliaia di chilometri dalla Casa Bianca.