L'ultima colata è uscita l'8 ottobre. Davanti ai convertitori dell'acciaieria 2 dell'ex Ilva di Taranto, Fabio Cocco e i suoi compagni hanno compiuto gli stessi gesti ripetuti migliaia di volte. Caricare il rottame ferroso, aggiungere la ghisa liquida, trasformare tutto in acciaio. Un lavoro che per decenni ha scandito la vita della fabbrica e di un'intera città. Quella volta, però, dopo la colata non ne è arrivata un'altra.

Fabio ha 53 anni e ne ha trascorsi 23 nello stabilimento siderurgico. È uno degli operai che hanno vissuto direttamente la fermata dell'acciaieria, un passaggio che racconta non soltanto la crisi industriale di Taranto, ma anche la frattura tra due diritti che avrebbero dovuto convivere: il lavoro e la salute.

Oggi è in cassa integrazione, con una perdita economica che stima tra i 500 e i 600 euro al mese. Ha tre figli e due nipoti. E alla preoccupazione per il reddito si aggiunge quella per le condizioni di sicurezza in cui, racconta, gli operai hanno continuato a lavorare fino agli ultimi giorni.

L'8 ottobre, il turno dell'ultima colata

Quel pomeriggio Fabio era entrato in fabbrica alle 15, insieme agli altri sette componenti della Squadra 02. Il turno sarebbe dovuto terminare alle 23.

La produzione era già in difficoltà. La qualità della ghisa non era quella necessaria per lavorare nelle condizioni migliori: il contenuto di silicio era elevato e il processo richiedeva particolare attenzione.

«Stavamo raschiando il fondo del barile», racconta l'operaio, ricordando una fase in cui gli impianti procedevano tra difficoltà crescenti.

Il lavoro ai convertitori è uno dei passaggi fondamentali della produzione siderurgica. La ghisa liquida viene trasformata in acciaio attraverso un processo industriale che richiede temperature elevatissime, macchinari complessi e rigorose procedure di sicurezza.

Per Fabio e i suoi colleghi era un'attività quotidiana. Ma quella sera, dopo l'ultima lavorazione, l'acciaieria si è fermata.

La consapevolezza della fine è arrivata insieme a un senso di impotenza. Gli operai, spiega, osservavano da tempo il deterioramento della situazione e sapevano che lo stabilimento stava attraversando una fase critica.

I ricambi mancavano e cresceva la paura degli incidenti

Nel racconto di Fabio, la crisi dell'ex Ilva non riguarda soltanto la produzione o i bilanci aziendali. Riguarda soprattutto le condizioni in cui i lavoratori erano costretti a operare.

L'operaio descrive una fabbrica nella quale i ricambi non arrivavano e, per mantenere in funzione alcuni macchinari, si ricorreva allo smontaggio di componenti da altri impianti.

Una situazione che, secondo la sua testimonianza, aveva progressivamente aumentato i rischi.

«Ogni giorno rischiavamo una catastrofe», denuncia Fabio, precisando che la preoccupazione non era limitata alle emissioni ambientali, ma coinvolgeva direttamente la sicurezza dei lavoratori.

Come delegato della Fiom, afferma di aver segnalato più volte le criticità. Gli operai continuavano a svolgere le proprie mansioni, pur avendo la percezione di lavorare in condizioni sempre più difficili.

La testimonianza descrive il progressivo deterioramento della capacità produttiva e manutentiva dello stabilimento. Le circostanze riferite dall'operaio richiedono naturalmente di essere distinte da eventuali accertamenti tecnici e responsabilità amministrative o giudiziarie.

Ai Tamburi, tra il lavoro e la paura per la salute

Fabio vive ai Tamburi, il quartiere di Taranto che più di ogni altro porta i segni della vicinanza allo stabilimento siderurgico. È il luogo in cui la fabbrica ha rappresentato per generazioni una fonte di reddito, ma anche una presenza ingombrante nella vita quotidiana.

Prima di entrare all'Ilva, Fabio lavorava come pizzaiolo. L'assunzione in acciaieria gli aveva garantito uno stipendio stabile e la possibilità di costruire una famiglia.

Oggi quello stesso lavoro è diventato fonte di incertezza. La cassa integrazione riduce il reddito, mentre il futuro industriale dello stabilimento rimane indefinito.

Ma Fabio conosce anche l'altra faccia della vicenda. Abitare ai Tamburi significa convivere con il problema delle emissioni e con le conseguenze ambientali di decenni di produzione siderurgica.

È una condizione che rende impossibile separare nettamente la posizione del lavoratore da quella del cittadino. La fabbrica che gli ha dato sicurezza economica è anche quella di cui denuncia i rischi.

La frattura tra chi difende il lavoro e chi chiede salute

Uno degli aspetti più dolorosi della crisi, secondo Fabio, è la contrapposizione che si è creata nella città.

Da una parte ci sono i lavoratori che temono di perdere lo stipendio. Dall'altra i cittadini che chiedono la fine delle emissioni inquinanti e la tutela della salute.

Nel mezzo si trovano famiglie che spesso appartengono contemporaneamente a entrambe le realtà.

Fabio racconta di un clima nel quale gli operai finiscono per essere accusati di contribuire all'inquinamento, mentre chi chiede la chiusura degli impianti viene percepito da alcuni come una minaccia per l'occupazione.

La sua testimonianza mette in evidenza il fallimento di una contrapposizione durata anni: la tutela della salute e quella del lavoro sono state presentate troppo spesso come obiettivi incompatibili.

Per il delegato sindacale, invece, la soluzione avrebbe dovuto essere cercata molto prima, attraverso investimenti, risanamento ambientale e una strategia industriale capace di garantire alternative occupazionali.

La Cassazione conferma la fermata degli impianti

Il racconto dell'ultima colata si inserisce in una crisi che nelle ultime settimane ha conosciuto un passaggio giudiziario decisivo.

Il 29 ottobre le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d'Italia contro il provvedimento della Corte d'Appello di Milano che impone la fermata dell'area a caldo per ragioni legate alla tutela della salute e dell'ambiente.

Dopo la decisione, Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria ha comunicato agli organismi di controllo ambientale la disponibilità ad avviare le procedure necessarie per dare esecuzione all'ordine giudiziario.

La fermata produttiva era già iniziata il 9 ottobre, dopo l'ultima colata dell'altoforno 2. Gli impianti erano stati mantenuti temporaneamente in preriscaldo, senza produzione, in attesa della decisione della Cassazione.

Ora si apre una fase più complessa, nella quale occorrerà gestire le operazioni tecniche di spegnimento e raffreddamento degli impianti sotto il controllo delle autorità competenti.

Migliaia di lavoratori attendono risposte

Le conseguenze occupazionali della fermata sono pesanti. La nuova procedura di cassa integrazione straordinaria potrebbe coinvolgere fino a 8.622 dipendenti, dei quali 6.964 a Taranto.

Si tratta della platea massima prevista dalla procedura, non del numero di lavoratori già effettivamente sospesi.

L'incertezza riguarda anche le imprese dell'indotto, che dipendono dalle attività dello stabilimento e per le quali sono allo studio ulteriori misure di sostegno.

I sindacati chiedono garanzie sui redditi e un piano industriale che non si limiti a gestire l'emergenza attraverso gli ammortizzatori sociali.

La crisi coinvolge inoltre gli altri stabilimenti del gruppo, da Genova a Novi Ligure, rendendo la vertenza una questione industriale nazionale.

Bonificare la fabbrica e costruire un futuro diverso

Fabio non immagina un ritorno alla produzione nelle stesse condizioni del passato. La sua posizione è netta: gli impianti devono essere fermati e bonificati, mentre Taranto deve trovare nuove attività economiche che non riproducano i rischi ambientali e industriali denunciati negli anni.

Tra le possibilità indica lo sviluppo del porto e della logistica, a partire dallo smistamento dei container.

È una prospettiva che richiederebbe investimenti, infrastrutture e un progetto occupazionale di lungo periodo. Non una soluzione immediata per migliaia di lavoratori, ma un possibile terreno su cui costruire una riconversione economica.

Fabio giudica negativamente anche le scelte industriali degli anni passati, in particolare il passaggio della gestione ad ArcelorMittal, che considera uno degli errori nella lunga storia della crisi siderurgica.

Il punto centrale della sua riflessione riguarda però il tempo perduto. Dopo anni di emergenze, procedimenti giudiziari, cambi di gestione e interventi pubblici, Taranto si trova ancora a dover scegliere come proteggere contemporaneamente occupazione, salute e ambiente.

L'ultima colata dell'8 ottobre non rappresenta soltanto la fermata di un impianto. Per Fabio e per migliaia di famiglie segna la fine di una certezza economica, ma anche l'occasione, ancora tutta da costruire, per immaginare una città meno dipendente dall'acciaio.

La domanda che resta aperta è se questa volta le istituzioni riusciranno a trasformare la crisi in un progetto concreto, prima che l'incertezza diventi una nuova condizione permanente per Taranto.