Nella Clinica San Francesco di Telese Terme, dove lavoro ormai quotidianamente da trentatré anni, abbiamo ricevuto qualche giorno fa la visita pastorale del vescovo di Cerreto Sannita, don Giuseppe Mazzafaro. Mi fa specie definirlo un alto prelato, tanta è la mitezza dei suoi toni e la semplicità dei suoi comportamenti. Non certo delle argomentazioni, sempre profonde e coinvolgenti. Una, in particolare, mi ha indotto a riflettere. Riguarda l'antica, ostinata convinzione che i tempi nei quali viviamo siano peggiori di quelli che li hanno preceduti.
Don Giuseppe ha chiamato a testimone Sant'Agostino, che sedici secoli fa, nel suo Sermo 80, pronunciava parole di straordinaria attualità: «I tempi siamo noi; come siamo noi così sono i tempi».
Una sentenza che rovescia la prospettiva del nostro giudizio. Non sono i tempi a renderci migliori o peggiori: siamo noi a dare loro un volto, una qualità morale, perfino un destino. Agostino osservava che gli uomini hanno sempre rimpianto il passato, dimenticandone guerre, carestie, violenze e sofferenze. E aggiungeva, con una punta di ironia, che se potessero tornare all'epoca degli antenati, probabilmente troverebbero ugualmente ragioni per lamentarsene.
Il passato ci appare migliore soprattutto perché non siamo più costretti ad abitarlo. Difficile non riconoscere in queste considerazioni qualcosa del nostro presente. Le immagini degli scontri tra giovanissimi e forze dell'ordine, delle devastazioni e dei saccheggi nelle città alimentano giudizi sommari su una generazione che sarebbe priva di valori, di rispetto, perfino di futuro.
La violenza resta inaccettabile, qualunque ne sia la matrice. Ma sarebbe altrettanto inaccettabile attribuirne la responsabilità a un'intera generazione, confondendo la protesta con la sopraffazione e il dissenso con la delinquenza. In un recente articolo sul Fatto Quotidiano, Loretta Napoleoni mette in guardia dalla tentazione di paragonare le contestazioni odierne a quelle del Sessantotto.
Allora i giovani chiedevano di abbattere l'autoritarismo e conquistare nuove libertà; oggi chiedono soprattutto una scuola funzionante e un futuro nel quale riconoscersi. Ma c'è una differenza ulteriore: l'intelligenza artificiale, che modifica continuamente il rapporto tra conoscenza, realtà e aspettative. Forse Napoleoni eccede quando sembra suggerire che questa rivoluzione abbia cancellato il futuro. Credo piuttosto che lo abbia reso più difficile da immaginare.
E che proprio questa incertezza costituisca una delle maggiori inquietudini dei ragazzi di oggi. Ai quali chiediamo di progettare la propria vita mentre noi stessi fatichiamo a prevedere come sarà il mondo tra dieci anni. Eppure questa stessa generazione è capace di esprimere straordinarie testimonianze di umanità. Penso a Carlo Acutis, morto a quindici anni e canonizzato nel 2025, ragazzo del nostro tempo, appassionato di informatica e profondamente impegnato nella fede e nella solidarietà.
Non un'eccezione da contrapporre moralisticamente agli altri giovani, ma la dimostrazione che nessuna generazione può essere racchiusa in una definizione.
Hannah Arendt sosteneva che educare significa assumersi la responsabilità del mondo davanti a coloro che vi fanno ingresso. È una responsabilità che troppo spesso gli adulti sembrano dimenticare, preferendo giudicare i giovani anziché interrogarsi sull'eredità che stanno consegnando loro.
E torno a don Giuseppe, alla sua voce pacata, e a quell'antico vescovo di Ippona che ci invita a smettere di lamentarci dei tempi e a cominciare a migliorarli. Non attraverso la nostalgia, che nulla costruisce, né attraverso l'indulgenza, che tutto giustifica. Ma mediante la responsabilità, l'esempio e la capacità di riconoscere nell'altro una possibilità, prima ancora che un problema. Forse non abbiamo bisogno di tempi migliori. Abbiamo bisogno di essere migliori noi. Perché, come ricordava Sant'Agostino, "i tempi siamo noi".