Gli Stati Uniti tornano alle urne oggi, martedì 3 novembre 2026, per le elezioni di metà mandato, un appuntamento che potrebbe modificare profondamente gli equilibri politici di Washington e condizionare gli ultimi due anni della presidenza di Donald Trump.

Gli elettori sono chiamati a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Si vota inoltre per numerosi governatori, parlamenti statali e amministrazioni locali.

La posta in gioco è il controllo del Congresso, dove i repubblicani hanno finora sostenuto l'agenda del presidente. Una diversa maggioranza in uno o in entrambi i rami del Parlamento potrebbe rendere più complessa l'approvazione delle leggi e aumentare il peso delle indagini parlamentari sull'amministrazione.

Per Trump il voto rappresenta un test politico nazionale. Per i democratici è l'occasione di recuperare terreno dopo la sconfitta presidenziale del 2024.

Trump chiude la campagna attaccando i democratici

Nelle ultime ore prima dell'apertura dei seggi, Donald Trump ha intensificato gli appelli ai propri sostenitori, presentando la consultazione come una scelta decisiva per il futuro del Paese.

Nel suo intervento conclusivo, il presidente ha attaccato duramente gli avversari, invitando gli elettori a non permettere la vittoria di quelli che ha definito «jihadisti e comunisti».

Si tratta di espressioni utilizzate da Trump nella polemica elettorale, non di una descrizione oggettiva dei candidati democratici.

La strategia repubblicana punta a mobilitare l'elettorato conservatore sui temi dell'immigrazione, della sicurezza, dell'economia e della politica estera.

I democratici, invece, cercano di concentrare l'attenzione sul costo della vita, sull'accesso alle cure, sulle politiche fiscali e sulla necessità di esercitare un controllo parlamentare sull'amministrazione.

Le elezioni di metà mandato sono tradizionalmente difficili per il partito del presidente in carica, ma i precedenti storici non consentono di prevedere automaticamente l'esito della consultazione.

La Camera si rinnova interamente, al Senato la partita è più complessa

Alla Camera dei rappresentanti tutti i seggi sono in palio, perché il mandato dei deputati federali dura due anni.

Al Senato, invece, i mandati durano sei anni e il rinnovo avviene per gruppi di seggi a ogni elezione biennale.

Quest'anno vengono assegnati 35 seggi, comprese alcune elezioni speciali.

La situazione di partenza vede i repubblicani con 53 senatori, contro i 45 democratici e due indipendenti che partecipano al gruppo parlamentare democratico.

Per conquistare la maggioranza, i democratici devono ottenere un guadagno netto di almeno quattro seggi, considerando che in caso di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente repubblicano JD Vance.

Il compito è reso difficile dalla distribuzione geografica delle competizioni, perché diversi seggi in palio si trovano in Stati tradizionalmente favorevoli ai repubblicani.

Le sfide più seguite riguardano sia territori nei quali i democratici cercano di difendere posizioni esistenti, sia Stati nei quali sperano di conquistare seggi attualmente controllati dagli avversari.

Le otto sfide che possono cambiare gli equilibri del Senato

La competizione per il Senato si concentra soprattutto su otto Stati, nei quali i risultati saranno osservati con particolare attenzione da entrambi i partiti.

In Texas, il democratico James Talarico affronta il repubblicano Ken Paxton, procuratore generale dello Stato. Il Texas è da decenni una roccaforte repubblicana, ma la campagna ha assunto una dimensione nazionale. Un sondaggio New York Times-Siena pubblicato alla vigilia del voto attribuisce a Talarico il 50 per cento delle intenzioni di voto contro il 43 per cento di Paxton. Il risultato della rilevazione, tuttavia, non garantisce che il vantaggio si traduca in una vittoria.

In Kansas, il senatore repubblicano Roger Marshall è sfidato dal democratico Adam Hamilton, pastore metodista. La candidatura di Hamilton ha attirato l'attenzione per la capacità di competere in uno Stato tradizionalmente conservatore. Nell'ultima rilevazione New York Times-Siena, Hamilton ottiene il 49 per cento contro il 44 per cento di Marshall.

In Maine, la repubblicana Susan Collins, una delle figure moderate del partito, affronta il democratico Troy Jackson. Il Maine è uno Stato che alle presidenziali del 2024 ha votato per Kamala Harris, ma Collins ha già dimostrato in passato di saper raccogliere consensi oltre il proprio schieramento. Il sondaggio della vigilia attribuisce a Jackson un vantaggio di sei punti.

In Ohio, l'ex senatore democratico Sherrod Brown tenta di tornare al Congresso sfidando Jon Husted, repubblicano nominato per occupare il seggio lasciato libero da JD Vance dopo l'elezione alla vicepresidenza. Brown punta sulla propria esperienza e sull'attenzione ai temi industriali e salariali. L'ultima rilevazione lo colloca cinque punti davanti a Husted.

In Alaska, la democratica Mary Peltola affronta il senatore repubblicano Dan Sullivan. Peltola, già deputata federale, cerca di conquistare un seggio in uno Stato che alle presidenziali del 2024 ha sostenuto Trump. I sondaggi indicano una competizione serrata, con margini che rendono particolarmente importante la partecipazione elettorale.

In Iowa, il democratico Josh Turek sfida la repubblicana Ashley Hinson per il seggio lasciato libero dalla senatrice Joni Ernst. L'Iowa è diventato negli ultimi anni un territorio favorevole ai repubblicani, ma il confronto si è riaperto soprattutto sui temi del costo della vita e delle politiche economiche.

In North Carolina, l'ex governatore democratico Roy Cooper affronta il repubblicano Michael Whatley per il seggio lasciato libero da Thom Tillis. Lo Stato è considerato politicamente competitivo e rappresenta uno dei principali terreni di confronto tra le due forze politiche.

In Michigan, infine, il democratico Abdul El-Sayed e il repubblicano Mike Rogers si contendono il seggio lasciato libero dal senatore Gary Peters. La competizione è stata segnata anche dalle divisioni interne al Partito democratico dopo le primarie. La deputata Haley Stevens, sconfitta da El-Sayed, ha annunciato il proprio sostegno a Rogers, una scelta che ha alimentato tensioni tra le diverse anime del partito.

Il Michigan e la frattura interna ai democratici

La sfida del Michigan ha assunto particolare rilevanza perché mette in evidenza le difficoltà del Partito democratico nel tenere insieme la propria componente progressista e quella moderata.

Abdul El-Sayed, medico ed ex responsabile della sanità pubblica della contea di Wayne, è sostenuto dall'ala progressista. Il suo programma insiste sull'accesso alle cure, sulle disuguaglianze economiche e sul ruolo dei servizi pubblici.

Mike Rogers, ex deputato repubblicano, propone invece una linea conservatrice centrata sulla sicurezza nazionale, sull'economia e sulle politiche dell'amministrazione Trump.

L'appoggio di Haley Stevens al candidato repubblicano costituisce un elemento insolito nella competizione e rende più complessa la mobilitazione dell'elettorato democratico.

Il Michigan, già decisivo nelle ultime elezioni presidenziali, resta uno degli Stati nei quali i cambiamenti delle preferenze elettorali possono incidere sugli equilibri nazionali.

Il voto anticipato e i milioni di americani già alle urne

Un elemento importante di queste elezioni è l'elevata partecipazione al voto anticipato.

Secondo un'analisi dell'Associated Press, cinque giorni prima dell'Election Day oltre 43 milioni di americani avevano già votato di persona oppure restituito una scheda per corrispondenza, quasi dieci milioni in più rispetto allo stesso momento del 2022.

La crescita è stata particolarmente significativa negli Stati dove si svolgono alcune delle competizioni più combattute.

In Texas il voto anticipato risultava in aumento del 50 per cento rispetto al confronto del 2022, mentre in Maine l'incremento era del 44 per cento. Anche Kansas e Michigan registravano una partecipazione superiore a quella della precedente tornata di metà mandato.

Questi dati indicano un forte interesse elettorale, ma non consentono di stabilire quale partito ne beneficerà. Il numero dei votanti e l'eventuale registrazione partitica non rivelano automaticamente le preferenze espresse nelle urne.

Che cosa succede se i democratici conquistano la Camera

La Camera dei rappresentanti ha un ruolo centrale nell'approvazione delle leggi federali e nelle decisioni relative alla spesa pubblica.

Se i democratici ottenessero la maggioranza, potrebbero bloccare o modificare una parte delle proposte legislative sostenute dalla Casa Bianca.

Potrebbero inoltre assumere la guida delle commissioni parlamentari e avviare nuove indagini sull'operato dell'amministrazione Trump.

Il presidente manterrebbe comunque i propri poteri costituzionali, compresa la possibilità di opporre il veto alle leggi approvate dal Congresso.

La presenza di una maggioranza parlamentare di opposizione renderebbe però necessarie trattative più complesse sui provvedimenti economici, sui finanziamenti federali e sulle principali riforme.

Che cosa cambierebbe con un Senato democratico

Il controllo del Senato avrebbe conseguenze ulteriori.

Oltre a partecipare all'approvazione delle leggi, il Senato svolge un ruolo decisivo nella conferma di numerose nomine presidenziali, compresi i giudici federali e i componenti della Corte Suprema.

Una maggioranza democratica potrebbe quindi ostacolare alcune scelte dell'amministrazione e aumentare il controllo parlamentare sulle politiche del governo.

Resterebbero comunque i limiti previsti dalle procedure legislative statunitensi, tra cui le regole che per numerosi provvedimenti richiedono una maggioranza qualificata per superare l'ostruzionismo parlamentare.

La conquista di una sola Camera e quella di entrambe produrrebbero dunque scenari istituzionali differenti.

Il ruolo della Corte Suprema e le contestazioni sul voto

La campagna elettorale è stata accompagnata anche da controversie sulle procedure di voto.

L'amministrazione Trump ha presentato un ricorso d'urgenza per chiedere alla California di accantonare temporaneamente alcune schede postali, sostenendo che potessero essere riconducibili a persone prive della cittadinanza americana.

Le autorità statali hanno contestato l'attendibilità dell'elenco utilizzato, affermando che comprendeva anche cittadini legittimati a votare.

I giudici dei gradi inferiori hanno respinto la richiesta, richiamando il rischio di escludere elettori aventi diritto. Anche la Corte Suprema ha respinto la richiesta d'intervento urgente.

In altri Stati sono emerse discussioni sulla presenza di osservatori federali nei seggi e sulle modalità di controllo delle operazioni elettorali.

Le controversie confermano il clima di forte polarizzazione nel quale si svolge la consultazione, ma non dimostrano di per sé l'esistenza di irregolarità diffuse.

Quando arriveranno i risultati e perché potrebbero servire giorni

I seggi chiuderanno in orari diversi a seconda dei fusi orari degli Stati Uniti.

I primi risultati arriveranno nella notte italiana tra martedì 3 e mercoledì 4 novembre, ma non tutte le competizioni potranno essere definite immediatamente.

Negli Stati dove il margine tra i candidati sarà ristretto, il conteggio delle schede postali e le procedure di verifica potrebbero proseguire anche nei giorni successivi.

Per alcune sfide sarà quindi necessario attendere i dati ufficiali prima di attribuire il seggio a uno dei candidati.

Il voto che condizionerà gli ultimi due anni di Trump

Le elezioni di metà mandato non determineranno la permanenza di Donald Trump alla Casa Bianca, ma stabiliranno il rapporto di forza tra il presidente e il Congresso fino al 2028.

Il voto misurerà il consenso verso le politiche economiche e internazionali dell'amministrazione, ma anche la capacità dei democratici di proporre un'alternativa credibile in vista delle prossime presidenziali.

La distribuzione dei seggi sarà più importante del solo dato nazionale dei voti: negli Stati Uniti il controllo delle Camere dipende infatti dall'esito delle singole competizioni territoriali.

Per questo l'attenzione si concentra sulle sfide del Senato, dove pochi risultati possono modificare gli equilibri parlamentari.

La giornata del 3 novembre rappresenta così un passaggio centrale della politica americana. Il risultato non è ancora scritto e saranno gli elettori, Stato per Stato, a determinare i nuovi rapporti di forza a Washington.